Messaggi hard e minacce, la Diocesi difende i due sacerdoti

La versione della Curia di Mileto sull’inchiesta che coinvolge due preti vibonesi: «Accuse false inventate dal debitore»

VIBO VALENTIA «Al contrario di quanto apparso sulla stampa, non è stato don Maccarone a minacciare il debitore, evocando l’intervento di chissà chi, ma è stato questo a raggirare il sacerdote e a tentare ogni ricatto registrando a sua insaputa conversazioni telefoniche, il cui contenuto è stato artatamente alterato e artificiosamente interpretato fino ad accusarlo di messaggi a sfondo sessuale con la figlia disabile e cose del genere, con minaccia per di più di rendere pubblici quei messaggi». Lo afferma in una nota la Diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea in riferimento alla notizia della richiesta di rinvio a giudizio di due sacerdoti del Vibonese accusati di tentata estorsione aggravata dalle modalità mafiose (qui i dettagli).
«Il tutto – prosegue – finalizzato chiaramente a trovare una scusa e non restituire il denaro. È grave ed immorale da parte di un padre giocare con la onorabilità di una figlia per soldi. Capito il soggetto e vista l’impossibilità di riavere il denaro prestato, don Maccarone e De Luca hanno inteso tagliare completamente i ponti con il debitore rinunciando a tutto il dovuto. In risposta il tale ha provveduto ad inventare un’accusa inesistente e a denunciare alla Dda la falsità dell’accaduto, per di più con l’aggravante mafiosa».
«Bisogna prendere atto, purtroppo – prosegue la nota della Diocesi – che, quando ci sono in mezzo dei sacerdoti, i pruriti che scattano sono i più disparati pur di mettere in evidenza ed in cattiva luce le persone. In questo senso appare strano che mentre del soggetto veramente sotto accusa si danno solo le iniziali del nome per i due sacerdoti non c’è risparmio di particolari, a prescindere dalla verità oggettiva dei fatti».
«L’unica “vera” verità – è scritto nel comunicato – è che i due sacerdoti, spinti da carità cristiana, hanno inteso aiutare e venire incontro alle richieste disperate del signor R. M., come si evince dalla dichiarazione dello stesso, dandogli in prestito “grazioso”, in data 11 ottobre 2012, la bella somma complessiva di 8.950 euro, quale acconto per pagare un debito da lui contratto. La predetta somma non è stata mai restituita, come non è stato pagato il resto del debito, a dire dello stesso interessato».
«Circa l’accusa di violenza e di tentata estorsione di stampo mafioso usata da don Maccarone nei confronti del debitore – afferma la Diocesi – è senza riscontri nella realtà. Avere un parente che conosce il tale dei tali, non significa avere legami e rapporti di frequentazione con certi ambienti. Le elucubrazioni evocative di senso contrario sono frutto di fantasia e di malevolenza di chi le ha costruite e le ha messe in giro. A questo riguardo don Maccarone, con le autorizzazioni dovute, ha provveduto già ad una “denuncia-querela” alla Procura della Repubblica di Vibo Valentia per tramite del Comando dei carabinieri di Mileto per tutelare la sua immagine. Inoltre con una Pec dei giorni scorsi, tramite il suo avvocato di fiducia, ha chiesto di essere ascoltato dalla dottoressa Annamaria Frustaci della Dda di Catanzaro, titolare dell’inchiesta».







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