«Santo Lico massone legato ai clan di Vibo. Lo Bianco mi disse di non disturbare suo figlio Michele»

In due interrogatori agli atti dell’inchiesta “Rinascita Scott”, il pentito Andrea Mantella riferisce dei rapporti tra lo storico imprenditore di Vibo Valentia, deceduto da alcuni anni, e le cosche. «Era intoccabile perché amico di zio ‘Ntoni Mancuso e dei Lo Bianco». Le annotazioni degli inquirenti sull’assunzione del consigliere comunale di Alfredo Lo Bianco

di Pablo Petrasso
VIBO VALENTIA Impianti elettrici civili e industriali, reti per il trasporto e per il trattamento dei fluidi, telecomunicazioni. Le aziende Lico sono tra quelle storiche in provincia di Vibo Valentia. Al punto che Michele, figlio del fondatore Santo, è stato nominato presidente della Camera di Commercio, ruolo che ha ricoperto fino al 2019. Nel febbraio 2018, l’imprenditore è stato coinvolto nell’inchiesta “Metauros” della Dda di Reggio Calabria. E accusato di intestazione fittizia di beni. Nei faldoni di quell’indagine, due pentiti – Antonio Russo, appartenente alla galassia del clan Piromalli, e Andrea Mantella, l’ex boss che ha svelato all’antimafia di Catanzaro i segreti delle ‘ndrine di Vibo Valentia – gettano ombre sulle attività del gruppo industriale. I verbali di Mantella, arricchiti di particolari inediti, si trovano anche negli atti della maxi inchiesta Rinascita Scott. Le sue accuse non hanno portato all’iscrizione nel registro degli indagati di Michele Lico. Affondano nel passato, le parole di Mantella. Che, in un verbale del 16 giugno 2016, esordisce ammettendo di non aver «mai avuto rapporti con Michele Lico», pur sapendo che «il padre, don Santo Lico, gli ha lasciato delle amicizie nell’ambito della ‘ndrangheta».

«ERA INTOCCABILE» Mantella parla di un tentato omicidio organizzato dal clan Lo Bianco-Barba proprio per vendicare, secondo la sua versione, uno “sgarro” a “don Santo”, deceduto da alcuni anni. «Io ero stato incaricato – dice – da Carmelo Lo Bianco “Pizzinni ” ed Enzo Barba di sparare a Roberto Piccolo perché questi aveva esploso dei colpi d’arma da fuoco contro la macchina di Santo Lico, mentre a bordo c’era anche Carmelo Lo Bianco». Lico, per Mantella, «era intoccabile perché amico dei Mancuso, in particolare Antonio Mancuso “Zio Ntoni”, oltre che dei Lo Bianco». Quell’aura d’intoccabile sarebbe stata scalfita da un’occasione banale: un rimprovero a una dipendente dell’imprenditore «con la quale Piccolo aveva una relazione». Sarebbe stato proprio l’autore dello “sgarro” a raccontare tutto al pentito «quando successivamente ci siamo riappacificati».

«SU ORDINE DI LO BIANCO NON HO MAI “DISTURBATO” IL FIGLIO MICHELE» L’ex boss, però, è una fonte che va oltre pistolettate e storie di pura malavita. Si inoltra nei presunti rapporti tra le aziende e le famiglie di ‘ndrangheta. «Don Santo Lico – racconta ai pm della Dda di Catanzaro – era un massone potente che all’epoca prendeva grossi lavori; quindi pagava dei soldi alle cosche e si prestava ad assumere persone di interesse della cosca; in generale si metteva a disposizione». E «i suoi rapporti erano con Antonio Mancuso e Carmelo Lo Bianco, “Pizzinni”, con il quale si incontrava all’interno del circolo che noi chiamavamo “Dei Nobili”».
Ci sono anche riferimenti temporali: Mantella parla di fatti dei quali sarebbe stato testimone «alla fine degli anni 80, inizio anni 90». Questo per dire che non è «in grado di riferire dettagli quali nomi di soggetti assunti da Lico su indicazione delle cosche». Dice di averlo conosciuto personalmente («e spesso mi offriva da bere») e di non aver «mai “disturbato” il figlio Michele facendo azioni criminali nei suoi confronti proprio per il fatto che sapevo essere succeduto al padre in questi rapporti con appartenenti alla ‘ndrangheta».
L’ordine di non “disturbare” sarebbe arrivato direttamente da Carmelo Lo Bianco. «Quando sono andato a trovarlo agli arresti domiciliari – sono sempre parole di Mantella –, nei primi anni 2000, e anche ultimamente quando ero fuori dal carcere, mi disse di lasciargli in pace alcuni soggetti ed esercizi che lui aveva ancora nelle mani e, tra questi, Michele Lico, figlio di don Santo e io così feci».
In un interrogatorio successivo, del 31 agosto 2016, il pentito continua con i proprio discorsi (da riscontrare) sulla massoneria: «Nell’ambiente – osserva – si diceva che i massoni a Vibo, oltre a Bellantoni (Ugo, la cui posizione è stata stralciata nella chiusura indagini di Rinascita Scott, ndr), erano Santo Lico, Tonino Daffinà, di recente Filippo Polistena; tutti questi soggetti avevano rapporti con la ‘ndrangheta, nel senso che gli chiedevano dei favori e loro si mettono a disposizione, per ottenere provvedimenti amministrativi e autorizzazioni, favori in ospedale, posti di lavoro; so che anche l’avvocato Talarico faceva queste cose ed era massone; su Catanzaro quelli che si prestavano a fare queste cose erano gli avvocati Pittelli e Torchia».

L’ASSUNZIONE DI ALFREDO LO BIANCO Qui si fermano le parole del collaboratore di giustizia. Sono gli investigatori a continuare il discorso che Mantella interrompe sul fronte delle assunzioni, per così dire, “sospette”. E sottolineano che Alfredo Antonio Lo Bianco – consigliere comunale di Vibo Valentia indagato nell’inchiesta Rinascita Scott per scambio elettorale politico-mafioso assieme a suo fratello Orazio, considerato un esponente di primo piano del clan Lo Bianco – «risulta aver prestato per lungo tempo attività lavorativa per conto delle aziende di proprietà della famiglia Lico. Dall’1 maggio 1980 al 15 gennaio 2008 è stato dipendente della società Lico Santo srl, attualmente di proprietà delle figlie di Santo Lico; dal 17 gennaio 2008 al 30 giugno 2018 è stato dipendente della società Ligeam srl, di proprietà (al 99% delle quote) di Michelino Roberto Lico, anch’egli figlio di Santo Lico, sorta dalla scissione di un ramo d’azienda della Lico Santo srl». Una registrazione di fatti ai quali gli inquirenti non fanno seguire alcuna osservazione. Né Michele Lico, né Alfredo Lo Bianco sono indagati in relazione all’assunzione. (p.petrasso@corrierecal.it)





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