«Ci sono mafiosi “invisibili”. Potrebbero essere anche politici»

Le parole dei pentiti sulle “nuove doti” della ‘ndrangheta. Arena: «In Calabria ci sono santisti a vita». Zappia: «Alcune cariche le hanno sette-otto persone in tutto il mondo»

di Pablo Petrasso
CATANZARO
«Fino a Medaglione, Principino si sa, ma da Principino in poi viene l’invisibilità. Non si sa, può essere anche un politico. Chi lo sa. A quei livelli là non ci sono mai arrivato io». Rosario Michienzi partecipò come autista alla strage dell’Epifania a Sant’Onofrio negli anni 90. Poi, da pentito, ha svelato ai magistrati antimafia dettagli del rapporto perverso tra clan e religione che ha avvelenato tante pubbliche manifestazioni di fede. Le sue parole, registrate in un’aula del Tribunale di Vibo Valentia il 3 dicembre 2001, entrano nell’ordinanza di custodia cautelare dell’operazione “Rinascita Scott”. I nomi delle “doti” di ‘ndrangheta che Michienzi e altri collaboratori di giustizia snocciolano davanti ai pm possono suonare persino ridicoli, ma servono a raccontare il modo in cui il potere mafioso si evolve. Nelle parole dei pentiti si tratteggiano figure criminali e cariche che si elevano fino a svanire. Perché la ‘ndrangheta è tanto più potente quanto più è invisibile. E nell’invisibilità può nascondersi chiunque, «anche un politico, chi lo sa». È una dote, l’invisibilità, già cristallizzata in due sentenze scaturite da altrettante operazioni della Dda di Reggio Calabria: “Bellu Lavuru” e “Gotha”.

I SETTE “SANTISTI” «A VITA» Uno dei passaggi storici nella metamorfosi dei clan calabresi è la creazione della “santa”, la dote che permette agli ‘ndranghetisti di relazionarsi con il “mondo di sopra” (politica, impresa, istituzioni). Bartolomeo Arena, la cui collaborazione con la Dda di Catanzaro è molto recente, ripercorre le “regole” della ‘ndrangheta di Vibo Valentia e quelle dell’intera organizzazione. Dai livelli più bassi di affiliazione a quelli più elevati. Spiega, Arena, che «con la dote della Santa, allo ‘ndranghetista è consentito avere contatti con esponenti delle istituzioni e persino con le forze dell’ordine».

LE “DOTI SPECIALI” La dote della Santa, per Arena, «solitamente è di passaggio a eccezione di alcuni casi. Esistono però sette santisti nella Calabria che manterranno quella dote a vita, è una carica speciale. Dopo la Santa, viene conferito il Vangelo, il Trequartino, Quartino e il Padrino. Poi ci sono doti speciali: ho sentito nominare Bartolo, Conte Ugolino e altre; si dice che siano 23 in tutto”. Questo interrogatorio di Bartolomeo Arena risale allo scorso mese di ottobre. Nel marzo 2019, invece, il pentito reggino Diego Zappia ha parlato di “nuove doti”: «Sono a conoscenza che esistono le doti: Santa, Vangelo, Trequartino, Quartino, Padrino, Semicrociata, Crociata, Stella, Mammasantissima; poi conosco tre doti che nessuno sa e che ce le hanno sette-otto persone in tutto il mondo. Me le ha confidate quel vecchietto che era detenuto con me, Domenico Focà, arrestato nel processo Crimine: le doti che mi ha detto vengono nominate Tredicesimo apostolo, Infinito e Super associazione». L’interesse per le nuove doti non è soltanto accademico. Serve a indagare il fenomeno mafioso, a comprendere quale potrebbe essere la prossima trasformazione.

LE TRASFORMAZIONI DELLA ‘NDRANGHETA Tra gli anni Sessanta e Settanta, nessuno poteva immaginare che le nuove leve criminali avessero in mente di dare un nome a una specie di ‘ndranghetista per conferirgli dei poteri speciali. E invece nasce la Santa, che stravolge l’ordinamento dell’organizzazione, consentendo ai boss la possibilità di una seconda affiliazione, quella alle logge coperte della massoneria. Il passaggio serve per creare una mafia 2.0, non più subalterna rispetto a chi gestisce la cosa pubblica. Gli effetti di quella scelta in termini di potere e capacità di infiltrazione si vedono ancora oggi. Le “nuove doti” e i loro nomi sui generis potrebbero aprire agli investigatori le porte per la comprensione di nuove metamorfosi mafiose. Dal contrabbando di sigarette al narcotraffico, dai rapimenti ai rapporti con la politica. Il nuovo passo della ‘ndrangheta potrebbe essere quello che Michienzi tratteggia già nel 2001: il tentativo di intossicare la realtà diventando invisibile. E per tutto c’è un nome. (p.petrasso@corrierecal.it)





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