La ‘ndrangheta nel Trentino «senza malizia» e la “maschera” dell’associazione culturale

Dall’inchiesta “Perfido” emerge il ruolo centrale dell’associazione “Magna Grecia” che doveva servire per promuovere le tradizioni calabresi, ma veniva utilizzata come “cerniera” tra gli uomini del clan e la società civile. A una delle cene “rischiò” di partecipare anche il prefetto. Gli indagati respingono le accuse: solo grigliate e gite in montagna

di Francesco Donnici
TRENTO
«Lì c’è mezza Cardeto […] ”Ceggio”, “Paolo Grosso” e altri sono saliti a Trento, una città bianca senza malizia, i calabresi maliziosi quando hanno visto che non girava droga e cose… hanno fatto soldi della madonna. Dice che i trentini non potevano immaginare che un cristiano potesse fare imbrogli come quelli lì». Questo è l’estratto di una conversazione dello scorso 9 dicembre 2019, avvenuta tra Antonio Fotia, soggetto ritenuto «affine alla ‘ndrangheta», e il boss Antonio “Nino” Serraino, reggente dell’omonimo clan di ‘ndrangheta egemone a Cardeto e Gambarie, nel territorio di Reggio Calabria.
Secondo gli inquirenti dell’inchiesta “Perfido” – condotta dai carabinieri del Ros e dei Comandi di Trento, Roma e Reggio Calabria coordinati dalle Dda di Trento e Reggio – questa è l’espressione più calzante per rappresentare le mire della ‘ndrangheta sul “bianco” (privo di criminalità organizzata) territorio trentino, risalenti ai primi anni 80. Diciannove misure cautelari per una fitta rete di affari sviluppata nel corso degli anni sotto la regia delle potenti famiglie Serraino, Iamonte e Paviglianiti, che di fatto avevano costituito «un’estensione dell’associazione ‘ndranghetista calabrese» stabilizzatasi a Lona-Lases, località trentina celebre per le sue cave di porfido.
Nell’ordinanza di convalida del gip Marco La Ganga, quella ai comandi di Innocenzio Macheda detto “Ceggio” – approdato in Val di Cembra circa 40 anni fa – era divenuta una “locale” non soltanto radicata nel tessuto economico-imprenditoriale, come spiega un passaggio cruciale degli atti di indagine: «In parte per favorire la stessa (attività economica, ndr), in parte per tutelarsi e per celare le proprie illecite condotte, [la compagine] ha posto in essere una rete di attività relazionali con esponenti delle istituzioni locali, anche di elevato livello e ha costituito l’associazione “Magna Grecia” – della quale è presidente Giuseppe Paviglianiti, revisore dei conti Demetrio Costantino e consigliere Domenico Morello – destinata a darle una veste di autorevolezza e rispettabilità nel tessuto sociale». Oltre al “braccio armato”, ai politici e agli imprenditori, dunque, la “locale” trentina doveva le sue fortune ad un’associazione creata e gestita ad arte per occultare gli affari della cosca, ma anche e soprattutto per essere l’interfaccia in grado di permettere una penetrazione nel tessuto sociale attraverso l’organizzazione di eventi con personaggi del mondo della politica e delle istituzioni. Il tutto, rigorosamente, a sfondo calabrese.

L’ASSOCIAZIONE CULTURALE “MAGNA GRECIA” L’associazione dei calabresi in trentino nasce nel 2007 con lo scopo manifesto di «organizzare eventi e promuovere iniziative artistiche e culturali della Calabria». Finalità ben diverse da quelle ricostruite dalla Dda di Trento secondo cui l’associazione serviva alla “locale” per «poter indirizzare a proprio favore le decisioni politiche nell’ottica di un controllo del territorio attuato non militarmente, ma attraverso l’infiltrazione del tessuto sociale». In concreto si fa riferimento ad una serie di meeting organizzati proprio nei locali dell’associazione; diversi movimenti che fungevano da filtro per gli scambi con la politica e finanche raccolte fondi da destinare ai calabresi in carcere.
Proprio per questo la “Magna Grecia” viene definita come avente funzione di «centro di coesione fra gli affiliati e di rappresentanza rispettabile verso il nucleo sociale circostante». Un assunto che è possibile cogliere nelle risultanze investigative della cena organizzata il 7 aprile 2017 dal presidente Paviglianiti. In quell’occasione si affermerà che «l’associazione è fatta dalla persona, che se c’è la testa, queste deve essere un punto fuori da tutto, che loro non hanno bisogno, che da loro vanno tutti, che loro non stanno con nessuno. […] che si conoscono tutti, che lui è conosciuto da tutti, che sono tutti amici, sia qui che giù». Il codice, per come decriptato dagli inquirenti è quello della vicinanza «al mondo politico ed economico trentino, pronti ad aiutarli qualora ne avessero bisogno».

