Le pressioni dei Mancuso per non far “parlare” il pentito. Chiesto il processo per 10 persone

Il 13 novembre imputati davanti al gup. Le promesse di denaro e le minacce al figlio del boss. «Se combini qualche cazzata ci saranno delle conseguenze. Le parole si pagano»

di Alessia Truzzolillo
CATANZARO
L’arma più temibile brandita dalla famiglia Mancuso per tentare di dissuadere Emanuele Mancuso dai suo propositi di collaborare con la giustizia è stata una bambina appena nata. La minaccia era quella di non fare più vedere la bambina al papà. Il messaggio era subdolamente impresso in una fotografia che ritraeva la piccola in braccio allo zio, mentre la compagna gli scriveva: «Puoi tornare indietro, io ci sarò, come tutti».
Il 13 novembre prossimo Giuseppe Mancuso (fratello del collaboratore), Francesco Paolo Pugliese, Maria Luisa Borrome, Giuseppe Pititto, Rosaria Rita Del Vecchio (zia del collaboratore), Giovannina Ortensia Del Vecchio (madre del collaboratore), Nensy Vera Chimirri (fidanzata e madre della figlia del collabratore), Antonino Maccarrone, Pantaleone Mancuso (padre del collaboratore), e Desiree Antonella Mancuso (sorella del collaboratore), dovranno comparire davanti al gup di Catanzaro per l’udienza preliminare. Lo ha stabilito il gip Filippo Aragona in seguito alla richiesta di rinvio a giudizio vergata dai sostituti procuratori della Dda di Catanzaro Annamaria Frustaci e Andrea Mancuso e dal procuratore Nicola Gratteri. Gli imputati dovranno rispondere di violenza privata, tentata violenza privata, induzione a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria, evasione, favoreggiamento personale, procurata inosservanza di pena, reati in materia di detenzione di armi.

LE MINACCE Lo volevano fare passare per pazzo dicendogli che tutti i collaboratori sono «malati di mente», poi lo blandivano promettendogli denaro, promettendo che gli avrebbero comprato un bar e avrebbero fatto in modo di fargli vedere la bambina ogni settimana. Una pressione psicologica fortissima per la quale era stato cooptato anche il detenuto del carcere di Siano, dove Emanuele Mancuso era detenuto, Giuseppe Pititto che affacciandosi a turno con Giuseppe Mancuso alle finestre gli gridavano contro: «Chi è che ti dice di parlare? Compare Nicola? (riferendosi al procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri)». Prima ancora c’era stata una lettera che Giuseppe Mancuso aveva inviato al fratello nella quale si indicava il codice di comportamento da tenere all’interno del penitenziario intimando a Emanuele Mancuso di non parlare della sua famiglia «come già starai facendo» – mettendolo così a conoscenza del fatto di avere appreso della sua collaborazione –, «sappi che se combini qualche cazzata ci saranno delle conseguenze, immagina se ci incontreremo. Le parole si pagano», proseguiva la lettera. Giuseppe Mancuso, aveva saputo della volontà del fratello di collaborare da agenti della polizia penitenziaria (allo stato non identificati). Gli agganci dei Mancuso, come ha dimostrato anche l’inchiesta Rinascita-Scott, erano tali da permettere alla famiglia di venire a conoscenza di notizie riservate.
Tanto che Rosaria Rita Del Vecchio e Giovannina Mancuso si erano fatte rivelare la località protetta dove il giovane era agli arresto domiciliari e la madre Giovannina, insieme ad Antonino Maccarrone si era recata in macchina sul posto pre prelevare il collaboratore, arrivando fino a pochi metri dall’alloggio di Emanuele Mancuso, non riuscendo nell’intento solo per via del trasferimento d’urgenza del detenuto.
L’intento di fare recedere il collaboratore è riuscito ai Mancuso per un brevissimo periodo di tempo: da 20 maggio 2019 al 27 maggio successivo, quando Mancuso è stato di nuovo interrogato e ha chiesto di rientrare nel programma di protezione.

ARMI ED EVASIONE Per oltre un anno Giuseppe Mancuso si è sottratto all’arresto, in seguito a una misura cautelare emessa dal Tribunale di Palmi, vivendo latitante a con l’aiuto di Francesco Paolo Pugliese e Luisa Maria Borrome. Giuseppe Mancuso e i suoi sodali non hanno mancato di dotarsi di armi clandestine (con matricola abrasa) come una Beretta 78f cliabro 9×21, una carabina Sauer 200 (rubata) compresa di ottica da puntamento.
Il 13 novembre gli imputati saranno difesi dagli avvocati Francesco Sabatino, Francesco Capria, Liborio Romito, Francesco Palmieri, Diego Brancia, Carmelo Naso. (a.truzzolillo@corrierecal.it)





Login

Welcome! Login in to your account

Remember me Lost your password?

Lost Password

error: Contenuto protetto