I SOLDI DEI CLAN | Yacht a Vibo e società in Inghilterra e Ungheria. La caccia internazionale al denaro sporco

Dalle indagini dell’operazione “Rinascita” inizia il viaggio degli inquirenti tra partecipazioni societarie e beni di lusso. Comincia tutto da un nomignolo, una villa e una barca di lusso. Il ruolo di Giovanni Barone e la mutazione della ‘ndrangheta. «Si infiltra nelle aziende in crisi usando capitali stranieri»

di Pablo Petrasso
CATANZARO
Gaetano Loschiavo e i suoi familiari abitano in un decrepito immobile di Sant’Onofrio. Sembra una casa abbandonata e in effetti lo è. La loro vera residenza si trova a Stefanaconi, in una palazzina che non esiste né per il Catasto né per l’Agenzia del Territorio di Vibo Valentia. Loschiavo, stando ad alcune segnalazioni delle forze dell’ordine, pare muoversi spesso a bordo di auto con targa ungherese. Tre controlli lo “registrano” su una Bmw X5, una Mini Cooper intestata a una società con sede a Budapest e una Bmw X6 in uso a Giovanni Barone. Barone e Loschiavo hanno molto in comune secondo i magistrati della Dda di Catanzaro che hanno firmato la richiesta di misure cautelari dell’operazione Rinascita Scott: redditi sproporzionati rispetto al tenore di vita, rapporti con il clan Bonavota e un’accusa – ovviamente da provare – di riciclaggio internazionale.

NELLY E IL “GIOCO DELL’OCA” Le inchieste sulla ‘ndrangheta, da anni, non hanno nulla da invidiare ai grandi gialli finanziari. Si parte da un posto di blocco sulla statale 606 a Vibo Valentia e si arriva, seguendo il filo degli affari, in Ungheria, in Gran Bretagna, a Cipro. Nel caso delle cosche vibonesi, i punti di partenza sono diversi. Il “gioco dell’oca” inizia con un nome, anzi un nomignolo: Nelly. Gli investigatori lo trovano stampato sul cancello di una villa a Pizzo e sulla scocca di uno yacht battente bandiera olandese e inglese (il “Nelly Star”, appunto), attraccato al porto di Vibo Valentia. Due lampi di lusso – non gli unici – che Giovanni Barone può permettersi nonostante una condizione economica apparentemente ordinaria. La villa viene acquistata – per i pm antimafia di Catanzaro – «mediante il ricorso a provviste cospicue di denaro che non sembrerebbero derivare da un regolare accesso al credito». Costa 302mila euro, versati dalla moglie di Barone tramite assegni bancari e vaglia postali; sugli immobili «non risultano iscrizioni ipotecarie» come garanzia «per eventuali mutui concessi». Dunque, si deve «presumere» che la cifra fosse già pronta per essere investita. Una «circostanza che evidenzierebbe una palese sproporzione fra la provvista in esame e la capacità reddituale» del nucleo familiare di Barone, ipotesi da sottoporre ad approfondimenti investigativi.

STORIA INTERNAZIONALE DI UNO YACHT Quasi alla fine del pontile del molo numero 1 del porto di Vibo, invece, c’è il “Nelly Star”. I carabinieri lo scoprono quasi per caso l’11 aprile 2018. La targa ungherese della Bmw X6 di Barone spicca, nel parcheggio del porto, tra le tante “normali” automobili italiane. Quando i militari la notano, si inoltrano tra le banchine e trovano Barone, solo a tavola, a bordo dello yacht di tipo “Azimut-Az 58-Vip Luxury”. Una settimana dopo la scena si ripete: i carabinieri ispezionano l’area e Barone è di nuovo lì, questa volta intento a lavorare al proprio personal computer.
Anche i beni di lusso (forse più di altri oggetti) hanno una storia. Quella del “Nelly Star” conduce gli investigatori in giro per l’Europa. Lo yacht, ai suoi esordi, si chiamava “Marratxa”. È stato immatricolato nel Principato di Andorra e l’armatore è di nazionalità olandese, così come olandese è il porto d’attracco principale, quello della cittadina di Den Helder. L’assicurazione – con un premio annuo di circa 2.400 euro – è stata stipulata in Spagna. E la proprietà appartiene a una società di diritto ungherese, la “Limetta Home Kft”, la cui titolare è Eva Erzsebet Szilagy, nata a Budapest. Sarebbe Szilagy, secondo gli inquirenti, a pagare i 5mila euro annui necessari a garantire l’attracco del natante al molo.
La “Limetta Home Kft” non è l’unico incrocio con Budapest che gli uomini della Dda troveranno nel corso delle loro indagini su Barone e Loschiavo. È soltanto il primo.

DA LONDRA A BUDAPEST Barone, invece, incrocia nell’ultimo decennio «cariche e partecipazioni in diverse società italiane ed estere». Ha interessi imprenditoriali che spaziano dalla produzione di idropitture a quella di alluminio e strutture metalliche. Non mancano finanziarie e sconfinamenti all’estero, nella “Liquid Finance Limited”, registrata nel Regno Unito, e nella “Umbrella Corporation Kft”, registrata in Ungheria con sede legale a Budapest. Nel caso della società britannica – di cui Barone risulta essere il direttore commerciale –, gli investigatori considerano «interessante» la “mission” dell’azienda, «ovvero l’acquisizione e il sostegno finanziario di aziende di costruzioni edili oppure immobiliari che versano in difficoltà economiche». La “Umbrella”, invece, si occupa di commercio all’ingrosso di legname, materiali da costruzione e articoli igienico-sanitari. Non è tutto: Barone risulta essere collegato anche a una società svizzera: la Eurofinprofit SA.

«MANI SULLE AZIENDE IN CRISI» Gli ingredienti del “giallo finanziario” ci sono tutti. Nelle valutazioni degli inquirenti, però, si aggiunge uno spettro inquietante. Nel richiamare altre operazioni antimafia in cui emerge la figura del commercialista, l’accusa dei pm ne sottolinea «la capacità mostrata (…) di insinuarsi, attraverso società di diritto estero, all’interno delle compagini societarie di aziende che versano in difficoltà economica, ciò grazie alla promessa di ripianamento della situazione debitoria attraverso l’afflusso di capitali provenienti dalle citate società straniere».
Barone avrebbe formalizzato «una serie di proposte di finanziamento nei confronti di imprenditori del Nord Italia che, in quel momento, incontravano difficoltà con l’accesso al credito attraverso i circuiti bancari convenzionali». Quei «finanziamenti promessi», in effetti, «sarebbero stati elargiti da società finanziarie di diritto inglese, direttamente o indirettamente riconducibili allo stesso Barone». Il “gioco dell’oca” comincia a prendere forma: per cercare i primi riscontri, gli inquirenti tornano indietro di qualche anno, e rileggono vecchie indagini in cui emergono i segnali di un “nuovo” meccanismo di infiltrazione della ‘ndrangheta nell’economia legale. Non più soltanto minacce e intimidazioni, ma una strategia raffinata. Con una solida base di partenza: una montagna di soldi da investire e riciclare. (1. Continua)







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