Il parroco che chiamava «San Luigi» il boss Mancuso

Una intercettazione del 2013, agli atti del procedimento Rinascita Scott, evidenzia la grande confidenza tra un sacerdote del carcere di Secondigliano e il capo della cosca di Limbadi. I dolci inviati nella casa circondariale e il ringraziamento dei detenuti

di Pablo Petrasso
VIBO VALENTIA
La telefonata risale a sette anni fa. Ma l’incipit fa sobbalzare. Basta sentire l’appellativo che il parroco del carcere di Secondigliano riserva a Luigi Mancuso. Tra tutti i modi in cui il boss viene chiamato negli atti dell’inchiesta Rinascita Scott – dal classico “don Luigi” a “principino” – quello registrato l’11 dicembre 2013 è il più inatteso. Quando il boss sente il cappellano del carcere di Secondigliano, riceve un’esclamazione “a tema” con il ruolo dell’interlocutore: «San Luigi!». Mancuso è stato ristretto nella casa circondariale di Napoli dal 2 gennaio al 21 luglio 2012. Lì, appuntano gli investigatori, «evidentemente, aveva modo di conoscere padre (Michele, ndr) Vinzi». 
Il tono della conversazione è molto confidenziale. Per quanto gli inquirenti sottolineino che non ci sono addebiti specifici per l’episodio.
L’episodio, semmai, si inserisce in uno dei tanti filoni d’indagine della maxi operazione. I pm della Dda di Catanzaro cercano riscontri alla vicinanza di Michael Joseph Pugliese al boss della cosca di Limbadi. E li trovano – secondo la loro valutazione – quando l’imprenditore del settore alimentare si attiva per «far pervenire a Luigi Mancuso consistenti derrate alimentari che quest’ultimo, a sua volta», invia come dono al cappellano con il quale è «rimasto in stretti rapporti di amicizia».
Il colloquio intercettato e depositato tra gli atti dell’inchiesta costituirebbe una delle prove «del fatto che i dolci» confezionati nell’azienda di Pugliese «fossero destinati a Mancuso». Per i magistrati, tuttavia, l’iniziativa del capoclan non era affatto disinteressata, ma «otteneva l’immediato risultato di rinsaldare la posizione di quest’ultimo presso quell’istituto di detenzione». Non è un caso che dalla conversazione emerga «come Vinzi, dopo avere confermato la ricezione dei dolci inviati dal boss di Limbadi», riferisce «di avere ben specificato ai detenuti quale fosse la provenienza del dono (“…finita messa, prima di togliermi il la … lì, la, la … roba della celebrazione, son passato ad abbracciare tutti per te… ho detto, guarda che non si dime… mai di … non si sta dimenticando di voi, non soltanto col pensiero, ma anche come concretezza…”) e di avere ricevuto i ringraziamenti da parte di tutti i presenti (“…ringraziano molto, tutti, tutti, tutti …”)». Per «san Luigi» la missione è compiuta: il riconoscimento della statura mafiosa di un capo si basa anche su queste piccole cose. (p.petrasso@corrierecal.it)





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