La guerra di Anna contro le cosche: «Meglio morire che dargliela vinta»

Su Rai1 la storia della donna che si è scontrata con i clan delle Preserre Vibonesi Maiolo e Loielo. Minacce, intimidazioni, un agguato al figlio: «Non potevo cedere»

LAMEZIA TERME Ha subìto minacce ed è stata picchiata. Auto e magazzini incendiati. È lunga la lista che fa Barba Anna (presentandosi così, prima il cognome e dopo il nome), una donna la cui lotta contro i clan dura da più di trent’anni. E la sua non è una guerra semplice.
Anna lotta contro una delle mafie più crudeli e più arcaiche della Calabria: quella che si nasconde tra i boschi delle Preserre Vibonesi e che ha visto protagonisti i Loielo e i Maiolo, uniti dalla guida criminale di Antonio Altamura, capo locale di Ariola. Una guerra alla quale si aggiunse anche quella delle famigli più piccole, che tra estorsioni e rapine, diede vita a quella che passò alla storia come “la guerra del pane”. Anna lo ha raccontato con la sua voce, mostrando la sua forza e la sua tenacia, nella nuova puntata di “Cose nostre” su Rai1 (qui la puntata completa). «Dignità e lavoro. E andrai sempre avanti», erano le parole del padre di Anna, che lei fece sue quando iniziò a scontrarsi con i boss della zona. Uno scontro che ha inizio da quella che sembrava essere la bravata di un ragazzino di 16 anni e che farà precipitare, come dice lei stessa, la sua famiglia «dalla stelle alle stalle».
Il suo nome era Mimmo Sette e un giorno tentò di rapinare la suocera di Anna, ferendola. Lei, che rivendica orgogliosamente di essere soprannominata “la piciara di Arena”, (perché un suo lontano parente era più scuro di pelle ed era definito “piciaro”, cioè nero come la pece) tira due ceffoni al ragazzo, ignara che quel gesto sarà l’inizio della sua guerra personale contro la ‘ndrangheta. I Sette, infatti, gestiscono una panetteria ad Arena, dove lei si è trasferita da Dasà dopo il matrimonio, e vogliono imporre l’acquisto del loro pane a tutti i commercianti della zona, forti soprattutto del loro legame con Antonio Gallace, boss legato ai Gallace di Guardavalle, chiamato “lupo della Barbagia”.
Anna, che gestiva un negozio di generi alimentari insieme al marito, il quale avrebbe voluto raggiungere un accordo, è irremovibile sulla sua decisione: non si piegherà mai alle loro richieste. Ma la sfida inizia ad assumere toni forti anche per lei. Dopo un l’ennesimo rifiuto e l’incontro con Gallace – alcuni della famiglia Sette e un altro personaggio che si scoprirà poi essere un latitante – iniziano le intimidazioni. Le incendiano le macchine (Anna alla fine ne conterà 7), le bruciano i portoni e i magazzini, con milioni di lire di danni. «Erano gli anni dei sequestri e iniziavo ad avere paura», racconta. Anche nel paese molti avevano paura ma in modo diverso. Tutti pagano perché i clan chiedevano le mazzette ovunque «anche nei cimiteri». «A quel punto o pagavo o denunciavo. Ho parlato con la mia famiglia, i miei figli e mio marito – dice Anna –. Ho trovato l’appoggio dei miei figli (mio marito era per la pace), non potevo cedere al pagamento di questi bastardi».
Tra il ’94 e il ’95, dopo essere stata picchiata, il figlio Francesco subisce un agguato durante una battuta di caccia. In ospedale, tra la vita e la morte, riesce a riconoscere nei suoi aguzzini Mimmo Sette, Antonio Gallace e Giuseppe Taverniti (imparentato con Vincenzo Taverniti, capo bastone alleato dei Loielo). Scatta subito la denuncia e l’arresto dei tre. Con l’inizio del processo inizia per Anna un momento difficile: attorno a lei, in paese, il clima è pesante. «Mi dicevano che ero una prostituta – racconta -, buona donna dei carabinieri, subivo minacce per ritirarmi e che dovevo far passare quell’episodio come un incidente di caccia. Ma non ho mai vacillato. Anche perché rivivere quei momenti, con mio figlio rimasto invalido, è la morte». Anna non ha mai ceduto perché dalla sua «ho sempre avuto parte le Forze dell’ordine». Ad Anna viene concessa anche la scorta per 4 anni. «Ma a volte uscivo senza di loro perché – spiega Anna – avevo bisogno di andare in campagna per raccogliere le olive per fare l’olio che dovevamo vendere; loro poi mi chiamavano per chiedermi dov’ero». È stata anche più volte invitata ad andare via, in un posto più sicuro. «Per me era una sconfitta – dice –, meglio morire che dargliela vinta».
Dopo qualche anno è arrivata la sentenza di condanna anche in Cassazione per il processo sull’agguato al figlio. Ma Mimmo Sette dopo essere stato scarcerato, continua ad attraversare le stesse strade di Anna e di suo figlio Francesco e la tensione è ancora molto alta. «Quando ci incontra ci spunta per strada, ma è gente senza onore e dignità e che se la prende con me perché ho avuto coraggio».
A distanza di anni qualcosa sembra cambiare, i commercianti hanno iniziato a comprare anche da altri. «Dopo che mi sono imposta io che sono una diavola in persona e non ho paura – rivendica con un pizzico di orgoglio Anna –. Certo che si può cambiare. Sempre. E in meglio».





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