L’incubo di un imprenditore nel feudo del clan Mancuso – VIDEO

Blitz a Nicotera: sette indagati per un’estorsione. In manette il “patriarca” Antonio Mancuso e il nipote. Le minacce e il “carisma” mafioso della cosca per recuperare un credito. La vittima costretta ad affiggere il cartello “Vendesi” davanti alla propria attività – NOMI

Antonio Mancuso

VIBO VALENTIA È un incubo, quello raccontato nelle pagine del decreto di fermo eseguito dai carabinieri della Compagnia di Tropea, sotto il coordinamento della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro diretta dal procuratore Nicola Gratteri. L’incubo di un imprenditore che ha contratto un debito con la persona sbagliata e, per questo, sperimenta i metodi del clan Mancuso. Succede a Nicotera: per mesi la vittima è nelle mani dei suoi aguzzini. Fino all’esecuzione del provvedimento di fermo che pone fine all’estorsione. In manette sono finiti Antonio Mancuso, 81enne esponente di vertice della famiglia di ‘ndrangheta dei Mancuso, e il nipote, Alfonso Cicerone, 45 anni.

GLI INDAGATI Gli indagati sono in tutto sette: oltre ad Antonio Mancuso e Giuseppe Cicerone, ci sono anche Giuseppe Cicerone (88 anni), Salvatore Gurzì (34 anni), Andrea Campisi (37 anni), Rocco D’Amico (38 anni) e Francesco D’Ambrosio (39 anni).

L’OMBRA DEL CLAN I Cicerone sarebbero «concorrenti e cointeressati» di Mancuso, «incaricati di tenere direttamente i rapporti con la vittima» dell’estorsione, D’Amico, Gurzì e Campisi, invece, sarebbero «esecutori materiali». Al centro della vicenda c’è un credito di 100mila euro vantato da una donna nei confronti di un imprenditore, credito derivante dalla cessione nel maggio 2011 di un immobile a Nicotera. Per recuperare quel credito, il gruppo sarebbe ricorso a «violenze e minacce» e avrebbe sfruttato «l’appartenenza dei Cicerone e di Mancuso alla famiglia di ‘ndrangheta dei Mancuso di Limbadi» assieme al «carisma mafioso di Antonio Mancuso, connesso al suo ruolo di referente riconosciuto di tale famiglia di ‘ndrangheta».

LE MINACCE Sono diversi gli step attraverso i quali si sarebbe realizzata l’estorsione. Dal gennaio al marzo 2018, la gang avrebbe indotto, secondo quanto riporta il decreto di fermo, «la vittima ad accettare di estinguere il residuo debito versando 15mila euro ogni tre mesi, somma poi ridotta a 5mila euro ogni tre mesi». Più avanti, «nell’ottobre 2018», Alfonso Cicerone, «alla presenza di Antonio Mancuso», avrebbe urlato «con tono minaccioso nei confronti della vittima, intimandogli di consegnare la somma dovuta a qualsiasi costo e di non far fare brutta figura allo zio (Antonio Mancuso), quindi, nei giorni successivi, entrambi intimavano alla vittima di togliere tutti i mobili dal suo negozio entro due giorni».

IL CARTELLO “VENDESI” «Non aprire la serranda che mi incazzo… o porti i soldi entro sabato o lunedì non aprire», è una delle frasi riportate nel decreto e indirizzata all’imprenditore finito nelle mani degli aguzzini. Per appianare le “divergenze”, alla vittima sarebbe stato proposto «di prendere soldi “a strozzo” dallo stesso Mancuso, così ottenendo la consegna in contanti di ulteriori 5mila euro». L’escalation di minacce continua. Nel maggio 2019, Alfonso Cicerone diventa più esplicito: «Hai preso per il culo mio zio Antonio! Entro domenica mi devi dare i soldi e martedì, se non mi vuoi dare i soldi, devi stare chiuso! Siamo arrivati a questo punto perché c’è mio zio Peppino Cicerone di mezzo, altrimenti io avrei già preso provvedimenti». Sono frammenti dall’incubo di un’estorsione. All’imprenditore, a un certo punto, è stato anche imposto di affiggere il cartello “Vendesi” alla propria attività. E quando si raggiunge un “accordo”, alla cifra concordata si aggiungono interessi del 10% al mese. Con una postilla: «Vedi di pagare puntualmente altrimenti ci penso io personalmente».







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