Il “terrorismo mafioso” dei Mancuso-Di Grillo su Limbadi – VIDEO

Le aggressioni nei confronti della famiglia Vinci erano iniziate nel 2014. Gratteri: «È l’esternazione di potere del clan»

VIBO VALENTIA L’operazione Demetra – condotta dalla Dda di Catanzaro che ha coordinato l’attività di indagine dei carabinieri del Ros e del Nucleo investigativo di Vibo – non ha solo portato al fermo (qui la notizia) delle persone ritenute responsabili dell’omicidio del 42enne Matteo Vinci, avvenuto a Limbadi il 9 aprile scorso, ma ha anche dato le giuste dimensioni a episodi del passato che fino a poco tempo fa – almeno in un caso – erano stati classificati come semplici “liti” e che oggi, alla luce delle ultime indagini, appaiono nella loro gravità: come feroci aggressioni e tentato omicidio, segnati entrambi dall’arroganza mafiosa. Anche in questo la famiglia Vinci, oggi, ha ricevuto giustizia. Ma procediamo con ordine.

OMICIDIO SPETTACOLARE PER IMPORRE IL POTERE «Il corpo del fermo di oggi non riguarda la lite tra due confini, la lite tra due famiglie per un fazzoletto di terra, ma è l’esternazione del potere di una parte della famiglia Mancuso su un territorio. Perché, nel caso di specie, vuol dire che quella famiglia, Mancuso-Di Grillo, doveva essere padrona di tutta quell’area». Così ha esordito il procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri, nel suo intervento in conferenza stampa, dopo il fermo che ha portato in carcere sei componenti della famiglia Di Grillo-Mancuso, con l’accusa di essere i responsabili dell’attentato con autobomba che il nove aprile scorso ha ucciso il 42enne Matteo Vinci e provocato gravi ustioni a suo padre Francesco. Ma anche con l’accusa di tentato omicidio e la detenzione di armi. A finire dietro le sbarre sono stati Vito Barbàra, 28 anni (marito di Lucia Di Grilllo), Domenico Di Grillo, 70 anni, Lucia Di Grillo, 28 anni (figlia delle coppia Grillo-Mancuso), Rosina Di Grillo, 36 anni (figlia delle coppia Grillo-Mancuso), Rosaria Mancuso, 63 anni (moglie di Domenico Grillo), Salvatore Mancuso, 46 anni (fratello di Rosaria).

La vicenda giudiziaria della quale parliamo – le continue aggressioni che la famiglia Vinci ha subìto dai Mancuso pur di ottenere una porzione di terreno confinante – parte dal 2014, ha ricordato Gratteri, «esattamente da quando iniziano le prime invasioni sul terreno della famiglia Vinci-Scarpulla da parte della famiglia Mancuso-Di Grillo». «Per noi era importante la risoluzione di questo caso – ha detto il procuratore – su un territorio ad alta densità mafiosa al quale sono stati destinati tre sostituti procuratori e ottimi investigatori». A questa indagine ha lavorato anche il Ros centrale, la sezione crimini violenti, guidata dal colonnello Alessandro Mucci.
Un omicidio, come ha sottolineato il capo della Dda di Catanzaro, «avvenuto in modo spettacolare. Si è scelta l’autobomba proprio per dare un messaggio di terrore all’intera collettività. Ma la comunità di Vibo Valentia non deve assolutamente stare al gioco, e al giogo, di queste dinastie mafiose perché noi ci siamo con investigatori di primo piano e con tre pubblici ministeri. Io ritengo che questa sia la volta buona perché la collettività della provincia di Vibo Valentia si possa e si debba ribellare. Perché ora o mai più. Abbiamo costruito in due anni una squadra vincente. Ora tocca a voi, noi ci siamo e siamo nelle condizioni di dare risposte sul piano giudiziario».

