Otto anni di paura e minacce prima della denuncia

Il racconto degli inquirenti sull’estorsione di Nicotera. Il debito contratto nel 2011, i prestiti a usura. Il progetto di una rappresaglia fisica e di un’intimidazione al negozio – VIDEO

di Alessia Truzzolillo
VIBO VALENTIA
«Hai preso per il culo mio zio Antonio! Entro domenica mi devi dare i soldi e martedì, se non mi vuoi dare i soldi, devi stare chiuso! Siamo arrivati a questo punto perché c’è mio zio Peppino Cicerone di mezzo altrimenti io avrei già preso provvedimenti». A minacciare un imprenditore di Nicotera è Alfonso Cicerone che proferisce queste parole davanti allo zio Antonio Mancuso, boss nell’omonima famiglia di ‘ndrangheta, appartenente alla cosiddetta generazione degli 11. Cicerone e Mancuso sono stati tratti in stati di fermo giovedì mattina dai carabinieri della Compagnia di Tropea e della stazione di Nicotera (qui la notizia), in seguito alle indagini che i militari hanno svolto e che sono state coordinate dal procuratore capo della Dda di Catanzaro Nicola Gratteri e dal sostituto Antonio De Bernardo. Per Gratteri si tratta di un’operazione importante, così come «è importante il dato, concreto, che la gente si stia avvicinando a noi con fiducia. Questo ci dice che siamo sulla strada giusta».
Le accuse principali rivolte ai due fermati sono estorsione e usura aggravate dal metodo mafioso. La vicenda è stata raccontata nel corso di una conferenza stampa dal comandante della Compagnia di Tropea, Nicola Alimonda.

Antonio Mancuso

ESTORSIONE DAL 2011 «L’estorsione andava avanti dal 2011, quando l’imprenditore nicoterese aveva acquistato un immobile e con la controparte aveva stabilito di pagare il debito in due parti, una da 250mila euro da saldare subito e una seconda trance da dilazionare nel tempo». Non riuscendo l’imprenditore a pagare una tranche del debito da 100mila euro Antonio Mancuso entra nell’affare ponendosi quasi come una agenzia di recupero crediti, ma imponendo interessi di natura usuraria del 10% su ogni dazione di denaro non versato. 
Nella vicenda sono indagate a piede libero altre cinque persone: Giuseppe Cicerone, Salvatore Gurzì, Andrea Campisi, Rocco D’Amico, Francesco D’Ambrosio. Sono accusati di avere agito in concorso, come struttura logistica e operativa nel portare avanti le vessazioni ai danni dell’imprenditore. Secondo quanto ricostruito dalle indagini, Antonio Mancuso pretendeva dalla vittima che i 5mila euro versati a trimestre erano da considerarsi quale affitto dei locali (che in realtà erano già di proprietà dell’imprenditore) e non andavano a decurtare il debito residuo da pagare per l’acquisto. Avevano anche imposto alla vittima di affiggere alla vetrina della propria attività il cartello “vendesi”. E in vista della scadenza di una rata a giugno 2019 Cicerone riferiva alla vittima che Mancuso era molto arrabbiato e che il suo atteggiamento da quel momento sarebbe cambiato e le comunicazioni per il pagamento sarebbero avvenute tramite Rocco D’Amico. A giugno 2019 Mancuso pretendeva il pagamento di altre 11.500 euro (5000 euro per il trimestre gennaio/marzo, 5000 per aprile giugno, 500 euro di interesse (10% mensile su 5000 euro).

OTTO ANNI DI ESTORSIONI Dopo otto anni di estorsioni l’imprenditore nicoterese ha deciso di rivolgersi alle forze dell’ordine. Le indagini sono partite a maggio 2019. Pedinamenti, intercettazioni, accertamenti, hanno permesso di ricostruire le minacce e anche i progetti che il gruppo aveva di imporre la chiusura forzosa dell’attività commerciale. Avevano progettato anche una rappresaglia fisica, che non si è concretizzata, e un atto intimidatorio ai danni del negozio.

LE INDAGINI VANNO AVANTI Le indagini, però, non si fermano qui. C’è da stabilire, in questa vicenda, il ruolo che hanno avuto altri protagonisti al momento non indagati. (a.truzzolillo@corrierecal.it)







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