RINASCITA | La paranoia del boss «lasciato solo»

Le intercettazioni in carcere di Leone Soriano. La rabbia contro i parenti e i “compari” che lo hanno abbandonato. E lo sconforto della figlia secondo la quale, riporta la Dda, «con le sue idee non è mai stato presente come padre»

di Alessia Truzzolillo
CATANZAR
O Minacce, insulti, gesti osceni verso la telecamera. Leone Soriano sa di essere intercettato durante i colloqui in carcere. È un animale in gabbia, letteralmente. Incontenibile mentre sua moglie cerca in tutti modi di calmarlo e riportarlo ad argomenti di ordine quotidiano. Lui non sente ragioni, più volte sputa in direzione della lucina verde che lo sta riprendendo.
 L’8 marzo 2018 sette esponenti del clan Soriano di Filandari sono stati tratti in stato di fermo nel corso dell’operazione “Nemea” eseguita dai carabinieri della provinciale di Vibo Valentia. Tra le accuse contestate – tutte aggravate dal metodo mafioso – ci sono estorsione e detenzione di armi. Leone Soriano è considerato il capo indiscusso della locale di Filandari e Ionadi, è accusato di gestire gestire e pianificare gli agguati intimidatori con i quali viene sottomesso il territorio, decide sulle ripartizioni dei proventi dei reati. Le decisioni di rilievo per la vita della cosca sono in mano sua. Motivo in più per andare su tutte le furie quando si ritrova in carcere. Ma tra le righe di quei colloqui, di quello sfogo – riportato nella richiesta di misure cautelari della maxi-operazione “Rinascita” – si legge anche altro. Si legge lo sconforto di una figlia che è costretta a crescere senza il padre, a guardare la sua sedia vuota durante i giorni di festa. Lo sconforto dell’altra figlia che legge che l’operazione che ha portato il padre in carcere si chiama Nemea «in quanto lo hanno considerato un mostro per tutte le azioni criminose che ha fatto o che voleva fare perché ha rivoltato il territorio», è scritto tra le pagine della richiesta di Rinascita. E la moglie, poi, che si sente come durante gli arresti del 2011. Si legge tra le righe la paranoia di un uomo testardo che se la prende con tutti, che litiga coi parenti, che si sente lasciato solo.
LASCIATO SOLO Il 13 marzo Soriano ha un colloquio con la moglie, le figlie e la nipotina. Sua moglie dice che il colloquio lo devono fare ad uno alla volta. «Eh certo devono intercettarci ad uno alla volta», commenta il detenuto prima di prodursi in una serie di esposizioni sulla sua innocenza. Secondo gli inquirenti, nonostante la professata innocenza, non mancano gli inciampi: nel corso del colloquio la figlia gli fa notare che la causa del suo arresto dipende da terze persone. Si riferisce a Francesco Parrotta, raggiunto dalle misure cautelari sia in Nemea che in Rinascita. Sarebbero state, infatti, le intercettazioni fatte a Parrotta a incastrare il boss. «Francesco (ndr Parrotta) non c’entra nulla… sono solo porcherie e abusi e arrestano gente innocente», ribatte Soriano che, secondo la Dda, giustificando Parrotta «implicitamente conferma l’appartenenza dello stesso alla loro cosca».
Privato della libertà, e nonostante ogni tanto abbracci e baci la moglie a voler dimostrare, scrivono gli investigatori «come tali atteggiamenti non siano stati originati da un qualche alterazione psichica», il vertice della locale di Filandari si lascia tuttavia andare contro quei «figli di puttana» che lo hanno lasciato solo. La moglie, a questo punto, lo placca immediatamente chiedendo se si riferisca alla Dda di Catanzaro. Il marito dapprima conferma ma la sua rabbia è talmente forte che non riesce a trattenere le invettive contro chi lo non lo ha appoggiato: «Li ho avuti a tutti contro a quelli che sono usciti dal carcere, non hanno guardato nulla, con tutto il rispetto sono una massa di figli di puttana e di cornuti, io a quest’ora non ero in queste condizioni, mi hanno lasciato solo come un cane chi è potuto fuggire è fuggito erano interessati agli interessi tutti proprietà ed interessi chi è potuto fuggire è fuggito perché erano liberi giustamente… loro erano belli felici e tranquilli e beati figli di puttana».
IL PADRE CHE NON C’È Tra le righe della richiesta traspare anche la vita del marito e del padre che entra ed esce dal carcere. Traspare soprattutto dalle parole della figlia che mostra il proprio «sconforto per l’arresto del padre» che «con queste sue idee non è mai stato presente in qualità di padre». La ragazza è stanca di farsi i capodanni e i natali senza il genitore. Leone Soriano cerca di reagire, dice che neanche lui sta bene, «che lui ragiona con la testa sua di abbandonarlo che lui se la sa vedere da solo e rimarrà sempre delle sue idee». Anche la moglie «non sta bene per niente», riassumono gli investigatori nei brogliacci della richiesta di Rinascita. La donna si sente come nel 2011 durante gli arresti dell’operazione “Ragno”.
 Neanche i rapporti con i parenti sono idilliaci. «Leone poi riferisce alla moglie – è scritto nelle carte – di dire fuori ai parenti suoi di non permettersi a nessuno di recarsi a colloquio perché lui non si parlava fuori e non si parlerà nemmeno adesso, continua dicendo che non vuole né fratelli né generi né nessuno».
LE INVETTIVE CONTRO L’ARMA E LA DDA «Cornuti tutti della Dda di Catanzaro, bastardi, cornuti, figli di puttana, bastardi e porci… che vi ammazzavano, maniaci, cornuti, corrotti appena vi prendo vi faccio il culo così». Grande acredine dimostra nei confronti del maggiore Valerio Palmieri, comandante del Nucleo investigativo di Vibo. La esterna sapendo di essere intercettato come già aveva fatto in precedenza, durante l’arresto di Nemea, quando gli si era scagliato contro dicendo: «Nonostante io non uscirò di casa, vi farò vedere che ci sarà qualcuno che verrà a trovarvi. So dove abiti e ve la farò pagare. Ma secondo te, io il Kalashnikov ce l’ho a casa! Io ce l’ho nei terreni e se vuoi venire, togliti la divisa e te lo faccio vedere, ma da uomo a uomo». Poi rivolgendosi ai militari: «È inutile che vi mettete i passamontagna, tanto vi conosco a tutti mentre entrate ed uscite dalle autovetture». (a.truzzolillo@corrierecal.it)







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