OSSESSIONE | L’ultrà “nero” in affari con la ‘ndrangheta

Vito Jordan Bosco, tra i fondatori del gruppo nazifascista “Blood&Honour” di Varese, è ricercato dalla Dda di Catanzaro per i rapporti con i narcos calabresi. Sarebbe il tramite tra gli uomini del clan Mancuso e il “cartello” marocchino che governa sui traffici di hashish

LAMEZIA TERME Per il momento Vito Jordan Bosco – uno dei 25 destinatari di decreto di fermo per narcotraffico nell’operazione Ossessione – è irreperibile. Il suo coinvolgimento in episodi legati al traffico di droga non è inedito. Bosco è stato il fondatore e capo dei “Blood&Honour”, ultrà neofascisti del Varese Calcio. Per gli investigatori che ne avevano chiesto l’arresto nel 2011 per spaccio, figure come la sua sono rappresentative di una «specificità varesina», cioè «la netta saldatura tra tifo razzista e criminalità comune: spesso i capi del tifo sono anche i capi dello spaccio di droga in diversi quartieri della città». Il nodo di quell’inchiesta – che si è conclusa con il proscioglimento per prescrizione – era il traffico di hashish dall’Olanda e lo spaccio nei quartieri della città. Sette anni dopo, il quadro è più complesso: l’ultrà nero diventa, per i magistrati della Dda di Catanzaro, uno dei riferimenti dei narcos calabresi in Spagna. In particolare, per «il tentativo di importare nel territorio nazionale, passando attraverso la Spagna, 3 tonnellate di hashish, provenienti da un’organizzazione criminale operante in Marocco». Il modus operandi è standardizzato: si parte con un “carico di prova”, prima di passare all’importazione vera e propria da perfezionare «con lo “scarico” presso il porto di Genova dove, attraverso i contatti di un gruppo criminale di Busto Arsizio servente all’organizzazione calabrese per il recupero dello stupefacente». È il segmento dell’inchiesta che ipotizza la corruzione di alcuni finanzieri in servizio nel porto ligure (ve ne abbiamo parlato qui). I calabresi raggiungono Malaga prima e il Marocco poi «per discutere e valutare personalmente, dapprima con Vito Jordan Bosco e in seguito con l’organizzazione marocchina, le strategie più opportune e le condizioni economiche più vantaggiose per l’acquisto».
Per i calabresi, Bosco è una figura importante. Il suo ruolo di trait d’union tra ‘ndrine e grossisti emergerebbe in una conversazione riportata nel decreto di fermo. Grazie al capo ultrà, il gruppo legato al clan Mancuso avrebbe «conosciuto il referente del “cartello” marocchino». Le “recensioni” sono positive: «È buono quello, molto buono. Lui comanda il Marocco, ha più cose lui che il re. Ha un ristorante, solo un ristorante gli è costato oltre 4 milioni di euro per farlo, me l’ha detto lui. Ma si vedeva che era… quando siamo entrati nei locali a Tangeri lo conoscevano tutti, gli aprivano le porte tutti». 
Gli inquirenti arrivano a Vito Jordan Bosco incrociando contatti telefonici e precedenti specifici in materia di spaccio (gli stessi per i quali è stato prosciolto per prescrizione). La valutazione conclusiva evidenzia il rischio del pericolo di fuga per l’ex capo ultrà. «Nel corso dell’attività d’indagine – scrivono i magistrati della Dda – in numerose occasioni mostrava anche di avere una disponibilità economica atta a garantirsi un’eventuale latitanza». Tra l’altro ha spesso «lasciato il territorio nazionale per recarsi all’estero, al fine di pianificare, organizzare e dirigere le illecite trattative». Non è un caso, probabilmente, che Bosco sia irreperibile. Era già successo nel 2011, quando era ricercato per il traffico di hashish dal Marocco. Un déjà vu: all’epoca si era trasferito in Spagna, a Guadario, dove aveva avviato una piccola attività commerciale. È a Malaga, invece, che gli emissari della ‘ndrangheta lo avrebbero contattato per mettere in piedi il trasporto del gigantesco carico di hashish da 3 tonnellate pronto a “invadere” il mercato italiano.

Pablo Petrasso
p.petrasso@corrierecal.it







Login

Welcome! Login in to your account

Remember me Lost your password?

Lost Password

error: Contenuto protetto