«UN PUNTO DI RIFERIMENTO» Presidente dell’associazione è Giuseppe Paviglianiti, dipendente della società che gestisce i parcheggi in piazza Fiera di Trento e individuato dagli inquirenti come «partecipe dell’organizzazione, riconoscendo e rispettando le gerarchie e le regole interne del sodalizio, eseguendo le direttive del capo cosca, fornendo supporto agli altri affiliati».
Dalle indagini emergerebbe infatti che la sede della “Magna Grecia” era anzitutto punto di aggregazione dove i sodali si rapportavano a soggetti esterni alla compagine «ma all’occorrenza utili alla stessa o per sostenere candidature politiche».
In secondo luogo, gli inquirenti descrivono diversi viaggi fatti in Calabria da parte degli indagati e, viceversa, altrettanti con destinazione Trento da parte di una serie di soggetti già gravati da condanne ex articolo 416-bis. «Quando sono i residenti in Calabria a salire al nord, è prassi che vengano organizzati raduni conviviali e che gli stessi vengano innanzitutto accompagnati da Innocenzio Macheda». L’associazione viene descritta come il «punto di riferimento per gli incontri» ai quali partecipano diversi tra i componenti attivi della “locale” e alcune persone vicine tra cui lo stesso Paviglianiti.

LA CENA IN ONORE DI “NINO” Altra figura di riferimento del sodalizio trentino ricollegabile all’associazione in qualità di consigliere, è Domenico Morello.
La sera del 10 aprile 2018, Giuseppe Paviglianiti, invita a Trento il cugino Antonino “Nino” Paviglianiti ed organizza una cena «in segno di rispetto» prima che si costituisca presso la Casa circondariale di Bologna per espiare la pena legata all’aver favorito la latitanza del boss Domenico Morabito detto u’ tiradrittu. «Ascoltami un attimo, organizzai una cosa per questa sera! – dice Paviglianiti a Morello – Viene Nino!», così ottenendo l’approvazione del socio.
In quell’occasione, oltre a loro, sono presenti anche Giovanni Alampi, Demetrio Costantino, Vincenzo Vozzo e Giulio Carini, noto imprenditore della zona, individuato dagli inquirenti come una delle figure cardine dell’operazione.
Proprio Carini, parlando col medico Giuseppe Tirone, precisa che alla cena avrebbe dovuto partecipare anche il Commissario del Governo di Trento, ma la cosa era sfumata perché «“Mangusta” – secondo gli inquirenti identificabile in Fernando Musolino – gli ha detto al Prefetto di stare attento che c’è la ‘ndrangheta». Uno dei tanti aneddoti che dimostrano come l’associazione si muovesse su più livelli ed avesse creato un humus capace di attrarre promiscuamente ‘ndranghetisti, noti soggetti dell’imprenditoria, del mondo politico e istituzionale.

