La «via italiana» (e calabrese) agli studi sui “posseduti”

Dai saggi che cedono all’esterofilia al libro di Ceravolo sugli “spirdàti” di Serra San Bruno. Così si riapre il dibattito sulle ricerche antropologiche che indagano i fenomeni di possessione

di Sergio Pelaia
Il pretesto è una raccolta di saggi pubblicata per la prima volta in italiano, ma la «polemica» va ben oltre e passa dal racconto di ricordi personali alla critica verso un approccio che spesso cede all’esterofilia finendo per non accorgersi di ciò che accade (ed è accaduto) in casa nostra.
Il libro in questione è “Il diavolo in corpo” (Meltemi), a cura di Moreno Paulon, il cui titolo è però fuorviante perché, come invece specificato nel sottotitolo, si tratta di una raccolta di saggi (di Aihwa Ong, Jean-Pierre Olivier de Sardan e Janet McIntosh) «sulla possessione spiritica» e non diabolica. La differenza non è di poco conto se si indaga sulle funzioni religiose, sociali, politiche e terapeutiche della possessione. I saggi curati da Paulon lo fanno in contesti extraeuropei ma, come segnala Vito Teti su La Lettura del Corriere della Sera, ben poco si concentrano sul panorama italiano degli studi in questione. Studi che riguardano anche la Calabria e che non sono certo da liquidare in poche righe.

GLI SPIRDÀTI DI SERRA SAN BRUNO Il racconto di Teti su La Lettura parte da un giorno del 1962. L’antropologo all’epoca frequentava la scuola media a Serra San Bruno, nel Vibonese, cittadina poco distante dal suo paese, San Nicola da Crissa. Era il lunedì di Pentecoste: «Con altri compagni – scrive Teti – mi recai alla vicina Certosa di San Bruno di Colonia e da lì raggiunsi a piedi Santa Maria del Bosco e il laghetto dentro il quale il santo si immergeva per pregare, la chiesetta che portava i segni del terremoto del 1783, una grotta dove il santo faceva penitenza. Fu attorno a questo luogo sacro, in cima a una breve gradinata, che vidi una folla urlante e, dentro alla grotta con una statua del santo, vidi la spirdàta che urlava, blaterava, mormorava parole incomprensibili, cercava di sollevarsi in alto, mentre i familiari tentavano di coprirla e tenerla ferma». Il «dramma» dei posseduti, che in quel giorno, almeno dal XVI secolo e fino alla fine del 900, andavano a bagnarsi nel laghetto in cui sarebbero stati calmati dalle presunte doti taumaturgiche di San Bruno, era stato descritto da Ernesto De Martino – come un «relitto» del passato che andava documentato, sì, ma anche superato – in un articolo del 1960, “Purificazione di giugno”, poi pubblicato in “Furore, simbolo e valore”. Il fenomeno degli “ossessi” è stato poi progressivamente dimenticato: anche se ancora recentemente (come abbiamo raccontato qui) capita che tra gli abeti delle Serre si celebrino degli esorcismi “abusivi”, con questi riti non c’entrano più nulla i monaci certosini che puntualmente invitano a rivolgersi ai medici chi ancora bussa alla loro porta chiedendo che una persona cara venga “liberata” dal male.

DA DE MARTINO A CERAVOLO Uno dei più «problematici e documentati libri sulla possessione in Calabria» si intitola “Gli spirdàti”, scritto dopo una lunga ricerca dallo storico Tonino Ceravolo e ripubblicato (e aggiornato) nel 2017 da Rubbettino con una bella prefazione di Giovanni Pizza (potete leggerla qui). Teti cita entrambi, passando anche per un testo «ormai classico» come “Il ponte di San Giacomo” di Luigi Lombardi Satriani e Mariano Meligrana (Sellerio), per sottolineare come, nei saggi curati da Paulon, «il confronto con De Martino e gli studi italiani non può ritenersi autentico, se persino nella bibliografia di chiusura – autodefinita “estesa” e “a beneficio degli studi a venire” – si ignorano non solo tali studi, ma addirittura si omette lo stesso De Martino, del quale non si citano né i fondamentali lavori legati all’area salentina né le indagini più circoscritte condotte in Calabria, poi utilizzate da altri studiosi come presupposto per ulteriori ricerche». In particolare lo stesso Ceravolo ne “Gli spirdàti” ha valutato in maniera critica l’analisi di De Martino e «ha messo in rapporto la possessione da spiriti di area meridionale con fenomeni analoghi diffusi in vaste aree dell’Europa orientale, evidenziando i nessi tra santità taumaturgica, credenze presenti nelle culture popolari europee, pratiche religiose e costruendo un ampio quadro comparativo».

FENOMENO «ESOTICO»? Insomma i tre saggi raccolti ne “Il diavolo in corpo” sono «senz’altro da leggere», ma se si studiassero anche i lavori di Ceravolo, Pizza (“La vergine e il ragno”), Lombardi Satriani-Meligrana e Carlo Ginzburg (“Storia notturna”), si eviterebbe di considerare la possessione un fenomeno «irriducibilmente esotico». Insomma, sostiene Teti, bisognerebbe abbandonare «distinzioni desuete tra “sguardo da lontano” e “sguardo da vicino”». Perché «chi pensa sempre che l’antropologia sia quella che si rivolge lontano da noi, non fa che precludersi la conoscenza di quanto avviene a casa nostra, che casa diventa anche di chi arriva». «Nel momento in cui milioni di persone – conclude l’antropologo – si spostano ed altri milioni restano, forse dovremmo cercare di capire dove sono andati a finire, come vivono e sono curati quelli che un tempo erano gli spirdàti e che oggi, invece, sono cancellati, rinchiusi, reclusi». (s.pelaia@corrierecal.it)







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