“Affare” immobiliare all’Aterp di Vibo, l’ex commissario Daffinà condannato a pagare 500mila euro

Il palazzo acquistato a un prezzo maggiorato. Gli affitti aumentati senza motivo. La “distrazione” quando si potevano recuperare i canoni. La sentenza della Corte dei conti che condanna il politico di Forza Italia e l’ex manager Romano

di Pablo Petrasso
VIBO VALENTIA
L’ex commissario dell’Aterp Tonino Daffinà (foto), candidato alle ultime Regionali nella lista di Forza Italia (ha ottenuto 1.399 voti, non sufficienti per essere eletto), è stato condannato dalla Corte dei conti al pagamento di 511.551 euro per la vicenda l’acquisto di un immobile da adibire a sede dell’Azienda a Vibo Valentia. Oltre a Daffinà è stato condannato anche Giuseppe Maria Romano, commissario Aterp dal 26 marzo 2009 al 16 settembre 2011. Dovrà pagare 31.558 euro.
La storia – che è finita al centro di un’inchiesta giudiziaria nell’ambito della quale per Daffinà è stato chiesto il processo – riguarda la gara bandita dall’Aterp nel settembre 2010 e aggiudicata tre mesi dopo alla Dgs srl, società nata l’8 novembre 2010, in virtù di un’offerta pari a 45.600 euro (più Iva) per i canoni annui di locazione, a fronte di una superficie dell’immobile di 466 metri quadri. La sentenza, rispetto alla quale i due manager potranno proporre Appello, è stata depositata il 16 dicembre 2019.
LA RICHIESTA DELL’ACCUSA Riguardo all’operazione immobiliare, la Procura della Corte dei conti segnala che «l’avviso pubblico” (…) prevedeva, tra l’altro, che l’offerta dovesse essere sottoscritta dal “proprietario dell’immobile o dal legale rappresentante della ditta/società proprietaria dell’immobile”». Il punto è che Dgs, «per tutto il periodo della durata della locazione, non ha mai avuto la proprietà dell’immobile avendolo acquistato il 20 agosto 2014, qualche minuto prima di rivenderlo all’Aterp». La sentenza riporta una serie di adeguamenti contrattuali, tutti al rialzo, che hanno portato il costo della locazione a 80mila euro, prevedendo, poi, l’acquisto da parte dell’Azienda a un prezzo di 2,3 milioni di euro.
L’accusa aveva quantificato il danno complessivo in oltre 1 milione e 100mila euro: una cifra molto superiore a quella addebitata a Daffinà e Romano al termine del giudizio. Le colpe dei due dirigenti andrebbero ricercate nel canone maggiorato per «ampliamenti non necessari delle superfici» prese in affitto e nella «sopravvalutazione» dell’immobile (quest’ultima imputata al solo Daffinà»).
IL PRESUNTO CONFLITTO D’INTERESSI Per l’accusa (ma non per i giudici, come vedremo), a carico di Daffinà ci sarebbe un corposo conflitto di interessi «a causa del ruolo centrale rivestito in ogni fase della vicenda». Secondo gli atti prodotti dalla Procura, infatti, «Daffinà aveva contattato le originarie proprietarie dell’immobile locato all’Aterp per proporre loro la vendita dell’immobile», si era successivamente «recato a Roma per la firma del preliminare e per la consegna a titolo di acconto di un assegno di 120mila euro tratto sul proprio conto corrente, sebbene tale assegno non sia stato mai negoziato»; poi «aveva interpellato un tecnico per l’esecuzione di una perizia relativa all’immobile»; inoltre, «quale socio di maggioranza della “Administration Consulting srl”, aveva curato la contabilità della Dgs srl» e «aveva condotto tutte le operazioni relative all’acquisto dell’immobile» da parte della stessa società che si è poi aggiudicata la procedura. In sostanza, secondo l’accusa, Daffinà giocava su due tavoli: professionista in rapporti con la Dgs e commissario dell’Aterp, che dalla Dgs avrebbe acquistato la nuova sede.
LO «SPERPERO» Per i giudici, «l’ampliamento della locazione è andato ben oltre le esigenze dell’Azienda, causando un inutile sperpero di risorse economiche». Nel dicembre 2010, l’Aterp «necessitava di un immobile avente superficie da 400 mq a 600 mq. E invece, senza alcuna valida ragione, in meno di un anno, la superficie locata è letteralmente raddoppiata così come è raddoppiato il canone locativo». E questo senza che il numero di dipendenti fosse aumentato, neppure di un’unità. Nessuna valida ragione, dunque, avrebbe motivato l’estensione della superficie in affitto né l’aumento del canone. Estensione avviata da Romano e riproposta acriticamente da Daffinà.
UNA “DISTRAZIONE” DA 288MILA EURO Che, tra l’altro, non avrebbe fatto nulla per applicare il contratto nella parte in cui prevedeva il recupero di una parte degli affitti pagati in caso di acquisto definitivo dell’immobile da parte dell’Aterp entro due anni dall’avvio del contratto di locazione. In sostanza, «la ingiustificata iniziale inerzia del Daffinà protratta per oltre dieci mesi (dal 19.12.2011 al 5.10.2012,) e la inattività per tutto il 2013, hanno impedito all’Aterp di stipulare l’atto di acquisto nel termine di due anni previsto dal contratto di locazione», cosa che avrebbe abbattuto i costi in maniera sensibile. Il danno causato alle casse pubbliche da questa “distrazione” ammonta a oltre 288mila euro.
«NON C’È DOLO» La trattazione del merito smonta, però, l’ipotesi del dolo attribuito a Daffinà dalla Procura. Le scelte gestionali che hanno causato il danno, infatti, sarebbero arrivate prima della sua nomina. «La natura dolosa della condotta, pertanto, basata sulla tesi del conflitto di interessi, allo stato non è configurabile poiché non risulta dagli atti alcun concorso doloso tra il Romano e il Daffinà, né la Procura lo ipotizza», scrivono i giudici.
IL PREZZO NON È GIUSTO La sentenza stabilisce, inoltre, che l’Aterp è stata troppo generosa con la Dgs srl, spendendo troppo per acquistare il palazzo di Vibo. La quantificazione del danno è pari alla differenza tra il prezzo di acquisto (2,3 milioni) e la stima effettuata dall’Agenzia del Territorio (2 milioni 60mila euro). Circa 300mila euro (la differenza di 240mila più differenze relative all’Iva e ad altre imposte), dunque, vanno addebitati a Daffinà, che ha perfezionato l’operazione immobiliare. L’allora commissario ha deciso «di procedere all’acquisto dell’immobile a un prezzo superiore rispetto a quello indicato dall’UTE (Ufficio tecnico erariale), giustificando la differenza con ipotetici lavori che di fatto non sono stati mai realizzati». Non tutto il danno, comunque, va riferito alla condotta di Daffinà, che condivide le colpe con il dipartimento numero 9 della Regione, e con il manager Antonio Capristo. Capristo, tuttavia, non è stato citato dalla Procura della Corte dei conti che non avrebbe riscontrato nei suoi confronti una colpa grave. (p.petrasso@corrierecal.it)







Login

Welcome! Login in to your account

Remember me Lost your password?

Lost Password

error: Contenuto protetto