Vibo, Censore insiste per l’accordo coi sovranisti. E Lo Schiavo si ritira

L’ex deputato del Pd a Roma sta con Zingaretti ma nel “suo” capoluogo sostiene l’aspirante sindaco appoggiato anche dal movimento di Alemanno. Così l’ex capogruppo dei “Progressisti” rinuncia a candidarsi: «Tengono in ostaggio il centrosinistra». E a Serra fa discutere il «Patto col Nazzareno»

di Sergio Pelaia
VIBO VALENTIA
Secondo molti sarebbe stato il candidato naturale del centrosinistra alle elezioni comunali di Vibo. Ma un suo ritorno in campo, dopo la sconfitta contro il sindaco poi defenestrato Elio Costa (in foto un’iniziativa della campagna elettorale del 2015), non era ben visto dagli azionisti di maggioranza del Pd vibonese. Così Antonio Lo Schiavo, dopo aver atteso invano una ricomposizione del centrosinistra vibonese sulla sua candidatura, ha deciso di gettare la spugna. E lo ha fatto lanciando dure accuse proprio al dominus dei dem locali, l’ex deputato Bruno Censore, che invece insiste – cosa che ora nessuno tenta più di smentire – per sostenere un altro aspirante sindaco, l’avvocato Stefano Luciano, appoggiato tra gli altri anche dai vertici vibonesi del Movimento nazionale per la sovranità di Gianni Alemanno. A tentare una sintesi, nelle ultime ore, era stato il consigliere regionale Michele Mirabello, che aveva auspicato un’alleanza talmente larga da comprendere sia Luciano che Lo Schiavo. Ma una tale intesa era evidentemente irrealizzabile.

«CENTROSINISTRA TENUTO IN OSTAGGIO» Lo Schiavo ha affidato a Facebook l’annuncio del ritiro della sua candidatura: «Avevo dato la disponibilità a valutare insieme l’utilità di un nuovo impegno, purché questo potesse servire a dare forza a un’idea diversa di città e potesse servire anche alla ricostruzione di un’area progressista vibonese, oggi al massimo punto di debolezza e che rischia di scomparire dalla vita cittadina. Nonostante questa disponibilità – scrive Lo Schiavo – avesse avuto la condivisione di tanti dirigenti del Partito democratico, oltre che della sinistra vibonese e di semplici cittadini che non mi stancherò mai di ringraziare, la risposta di un altro pezzo del Pd, che non so dire se sia maggioranza o minoranza ma che è rappresentata dall’ex deputato Censore e dal consigliere Mirabello, non è stata altrettanto convinta, ma anzi ha dimostrato una netta contrarietà al mio impegno rendendo chiaro, con dichiarazioni e gesti pubblici, la scelta di optare per altre candidature a sindaco e altri tipi di alleanze».
«Tutto legittimo», prosegue l’ex capogruppo dei “Progressisti per Vibo”, ma «di fronte a queste prese di posizione così forti (e per me anche paradossali), a cui non è seguita con adeguata nettezza alcuna scelta chiarificatrice nazionale o regionale del Pd, si è inevitabilmente indebolita quella che doveva essere la scelta più naturale per il Pd e cioè marcare una discontinuità, di uomini e idee, con chi ha governato fino ad ieri questa città. Devo quindi constatare, non senza rammarico, che non vi sono le condizioni politiche per un mio impegno diretto». Lo Schiavo si dice quindi dispiaciuto per com’è andata a finire, «anche perché la sensazione è che invece vi sia una larga parte della città che non condivide queste scelte, che si è stancata degli accordi fatti nel chiuso delle “segrete stanze”, di queste imposizioni, di questo stato di cose della politica vibonese». Il problema, insomma, è per Lo Schiavo «molto più serio e ampio rispetto ad una mia eventuale candidatura, e riguarda la stessa sopravvivenza di un’area politica tenuta ancora in ostaggio da progetti politici non collettivi, ma di singoli individui».

IL PATTO DEL NAZZARENO Insomma a Vibo il Pd e il centrosinistra sembrano autocondannarsi all’inconsistenza, tanto più che gli ex consiglieri comunali dem hanno rotto con Censore e si sono accasati dal senatore forzista Giuseppe Mangialavori. Intanto lo stesso ex deputato, che alle Primarie ha fatto incassare numeri bulgari a Zingaretti, nel suo feudo di Serra San Bruno ha stretto un accordo con il consigliere regionale di centrodestra Nazzareno Salerno (ne abbiamo scritto qui) per “salvare” il sindaco a lui fedele. Già ribattezzato «Patto col Nazzareno», l’accordo arriva dopo l’uscita dal Pd di tre consiglieri (due ex vicesindaci e un ex assessore) e l’azzeramento della giunta da parte del primo cittadino serrese Luigi Tassone. Così il voto dell’unico esponente vicino a Salerno nel consiglio comunale serrese, Jlenia Tucci, servirà a tenere in piedi la maggioranza che fino a poco tempo fa era un monocolore dem. Ma proprio nelle scorse ore i tre “dissidenti” usciti dal Pd in polemica con Censore hanno rivelato alcuni particolari destinati a far discutere. Innanzitutto sull’accordo trasversale tra i due rivali storici – «Censore ha obbligato il sindaco ad andare con lui a Verona per stringere l’accordo con Salerno» – ma anche sulle dinamiche interne al Pd vibonese: «Il partito – hanno detto i dissidenti – era ormai privo di dialogo e ogni scelta era preconfezionata e predeterminata. Noi dovevamo solo alzare la mano per ratificare le scelte prese da Censore all’oscuro di tutti». E ancora: le liste in lizza alle Primarie sarebbero state «stilate senza nessun confronto preventivo, senza ascoltare la base, tanto che le abbiamo apprese solo dalla stampa». Quindi le recenti elezioni provinciali, che sarebbero state «perse volontariamente, una sconfitta ponderata, studiata a tavolino secondo una strategia precisa». E persino l’assegnazione (annunciata pubblicamente) della cittadinanza onoraria di Serra al presidente della Regione Mario Oliverio sarebbe saltata all’improvviso dopo la rottura tra il governatore e l’ex deputato: «Era tutto pronto, anche la festa, poi all’improvviso è arrivato il dietrofront e non se n’è fatto nulla».

s.pelaia@corrierecal.it







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