Il tradimento degli “amici” e la violenza mafiosa dietro la tragica fine di Vangeli

La Dda ha chiuso le indagini sul delitto del giovane a Mileto. Sotto inchiesta per false informazioni a pubblico ufficiale anche la ragazza contesa tra la vittima e Antonio Prostamo. Ricostruite le fasi precedenti al delitto

di Alessia Truzzolillo
CATANZARO
Ha negato di sapere ciò di cui era a conoscenza. Ha nascosto ai pm che la interrogavano la verità, tacendola o rendendo dichiarazioni false. Ha negato le percosse che aveva subito dal compagno, mentre era incinta, nonostante i carabinieri di Vibo Valentia stessero intercettando tutto, il 21 novembre 2018, mentre Antonio Prostamo la percuoteva brutalmente, incurante del suo stato. Oggi Alessia Pesce, 21 anni, è indagata per false informazioni a pubblico ufficiale. Dietro alle sue giovani spalle c’è la tragica fine di un ragazzo, Domenico Francesco Vangeli, ammazzato la notte tra il 9 e il 10 ottobre 2018 con un colpo d’arma da fuoco, chiuso, ancora agonizzante, in un sacco nero e gettato nel fiume Mesima, mentre la sua auto e il suo cellulare venivano dati alle fiamme. A dover rispondere di questo delitto sono i fratelli Antonio e Giuseppe Prostamo, rispettivamente 31 e 35 anni, ritenuti esponenti di spicco dell’omonima famiglia di ‘ndrangheta di San Giovanni di Mileto, in provincia di Vibo Valentia. La Dda ha iscritto nel registro degli indagati cinque persone, tra le quali anche, ed è questo uno degli spaccati più tragici della storia, due amici della vittima: Alessio Porretta (24 anni) di Filandari, e Fausto Signoretta (29 anni) di Ionadi. I due fratelli Prostamo avrebbero agito in concorso con altre due persone ancora da identificare. A firmare la chiusura delle indagini il procuratore capo della Dda di Catanzaro, Nicola Gratteri, e i sostituti Annamaria Frustaci e Antonio De Bernardo.

«TI FACCIO SCIOGLIERE» Dietro al delitto, aggravato dalle modalità mafiose, si celerebbe proprio la contesa tra Francesco Vangeli e Antonio Prostamo per Alessia Pesce. Tra luglio e agosto del 2018 la vittima sarebbe stata oggetto di una serie messaggi da parte Antonio Prostamo diretti a fargli interrompere ogni tentativo di riallacciare una relazione con la ragazza. Prostamo si trovava ai domiciliari. «Per un porco come te rompo pure i domiciliari», gli scriveva. «Ti faccio sciogliere». La relazione tra Vangeli e la sua fidanzata era altalenante, contesta con Prostamo.
Quando Alessia Pesce, annotano gli investigatori, dopo un breve allontanamento durato pochi giorni, si era riconciliata con il suo fidanzato, Antonio Prostamo scriveva a Vangeli frasi minatorie: «Se non sei mezzo uomo vieni che ci scanniamo», «La lasci stare o ci dobbiamo ammazzare» ed ancora «Lei è mia», «Francesco vedi che tra me e te non finisce bene fai l’uomo e scendi», «Ti dissi ca non ti voli… è a mia ida ci possiamo vedere Francesco, tanto ti prendo, meglio che fai l’uomo e vieni». Questi messaggi costano ora a Antonio Prostamo un’accusa di violenza privata aggravata dal metodo mafioso.

L’OMICIDIO È Giuseppe Prostamo a chiamare Francesco Vangeli e farlo arrivare a casa della famiglia con la scusa di prendere le misure per un tavolino in ferro battuto, attività che svolgeva la vittima. Vangeli non si fida e si affida a due amici: Alessio Porretta e Fausto Signoretta. Quella stessa mattina si era riconciliato, scrivono gli investigatori, con la fidanzata e teme che la cosa abbia scatenato un proposito nefasto, anche alla luce del fatto che aveva un debito con Antonio Prostamo per questioni di droga. Vangeli decide di portare con sé Alessio Porretta. Ma prima passano a Nao, frazione di Filandari, per informare Fausto Signoretta di essere in procinto di recarsi dai Prostamo. Gli chiedono un interessamento per la risoluzione delle problematiche esistenti fra la famiglia Prostamo e Francesco Vangeli, in virtù della vicinanza di Signoretta alla potente cosca dei Mancuso (per avere tenuto a battesimo la figlia di Giuseppe Mancuso, quest’ultimo figlio di Giovanni Mancuso).

MOOD MAFIOSO Il mood mafioso si estende lungo tutto l’arco del racconto ricostruito dalla Dda e dai carabinieri. Alessio Porretta doveva fare da “garanzia” per l’incolumità di Vangeli, non solo con la propria presenza ma anche per ciò che rappresentava, avendo rapporti parentali con la famiglia Tavella di San Giovanni di Mileto, affiliata alla medesima locale di ‘ndrangheta a cui appartiene la famiglia Prostamo. Ma appena giunti a casa dei Prostamo, Porretta viene fatto riaccompagnare a casa. Non c’è garanzia che tenga. Da qui parte il martirio di Vangeli che finirà di morire in fondo a un fiume rinchiuso in un sacco nero.
Agli “amici”, accusati di favoreggiamento personale aggravato dal metodo mafioso, oggi gli inquirenti chiedono di rispondere sul perché abbiano steso un velo di omertà sulla crudele morte di Vangeli, perché abbiano omesso di dire che lo avevano visto, accompagnato. Perché Fausto Signoretta si sarebbe recato all’abitazione dei Prostamo alle 4:30 del mattino nel giorno dell’omicidio, venendo cacciato via in malo modo? L’aggravante è quella di avere coperto e agevolato l’articolazione di ‘ndrangheta nota come Pititto-Prostamo-Iannello operante in Mileto, sotto l’egida della famiglia Mancuso. Tra i reati contestati ci sono anche le percosse che Giuseppe Prostamo avrebbe inflitto a una persona, allo stato ignota, con lo scopo di sapere se fosse stata lei a parlare con gli inquirenti e fornire informazioni sul suo conto.
Gli indagati, difesi dagli avvocati, Sergio Rotundo, Giovambattista Puteri, Giuseppe Grande, Tommaso Zavaglia, Giovanni Vecchio, hanno ora 20 giorni di tempo per presentare memorie difensive e farsi ascoltare dai magistrati prima della richiesta di rinvio a giudizio. (a.truzzolillo@corrierecal.it)







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