LE RACCOLTE FONDI PER I CALABRESI ARRESTATI La figura di “Nino” Paviglianiti è molto ricorrente e permette di far emergere un altro aspetto caratterizzante l’associazione “Magna Grecia”, ovvero quello di «organizzare più volte raccolte di denaro per aiutare calabresi arrestati».
In questo senso, gli inquirenti descrivono Giuseppe Paviglianiti come persona «dimostratasi a piena conoscenza delle dinamiche criminali che connotano la sua zona d’origine», che, in quanto tale, avrebbe anche promosso l’assistenza ad appartenenti di cosche ‘ndranghetiste di Bagaladi – dove è egemone l’omonima famiglia Paviglianiti – destinatari di provvedimenti restrittivi, organizzando raccolte fondi a loro favore. Riferendosi proprio alla cena organizzata per il cugino “Nino” gli inquirenti denotano come il presidente dell’associazione “Magna Grecia” «non si faccia scrupolo di invitare presso l’Associazione, in presenza della schiera più fidata e ristretta dei sodali, Antonino Paviglianiti, in procinto di costituirsi per scontare una condanna di 4 anni e 6 mesi di reclusione per aver favorito la latitanza di un pericoloso affiliato alla ‘ndrangheta, cogliendo l’occasione per esprimergli la sua vicinanza e per promuovere il sostegno dei presenti a lui ed alla sua famiglia».
Inoltre, il successivo 3 maggio 2018 Paviglianiti e Morello hanno una conversazione con Pietro e Nicola Paviglianiti, che intendono andare a colloquio con “Nino”, costituitosi. In quell’occasione proprio Morello conferma l’appoggio: «Va bene, ma se hai bisogno di qualcosa noi qua siamo, basta che chiami a Peppe».
Lo stesso giorno Giuseppe Paviglianiti chiama il cugino Nicola, dicendogli di «fargli sapere qualcosa dopo perché lo vogliono aiutare». Richiesta confermata anche da Morello: «Nicola ora che tu vai la, domandagli a “Nino” cosa dobbiamo fare, va bene?».
Sulle modalità di liquidazione di questi aiuti, elementi utili emergono da una conversazione tra Domenico Morello e Giovanni Alampi del 6 febbraio 2018. In quell’occasione parlano di come, già nel passato, i componenti dell’associazione “Magna Grecia” abbiano raccolto denaro per aiutare calabresi arrestati: «Alampi dice che quando hanno arrestato a “Turi” (Salvatore Paviglianiti, ndr) il fratello di Nicola, “Pannella” (Giuseppe Paviglianiti, ndr) ha proposto di dare a “Turi”, per tutto il periodo della permanenza in carcere, una quota di 100 euro ciascuno».
Alampi lamenta poi il fatto che, all’uscita dal carcere dello stesso “Turi”, tutti erano andati a cena senza invitarlo. Alla domanda di Morello su «quanti fossero a versare quella somma», Alampi risponde «sette-otto». Alampi aggiunge poi che «la stessa cosa l’hanno fatta quando hanno arrestato il cugino di “Pannella” a Milano, versando sempre 100 euro al mese». Nella sostanza, un soggetto si fa promotore dell’iniziativa a sostegno dell’arrestato – come nel caso di Giuseppe Paviglianiti per il cugino “Nino” – e individua un gruppo di persone alle quali chiedere una quota per supportare l’altro durante il periodo di carcerazione. Gruppi che solitamente venivano costituiti e nutriti anche attraverso gli incontri e gli eventi promossi dall’associazione.
Tutte accuse, queste, che però vengono fermamente contestate dal presidente dell’associazione Giuseppe Paviglianiti che ieri mattina davanti al giudice ha rilasciato le prime dichiarazioni. Paviglianiti ha dichiarato al giudice di essere assolutamente estraneo a qualsiasi nucleo ‘ndranghetista e ha sottolineato «di essere persona assolutamente incensurata e che mai ha avuto problemi con la giustizia».

PAVIGLIANITI NEGA LE ACCUSE Comparso davanti al gip di Trento, Adriana De Tommaso, Giuseppe Paviglianiti (destinatario di una misura cautelare degli arresti domiciliari) ha respinto le accuse definendo «irreprensibile e lontana dagli ambienti malavitosi» l’associazione “Magna Grecia”. «Lo scopo dell’associazione – ha aggiunto – è stato quello di promuovere le tradizioni, la cucina, la musica, la danza ed il folklore calabrese. Gli incontri venivano tenuti soprattutto per l’organizzazione di castagnate, grigliate, braciolate, gite in montagna e tornei di briscola. Senza alcuna finalità di lucro, e le quote raccolte venivano usate per coprire le spese avute nelle varie iniziative o per sostenere alcuni enti di beneficienza». (redazione@corrierecal.it)





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