Torna a Vibo il busto di basanite “prestato” a Princeton. «Un danno al museo Capialbi»

Il Comitato civico “Cinquant’anni” critico sull’operazione: «Assolutamente fuori luogo l’esultanza di chi non si rende conto del grave danno d’immagine»

VIBO VALENTIA È dei giorni scorsi la notizia che a breve farà rientro nel Museo Capialbi di Vibo Valentia, dopo otto di assenza, un busto di “basanite” rappresentante una figura femminile.
Sull’argomento sono intervenuti Maria d’Andrea e Gilberto Floriani per il Comitato civico “Cinquant’anni”.
«Ad una prima lettura sembrerebbe che l’importante reperto, un busto femminile di grande pregio storico-artistico ed archeologico, datato tra 41 ed il 54 d.C. – sostengono in una nota d’Andrea e Floriani – sia stato recuperato in seguito ad un trafugamento illecito, invece, “apprendiamo”, con grande meraviglia, che la bellissima opera, per ben otto anni è stata oggetto di un prestito di lunga durata, a partire dal 2012, al Princeton University Art Museum da parte della Direzione generale musei, della DG ABAP e del Segretariato generale del ministero per i Beni culturali e il Turismo. Verrebbe da ridere se non ci fosse da piangere. Come è stato possibile – si chiedono dal Comitato civico “Cinquant’anni” – privare il Museo Capialbi di Vibo di un reperto così importante per un periodo così lungo? E ci chiediamo, come Comitato civico istituito per i 50 anni dell’istituzione del Museo cittadino, cosa ha ricevuto in cambio – come avviene di consuetudine – il Museo di Vibo Valentia per tale prestito?»
Maria d’Andrea e Gilberto Floriani ritengono «assolutamente fuori luogo l’esultanza manifestata da parte di chi non si rende conto del grave danno d’immagine procurato al Museo Capialbi, privato per tanti anni di questo splendido manufatto di epoca romana, che dopo essere stato lungamente custodito nei magazzini del Museo di Reggio Calabria era stato finalmente esposto a Vibo».
Una situazione analoga si era verificata, sostengono ancora dal Comitato, «anni addietro con la laminetta orfica, alla quale tutti i vibonesi riconoscono una grande valenza identitaria, che si è “assentata” per molti mesi per essere esposta a Paestum. In quel caso, almeno, fu mandata in cambio al Museo di Vibo di una scultura maschile di un qualche valore. Furono però numerosi i visitatori che, recandosi appositamente al Museo Capialbi per ammirare il più importante reperto ivi conservato, rimasero profondamente delusi». Per Maria d’Andrea e Gilberto Floriani «non si può solo gioire» perché «è doveroso porsi alcune domande».
«Noi del Comitato civico ci siamo chiesti se Vibo Valentia e la Calabria possono così semplicemente subire di queste spoliazioni e che ha a che fare tutto questo con la valorizzazione del lascito storico-artistico della città e del territorio? Lo stesso ha fatto la senatrice Margherita Corrado, membro della commissione cultura a Palazzo Madama, che ha chiesto, giustamente, l’accesso agli atti per la ricostruzione di tutta la vicenda».
Il comitato civico ritiene, quindi, opportuno «che analogo atteggiamento sia adottato anche dalle numerose associazioni, di cui la nostra cittadina è ricca: Italia Nostra, Fai, Archeoclub, Civitas, la Fondazione Murmura, e la stessa amministrazione comunale, il cui sindaco, pur nei pochi mesi dall’insediamento, ha dimostrato grande e concreta attenzione verso il patrimonio culturale della città, affinché i beni conservati al Museo siano maggiormente preservati e valorizzati. Lo si deve alla nobile storia di Vibo Valentia e a tutti coloro che cinquant’anni or sono si impegnarono con tenacia per istituire il Museo archeologico oggi intitolato a Vito Capialbi. Lo si deve – concludono Maria d’Andrea e Gilberto Floriani – perché il Museo appartiene ai cittadini ed è una grande risorsa per la comunità».







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