I SOLDI DEI CLAN | Il cuore (finanziario) a Birmingham e la testa a Sant’Onofrio

I colletti bianchi «coordinati» dai vertici della cosca Bonavota per infiltrare le aziende del Nord. Finanziamenti su conti esteri e accordi trasversali tra le cosche: la strategia per inquinare l’economia legale nelle indagini delle Dda di Milano, Genova e Catanzaro. Una viacard e un appartamento legano una ditta “pulita” a un presunto mafioso

di Pablo Petrasso
CATANZARO
I carabinieri del Ros di Milano si imbattono in quello che considerano un tentativo di riciclaggio di denaro sporco quando indagano sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta nei cantieri di Expo 2015. Tra i brogliacci dell’inchiesta “Tenacia” – così scrivono i pm – si approfondisce il ruolo di un imprenditore che viene definito «un “finanziere prestato alla ‘ndrangheta”». Il suo compito sarebbe quello di «gestire le aziende acquisite in Lombardia» dalle cosche. È un’ipotesi che rilanciata nella maxi operazione “Rinascita Scott” e, prima ancora, in alcune interrogazioni parlamentari sul «pericolo che le organizzazioni criminali acquisiscano il controllo di società in difficoltà finanziaria». In effetti, una delle società la cui struttura viene analizzata dagli investigatori – con sede nel Regno Unito – ha come “mission” «l’acquisizione e il sostegno finanziario di aziende di costruzioni edili oppure immobiliari che versano in difficoltà economiche» e uno dei filoni dell’indagine “Tenacia” approfondisce proprio questo aspetto dell’infiltrazione mafiosa in Lombardia.
IL “CDA” NELLA VILLA DI BENESTARE L’obiettivo dei clan sarebbe stata la “Perego General Contractor srl”; il loro scopo – si legge nell’ordinanza di custodia cautelare – quello di costituire «una vera e propria società mafiosa, con una diretta partecipazione sociale di capitale mafioso». Per l’accusa, Salvatore Strangio, «esponente della ‘ndrangheta della Jonica», avrebbe avuto il compito di «gestire il settore “operativo” degli appalti (…) ricercando un continuo equilibrio tra le varie ditte calabresi riferibili al contesto mafioso che venivano coinvolte nell’esecuzione delle varie opere della Perego General Contractor srl». Le direttive – stabilite in una villa di Benestare in quelli che erano una via di mezzo tra summit mafiosi e consigli d’amministrazione – sarebbero arrivati da San Luca, direttamente da Giuseppe Pelle, figlio di Antonio Pelle, ‘Ntoni Gambazza. Dalle carte di “Tenacia” emergerebbe i legame tra i Bonavota, ‘ndrina emergente del Vibonese, e Strangio. Dall’inchiesta “Tramonto” della Dda di Genova e da “Rinascita Scott”, invece, gli affari della cosca di Sant’Onofrio.
La testa dei clan resta in Calabria, ma le trasferte al Nord, «in particolare in Liguria, Piemonte e Lombardia» servono per incontrare i vertici delle “sedi distaccate” della holding mafiosa. I carabinieri documentano questi incontri «tra i sodali di fiducia della consorteria Bonavota» e gli esponenti del sodalizio in Liguria e in Piemonte. Sono trasferte importanti: servono a «stabilire gli accordi per alcune operazioni di riciclaggio nonché il mantenimento dei rapporti con la casa madre da parte delle ‘ndrine satelliti».
UNA VIACARD E UN APPARTAMENTO SOSPETTI Liguria, 2015. Francesco Salvatore Fortuna arriva a Chiavari a bordo di una Fiat Grande Punto. La sua presenza è stata anticipata agli investigatori che indagano sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta nell’economia legale da una frase evidenziata in grassetto nelle informative spedite alla Dda di Genova. Per due degli indagati nell’inchiesta “Tramonto”, ai calabresi interessa “pulire” perché loro «impestano tutta Milano, Torino, mamma mia… Genova». Si allargano, acquisiscono aziende in crisi, entrano nel mercato con investimenti pesanti. Il problema di Fortuna è il curriculum. Per i magistrati, infatti, «è elemento di spicco della cosca Bonavota, già colpito da ordinanza di custodia cautelare in carcere e sottoposto alla sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per mafia fino al 26 novembre 2014». Arrestato in latitanza il 23 luglio 2008, gli erano stati sequestrati un kalashnikov, tre fucili a pompa e una pistola con silenziatore.

