«Li abbiamo sotterrati tutti». Il distillato di odio dopo l’autobomba di Limbadi

Il «compiacimento per l’attentato». Il proposito di uccidere Rosaria Scarpulla. La “benedizione” dell’anziano boss Mancuso. I legami con gli ambienti criminali delle Serre vibonesi e i complici incastrati dal Gps. Così la Dda di Catanzaro ha chiuso il cerchio sull’attentato. Destinato ad avere conseguenze. «Se li vuoi tutti morti te li uccido tra tre mesi»

di Pablo Petrasso
VIBO VALENTIA
«Li abbiamo sotterrati tutti». Due mesi dopo l’esplosione dell’autobomba che ha posto fine alla vita di Matteo Vinci, i vicini della vittima non possono fare a meno di mostrarsi soddisfatti per l’esito del loro piano. Un piano che il 16 giugno 2018 sembra loro perfetto e addirittura migliorabile. Nelle conversazioni intercettate dalla Dda di Catanzaro )e confluite nell’inchiesta “Demetra 2”), nella casa che accoglie il gruppo familiare Barbara-Mancuso, gli inquirenti registrano «soddisfazione e compiacimento per l’attentato». Ma anche un carico di odio non ancora esaurito – nonostante tutto – «nei confronti della famiglia Vinci-Scarpulla» al punto da coltivare «ulteriori propositi omicidiari in danno di Rosaria Scarpulla». “Sotterrarli tutti” è l’unico scopo, in questa storia di odio che affonda le radici nelle ragioni contorte della sopraffazione mafiosa. Quel 16 giugno, i coniugi Barbara si sentono piuttosto al sicuro. Ritengono di potersela cavare. Sono stati più scaltri di Francesco Olivieri (sono loro a fare il paragone con quest’altra storia di odio), il killer che a Nicotera ha fatto fuori i propri “nemici” con altrettanta spettacolare furia omicida ma senza neppure provare a nascondersi. In quel momento, mentre ragionano su quanto resta da fare per mettere le mani su un terreno che sarebbe loro per diritto ‘ndranghetistico, non sanno che gli investigatori li arresteranno soltanto 10 giorni dopo. E non immaginano che, proprio seguendo il filo delle loro conversazioni, arriveranno a chiudere il cerchio sull’attentato. Mettendo insieme pezzi di un puzzle che parte dalla “benedizione” ottenuta da uno dei capi storici del clan Mancuso e si spinge fino alle Serre vibonesi, custodi dei segreti “operativi” di chi ha piazzato l’autobomba.

IL «MESSAGGIO» E LA RESISTENZA DEI VINCI Quel «messaggio – così il procuratore Nicola Gratteri definì l’esplosione – inviato a tutta la comunità, a tutti quelli che stanno a contatto con il contesto di Limbadi per costringerli ad abbassare la testa», è la parte finale di un’escalation di violenze subite dalla famiglia Vinci. «Gravi episodi», li definisce il gip distrettuale nell’ordinanza di custodia cautelare, che «non erano stati sufficienti a “convincere” le vittime a cedere le loro proprietà». Il 25 aprile 2018, a pochi giorni dall’esplosione, Vito Barbara e la moglie Lucia Di Grillo «si rammaricano del fatto che, da quell’evento in poi, i coniugi Vinci-Scarpulla non si sarebbero più recati sul fondo da soli, ma sarebbero stati sempre accompagnati dalle forze dell’ordine (“i cani”)». Ci sono conversazioni nelle quali «si attribuiscono inequivocabilmente l’attentato», altre in cui Barbara «si meravigliava di essere ancora in libertà». Un altro gruppo di intercettazioni consente di dire «con alta credibilità razionale che l’attentato dinamitardo è stato deciso da Rosaria Mancuso, Lucia Di Grillo e Vito Barbara, con il concorso morale dell’anziano boss Antonio Mancuso (che avrebbe dato loro la “benedizione”)». E che «materialmente il delitto è stato organizzato da Barbara, che ha incaricato terzi per la materiale esecuzione».
L’inchiesta sull’autobomba si incrocia con indagini sul narcotraffico. Nei nodi individuati tra i due percorsi investigativi appaiono per la prima volta Antonio Criniti e Filippo De Marco, «indicati come appartenenti a famiglie di grande spessore criminale, imparentati alle famiglie “Emanuele” e “Loielo”, predominanti nel territorio delle Serre». E storicamente contrapposte, almeno fino a quando non hanno trovato nella pax mafiosa un terreno comune di incontro. Vito Barbara si cimenta in un trattatello di mafiosità. Spiega – sempre intercettato dagli investigatori – che i due sono cognati, «aggiungendo che era stata la famiglia Emanuele a perpetrare l’omicidio commesso il 12 agosto 2008 ai danni di Vincenzo D’Agostino, alias “napoletano”, suocero di Criniti. Nel corso del dialogo, Barbara proseguiva nell’argomento ricordando che la sorella della moglie di Criniti aveva sposato l’assassino di suo padre, tale “Grillo” identificato in Antonino Grillo». Per Barbara, si tratta di un «appartenente alla famiglia degli Emanuele e autore dell’omicidio del D’Agostino». 
«Quella là – dice – si è presa a quello che ha ucciso suo padre!». Sono accenni nei quali l’uomo riassume alcuni paradossi della logica ‘ndranghetista. Barbara, riassume il gip, intendeva far capire alla moglie «come, all’interno di taluni ambiti, criminali era necessario anche reprimere i sentimenti in nome della logica degli affari, ricercando a qualunque costo la cosiddetta “pax mafiosa”», anche attraverso il matrimonio con il “nemico” storico.

