Nell’inferno degli “invisibili” della Piana al tempo della Fase 2

I migranti delle tendopoli e delle baraccopoli della Piana di Gioia Tauro non possono restare a “casa”. Devono trovare lavoro per sopravvivere. Nonostante i rischi di contagio. Le telecamere di “Piazzapulita” hanno riacceso l’attenzione sul quel mondo parallelo che porta avanti l’agricoltura della zona

ROSARNO «Sto attendendo che passi qualcuno per andare a lavorare. Ma non è passato nessuno, quindi tra poco torno a casa». È la voce di uno degli “invisibili” che lavorano nei campi di Rosarno. I migranti richiusi nella tendopoli della Piana di Gioia Tauro che consentono – anche in tempo di pandemia – di portare avanti l’agricoltura della zona. D’altronde è un’attività definita essenziale per il Paese e che per questo deve procedere. Nonostante tutto. Si trovano ad elemosinare a bordo strada ai caporali locali quella giornata di lavoro. Sperando di raccattare così quel poco per tirare a campare. Sfidando anche le rigide regole imposte dai vari Dpcm che impediscono la loro mobilità costringendoli, paradossalmente, alla fame. Nel viaggio – raccontato giovedì sera dagli inviati di “Piazzapulita”, la trasmissione di approfondimento condotta su La7 da Corrado Formigli – è riemerso nuovamente questo spaccato di mondo parallelo. Un mondo conosciuto a molti, ma da molti volontariamente sottaciuto. Servono braccia per raccogliere frutta e ortaggi nella zona e fare così girare l’economia. Braccia a buon prezzo. Soprattutto nella fase 2 dell’emergenza Coronavirus. «Sai che non dovresti stare qui per via della pandemia?», gli fa presente l’inviato di La7. «Sì lo so – risponde il ragazzo coperto da un grosso giubbotto e un pezzo di tessuto a coprirgli in qualche modo la bocca – ma non ho niente da mangiare. Quindi ho due possibilità: uscire per cercare lavoro e rischiare di prendere il virus o rimanere a casa e morire di fame». Il suo obiettivo – come quello di tutti gli invisibili di Rosarno – è quello di portare a casa «trenta euro al giorno, circa 4 euro l’ora».
Una durissima giornata di lavoro nei campi per quei pochi spicci. Ma d’altronde per qualcuno quei lavoratori sono solo “neri”. «Non li vedi che sono come animali», fa presente un uomo della zona fermato dalla troupe di Piazzapulita.
Nella tendopoli di San Ferdinando dove si accendono i riflettori della trasmissione di La7, gli inviati incontrano altri “invisibili”. Circa trecento persone assiepate in tende di 3 metri per 4. In ognuna di queste tende di 12 metri quadri, spiegano, vivono anche in 9. Lì dentro fanno di tutto: cucinano, dormono, mangiano. In condizioni igienico-sanitarie che definire precarie suona come un eufemismo. «Ci hanno detto di lavare spesso le mani per contenere il virus – racconta un testimone di quest’inferno in terra – ma siamo senza acqua da giorni». Sulle raccomandazioni di restare a casa, lo stesso ironizza indicando una tenda: «È stare a casa qua».
«Non possiamo uscire perché se usciamo ci fermano – spiega un altro “ospite” della tendopoli – ma dobbiamo sopravvivere. Non c’è lavoro per colpa del virus e siamo costretti a mangiare tutti i giorni solo pasta. Colazione pasta, pranzo pasta, cena pasta. Non c’è futuro non c’è speranza». E poi conclude: «Qualcuno diceva finché c’è vita c’è speranza, qui la vita c’è ma non c’è più speranza».
Non lontano dalla tendopoli di San Ferdinando anche baracche dove “vivono” – le virgolette in questo caso sono d’obbligo – altri “invisibili”. «Stiamo morendo di fame qua», avverte un altro “fantasma” della Piana. «Siamo in 25 e viviamo tutti qui dentro – racconta mostrando le condizioni della baracca -. Andiamo a prendere ogni giorno l’acqua con le taniche e la riscaldiamo per lavarci». «Sono 12 anni che non vedo mia moglie e non ho visto crescere i miei figli. Adesso è arrivata anche questa (la pandemia, ndr) ed io sono bloccato qui anche senza documenti».Ed ancora un’altra voce dall’inferno della Piana. «Siamo da oltre un mese senza lavoro – spiega -. Ringraziamo gli italiani che ci aiutano a sopravvivere. Voglio dirvi che aiutare noi significa aiutare tutti perché se contraiamo il virus poi rischiamo di contagiare tutti. Per questo ogni sera tutti noi preghiamo per voi e per l’Italia. Perché dopo dieci anni che vivo qui raccogliendo il cibo mi sento anche io parte di questo Paese». Un angolo della Calabria che in maniera nuda e cruda racconta la verità di una terra troppo piena di diritti negati. Primo tra tutti quello di vedersi riconosciuto  il giusto prezzo per ore passate a lavorare. Un diritto negato in Calabria non solo in agricoltura. (rds)





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