La conferenza stampa dell’operazione “Rinascita Scott” della Dda di Catanzaro

Più di recente – prima dell’arresto nell’operazione “Rinascita Scott” della Dda di Catanzaro – è finito in carcere perché ritenuto uno degli esecutori materiali dell’omicidio di Domenico Di Leo, ucciso nel 2004. Cosa ci faccia Fortuna a Chiavari è, per i pm antimafia, molto semplice: lavora per conto di Domenico Bonavota, il capo cosca che avrebbe deciso di espandere gli affari del clan. Quando appuntano il suo nome sui taccuini, gli inquirenti ne seguono gli spostamenti. Scoprono che per pagare i pedaggi autostradali utilizza una Viacard intestata a una società con sede a Monza. Sempre a Monza, risiede in un appartamento intestato a una ditta veneta.
IL MAFIOSO ALLE RIUNIONI STRATEGICHE Entrambe le aziende, per i magistrati antimafia, sarebbero inscritte nella galassia della cosca di Sant’Onofrio. Fortuna – sono sempre notazioni degli inquirenti – partecipa alle riunioni della società lombarda «per decidere l’impiego delle risorse e i nuovi investimenti delle aziende acquisite». Inevitabile che gli investigatori indaghino sulla struttura societaria della ditta. L’approfondimento li porta a Birmingham, in Branston Street. Palazzine in mattoni, stile inglese, e grandi risorse economiche per uno degli step nella caccia al tesoro del clan vibonese. In una delle riunioni documentate nell’inchiesta della Dda di Genova, questo strano “consiglio d’amministrazione” in cui imprenditori e commercialisti si ritrovano accanto a un uomo accusato di essere elemento di spicco di un clan mafioso decide di tentare l’acquisizione di un gruppo che si occupa della vendita di inerti.
UNA PROPOSTA (DA 9 MILIONI) DA BIRMINGHAM Dal giorno dopo, inizia il lavorio per l’acquisizione della compagine societaria. Fortuna non è solo: si sposta a Novara, dove si trovano anche altri presunti sodali del clan. Intanto, gli intermediari finanziari portano avanti le trattative. E – secondo gli inquirenti – è proprio la società con sede a Birmingham a proporre l’acquisizione del 50% delle otto società riferibili al gruppo che produce e vende inerti.
Gli inquirenti intercettano comunicazioni telefoniche e email per ricostruire i passaggi dell’affare. La prima email riporta la manifestazione di interesse e viene inoltrata anche ad altri tre indirizzi di posta elettronica riconducibili ad altrettante società di diritto inglese, alle quali la finanziaria di Birmingham si relaziona «per l’esecuzione di tali operazioni finanziarie». Il 13 marzo 2015, alle 17,07, viene commessa una copia della scrittura privata preliminare. L’accordo prevede l’erogazione, da parte della finanziaria britannica, di 9 milioni di euro: 8,5 milioni «da destinarsi al pagamento dei mutui ipotecari»; 500mila euro «da destinarsi al pagamento dei mutui chirografari». In cambio, il gruppo avrebbe ceduto il 50% delle quote. L’operazione, tuttavia, fallisce. La società da acquisire, infatti, aderisce a un piano di concordato preventivo: a quel punto, riportano gli investigatori, «ogni autorizzazione alla vendita delle quote societarie sarebbe passata sotto il controllo del Tribunale e ciò avrebbe reso tutto più incerto in termini di tempo e di spesa». Gli “inglesi”, invece, avrebbero voluto chiudere tutto in tempi brevi.
MODUS OPERANDI Il caso, per la Dda di Genova, racconterebbe il modus operandi del presunto braccio finanziario del clan di Sant’Onofrio. Primo step: la «concessione di un finanziamento di considerevoli somme di denaro che garantirebbe all’organizzazione il reimpiego dei capitali accumulati e allocati all’estero, frutto delle attività illecite perseguite». Secondo step: «l’acquisizione di pacchetti societari di maggioranza di imprese in difficoltà, assumendone de facto il totale controllo delle politiche gestionali e rendendole strumentali alle finalità criminali dell’organizzazione». (2. Continua)







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