QUANTO VALE UNA VITA La teoria dei rapporti tra clan è un conto. La pratica è un’altra storia. E mostra ai coniugi Barbara che il loro castello inizia a sgretolarsi. Accade il 21 giugno 2018, quando Criniti e De Marco vengono arrestati: beccati in possesso di 4 chilogrammi di droga, finiscono ai domiciliari. Gli arresti preoccupano molto Vito Barbara, che con i due aveva fiorenti rapporti economici: «Ci fottono tutti quanti», dice. Le conversazioni incrociano riferimenti alla bomba e crediti di droga – per i quali, secondo i magistrati della Dda, Criniti e De Marco avrebbero ottenuto uno sconto di 7mila euro: il prezzo per la vita di Matteo Vinci.

«TE LI UCCIDO TRA TRE MESI» «Un riferimento certo all’attentato ai Vinci» compare in una conversazione del 14 maggio, «quando i soliti tre interlocutori (Criniti, De Marco e Barbara) parlano dei delitti commessi da Francesco Olivieri qualche giorno prima». Olivieri ha seminato morte tra Nicotera e Limbadi: pluriomicida, ha sparato a viso aperto sulle proprie vittime in pieno giorno. Commentando quei fatti, Barbara dice «ai suoi interlocutori che avrebbero sicuramente arrestato anche loro se non l’avessero impostata in modo diverso: faceva un paragone tra la sua situazione e quella dell’Olivieri, giustificandone l’agire scellerato. Anche lui come Olivieri si era stancato di una situazione che non poteva sopportare e che avrebbe potuto farlo agire allo scoperto in un impulso di irrefrenabile rabbia: “…io non mi ero stancato? Mi ero stancato! La stessa cosa è successa!”».
«L’unica spiegazione logica – appunta il gip –, considerato il contesto di ‘ndrangheta nel quale i fatti sono maturati e che è caratterizzato dalla assoluta segretezza, è che il Barbara parla dell’omicidio del quale si riconosce responsabile proprio con De Marco e con Criniti perché anche gli stessi ne sono responsabili per avervi partecipato attivamente». 
Il “lavoro” iniziato a Limbadi non è finito. Rosaria Scarpulla va sul terreno conteso scortata dai militari. Una circostanza che Barbara non riesce a tollerare. È De Marco a frenarne gli istinti. Consiglia «di ‘‘usare il cervello” e di aspettare dal compiere altre azioni (“…Devi uscire pazzo (Amu vai pacciandu) a fare qualche altra… Ci marci… Vito! è una tattica!) e «conclude dicendo che, comunque, se lui (Vito ndr.) gli dice di “farli morire tutti”, De Marco glieli uccide “tra tre mesi”: “…Se poi… vuoi che vediamo… vediamo! Che vuoi che ti dico a Vito! vuoi che gli incendiamo la macchinai cosa ti devo dire? eh!..dimmi tu… che vuoi che ti dico? ehhh… secondo me… a mio avviso non hanno nemmeno il consenso… poi… se tu mi dici… falli morire tutti!… te li uccido io!… tra tre mesi! …”».

DISTILLATO DI ODIO Un distillato di odio. Che continua quando, giorni dopo, «Barbara, Criniti e De Marco continuano ad esternare i sentimenti di astio, odio e rinnovato desiderio di vendetta verso i superstiti della famiglia Vinci-Scarpulla» e si dicono «soddisfatti che gli inquirenti non avevano prove e commentando i comportamenti di Rosaria Scarpulla e del suo legale avvocato De Pace». «Muore lo stesso», dicono commentando l’operazione a una spalla che Francesco Antonio Vinci – padre di Matteo, gravemente ustionato e ferito nell’esplosione di aprile – aveva dovuto subire per le lesioni riportate a seguito dell’attentato. Barbara chiede «un giudizio a Criniti sulle possibilità di sopravvivenza di Vinci (gli chiedeva se a suo avviso “la vacca” potesse vivere e questi rispondeva: “Farà la fine di quell’altra”)».

INCASTRATI DAL GPS Il disprezzo nei confronti delle vittime si mescola con il tentativo «di tranquillizzarsi a vicenda riflettendo sul fatto che se realmente gli investigatori avessero avuto qualcosa a loro carico questi avrebbero certamente avuto una comunicazione di garanzia». Barbara si compiace del fatto che il giorno in cui era avvenuta l’esplosione dell’autobomba, «a quell’ora era stato abile a farsi inquadrare dalle telecamere installate presso il suo distributore di carburanti in modo da avere un alibi di ferro che consentisse di escludere la sua presenza sul luogo del delitto». E così «non soltanto conferma di essere uno dei mandanti del gravissimo fatto, ma, compiacendosene, rassicura i suoi interlocutori, confermando così i dati indizianti che conducono a ritenerli compartecipi ad altro titolo del fatto». In realtà, sottolinea il gip, «il ruolo del Criniti e del De Marco è quello di esecutori materiali, perché i dati Gps li collocano sulla scena del crimine e vi è un altro dato investigativo fortemente indiziante che collega il Criniti all’esplosivo utilizzato per l’attentato». (p.petrasso@corrierecal.it)





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