L’ATTENTATO E LE VESSAZIONI DEL PASSATO «Il risultato di oggi è frutto di un lavoro meticoloso e sinergico tra la Procura di Catanzaro e l’arma dei carabinieri, il Nucleo investigativo e il Ros»,  ha detto il colonnello Gianfilippo Magro, comandante provinciale di Vibo. Partiamo dal 9 aprile, la data dell’omicidio. Le indagini hanno ricostruito che Matteo Vinci e il padre si sono recati nella loro campagna alle 13:30 per effettuare dei lavori, parcheggiando com’era loro abitudine, la Ford Fiesta nel piazzale antistante il loro terreno. Tra le 13:30 e le 15:15 viene posizionata, secondo gli investigatori, sotto al pianale della macchina una carica esplosiva di tipo artigianale, composta da polvere nera – materiale sul quale sono ancora in corso degli accertamenti da parte dei Ris. Quando l’auto riparte, dopo 80 metri la carica esplode attivata con un radio comando. «Le indagini ci danno un quadro investigativo secondo cui – ha detto Magro – i mandanti dell’attentato sono Rosaria Mancuso, il genero Vito Barbàra, Lucia Di Grillo, la moglie di Barbara il quale è anche l’organizzatore dell’omicidio. Nella componente del gruppo dei mandanti, analizzando il ruolo dei singoli, emerge che un ruolo di primo piano è svolto da genero e suocera che rivelano un ruolo di leadership nell’omicidio di Vinci ma, in genere, anche nell’accanimento della famiglia Mancuso-Di Grillo nei confronti dei Vinci». Lucia supporta il marito in maniera attiva. Domenico Di Grillo, marito di Rosaria Mancuso, e Rosina Di Grillo sono compartecipi nell’attività estorsiva. Domenico Grillo è stato arrestato anche per la detenzione di armi. «Si tratta di un omicidio che è stato pianificato nei minimi dettagli da Vito Barbàra – ha spiegato il colonnello –, sia dal punto di vista operativo che nel tentativo di crearsi un alibi». Gli investigatori hanno ricostruito gli altri eventi compresa l’aggressione del 30 ottobre 2017 ai danni di Francesco Vinci, finito in rianimazione per le percosse subìte, vicenda classificata all’epoca con il reato di lesioni gravi. «Si è trattato di un vero e proprio tentativo di omicidio da parte di Vito Barbara, Rosaria Mancuso e Domenico Di Grillo. L’intento era di uccidere e questo emerge anche dalla convinzione che hanno gli arrestati che l’uomo fosse morto». Vi è poi un altro episodio, risalente a marzo 2014, nel quale, ha detto Magro «abbiamo constatato che i Vinci, marito e moglie, sono stati vittime di una vera e propria aggressione da parte della famiglia Mancuso-Di Grillo». All’epoca di fatti vennero arrestati per rissa sia i Mancuso che i Vinci. «Il tutto – conclude Magro – rientra nel disegno criminale dei Mancuso-Di Grillo di appropriarsi dei terreni dei Vinci e in questo si inquadra anche il fermo di Salvatore Mancuso, fratello di Rosaria. Lo scopo della famiglia era quello di allargare la disponibilità dei propri terreni agricoli». Francesco Vinci, oggi ricoverato nel reparto grandi ustionati di Palermo, viene definito «un cancro», i carabinieri vengono definiti «cani». Emerge dalle attività in intercettazione la soddisfazione da parte di Barbàra di come le gravi ferite di Vinci, avute con l’aggressione del 2017, non gli consentiranno più di coltivare il terreno e di come l’età della moglie fosse un elemento di vantaggio, vista la morte del figlio Matteo, per potersi impossessare delle proprietà. Emerge la crudeltà: il rammarico di Barbàra di non avere portato a compimento l’omicidio di Francesco Vinci perché fermato dagli altri suoi familiari ormai convinti che l’aggredito fosse morto. Un piano criminale-imprenditoriale portato avanti senza scrupoli, con ferocia, già dal 2014. I reati che vengono contestati sono, infatti, oltre all’omicidio, anche il tentato omicidio e la detenzione di armi. «Il terreno dei Vinci non era il solo terreno in interesse da parte della famiglia Mancuso», ha spiegato Valerio Palmieri, comandante del Nucleo investigativo di Vibo Valentia: c’erano diversi appezzamenti di terreno sui quali i Mancuso avevano deciso di mettere le mani.

PER GLI AGRICOLTORI ERANO «LA ‘NDRANGHETA» Gli agricoltori di quella zona – sono riusciti a documentare i carabinieri  – quando parlano dei Mancuso li individuano come «la ‘ndrangheta», spiega Palmieri. L’attività terroristica posta in essere era portata avanti con una tranquillità impressionante. Parlano con naturalezza dei fatti pregressi e di quello che è avvenuto. Parlano della bomba, manifestano acredine contro i Vinci, ma, dicono, a causa della presenza dei «cani» non possono più procedere a «pulizzarli», a farli fuori, toglierli di mezzo tutti, perché i militari ormai presidiavano la zona. I carabinieri marcano ad uomo gli indagati e rinvengono nei loro terreni delle armi «che erano pronte all’uso», dice Palmieri. I soggetti erano anche convinti che gli inquirenti non avessero alcun elemento a loro carico. «Non ha visto nessuno – dicevano – nessuno sa, e comunque nessuno parla», era il loro mantra rassicurante. Si sbagliavano. E, come ha ripetuto il procuratore Gratteri in conferenza stampa, «la ricreazione è finita».

Alessia Truzzolillo
a.truzzolillo@corrierecal.it







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