La solitudine dei coniugi Vinci nel processo per l’autobomba a Limbadi

Nessuno si è costituito parte civile. Rosaria Scarpulla: «Sperimentiamo l’omertà anche delle istituzioni»

CATANZARO Da soli, nell’ultima fila dell’aula della Corte d’assise del Tribunale di Catanzaro, i coniugi Francesco Vinci e Rosaria Scarpulla hanno assistito alla prima udienza del processo per l’autobomba che uccise loro figlio, Matteo Vinci, nell’aprile del 2018.
Una solitudine materiale e simbolica, visto che nessuno si è costituito parte civile nel procedimento: non ci sono istituzioni, enti locali, associazioni. E Rosaria Scarpulla spiega alla Gazzetta del Sud che «questa aula vuota è il segno di quello che abbiamo dovuto combattere fino adesso, l’omertà anche delle istituzioni. Davanti a questi comportamenti come si pretende che i cittadini si espongano alla violenza dei clan?».
In udienza, la difesa di Rosaria Mancuso (stretta parente di alcuni capi della cosca di Limbadi) si è vista respingere l’istanza sollevata sulla presunta nullità del decreto di fissazione dell’udienza preliminare in quanto era stato notificato solo all’altro codifensore. Gli imputati nel processo sono quattro e devono rispondere di omicidio, tentato omicidio, detenzione e porto illegale di esplosivo, lesioni personali, armi e tentata estorsione, reati tutti aggravati dalle modalità mafiose. Rosaria Mancuso e il genero Vito Barbara vengono ritenuti «ideatori e promotori del delitto» in concorso con altri soggetti non identificati. Alla sbarra anche Lucia Di Grillo, di 29 anni, che risponde soltanto dell’imputazione relativa alle armi. Inoltre Barbara, la Mancuso e il marito Domenico Di Grillo, 71 anni sono accusati del tentato omicidio di Francesco Vinci colpito ripetutamente con un’ascia e un forcone.







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