Caso Riace, le tappe dell’inchiesta che hanno portato al processo a Lucano

Dall’arresto al rinvio a giudizio, passando dalla decisione Cassazione e dalla nuova indagine. Un po’ di chiarezza su quanto successo fino ad oggi e sulle possibili sorti del sindaco dell’accoglienza

di Francesco Donnici
LAMEZIA TERME Circa un secolo fa, Franz Kafka scriveva di un “Processo” nato una mattina come tante e riguardante un uomo qualunque, ignaro fino a quel momento di aver compiuto azioni per le quali avrebbe dovuto rispondere davanti alla Legge.
Inizierà da lì un continuo vagare nei meandri di inverosimili aule di Tribunale e luoghi che la sicurezza nella propria innocenza gli aveva reso fino a quel momento sconosciuti.
Sentimenti e decisioni altrettanto contrastanti animano dall’inizio del 2017 – dall’apertura del fascicolo d’indagine da parte della Procura della Repubblica di Locri – il dibattito intorno al processo di Domenico Lucano, sindaco di Riace che il prossimo 11 giugno vedrà la prima udienza del “suo” processo davanti ai giudici del Tribunale di Locri.
Le vicende giudiziarie che hanno visto protagonista il primo cittadino del “paese dell’accoglienza” si sono trascinate dietro un ampio stuolo di polemiche ed incomprensioni legate al carattere politicizzato della vicenda e a tecnicismi che spesso possono indurre l’interprete all’errore.
Ripercorriamo in breve le diverse fasi di questo procedimento penale per fare un po’ di chiarezza e capire quali potrebbero essere gli scenari del prossimo futuro.

LE INDAGINI PRELIMINARI Il 5 ottobre 2017, Lucano riceve un avviso di garanzia, atto attraverso cui viene a conoscenza che la Procura ha aperto un fascicolo d’indagine nei suoi confronti per una serie di reati tra cui abuso d’ufficio, concussione e truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche in relazione al sistema dell’accoglienza. Insieme a lui, vengono indagate altre 29 persone.

L’ORDINANZA DI CUSTODIA CAUTELARE Il 2 ottobre 2018, Lucano viene arrestato  nell’ambito dell’operazione “Xenìa” e viene eseguita nei suoi confronti la misura cautelare degli arresti domiciliari disposta dal Giudice per le indagini preliminari (Gip) su richiesta del pm. Una misura “cautelare” può essere concessa solo sulla base di particolari esigenze quali: il rischio di inquinamento delle prove; il rischio di fuga dell’indagato; il rischio che lo stesso ripeta il reato che gli viene contestato. In più, nell’irrogare la misura il giudice deve valutare l’attualità di queste esigenze: più è lontano nel tempo il reato, maggiormente stringente deve essere il giudice nel motivare la necessità di una misura restrittiva.
All’esito delle indagini, la procura aveva contestato a vario titolo a Lucano e agli altri 29 indagati 14 diversi capi di imputazione, dall’associazione a delinquere a truffa e malversazione. Tuttavia il Gip ha ritenuto insussistenti gli elementi investigativi portati a sostegno di gran parte delle accuse, per questo ha respinto la richiesta di arresto in carcere per Lucano e di domiciliari per 15 degli altri 29 indagati. Dell’intero castello accusatorio, il gip Domenico Di Croce ne ha salvate solo due: favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e irregolarità nella gestione degli appalti. Per il giudice, Lucano avrebbe aiutato Lemlem Tesfahun nel fallito tentativo di farsi raggiungere in Italia dal fratello, e avrebbe irregolarmente affidato in via diretta l’appalto per la differenziata a due cooperative sociali del paese, che impiegavano italiani e migranti. In quella stessa ordinanza  il Gip sottolinea come «a Riace vi fosse un malcostume diffuso, ma nessun reato parrebbe essere stato compiuto».
L’opinione pubblica si spacca e il dibattito mediatico e politico si infiamma: da un lato i detrattori di Lucano non perdono occasione per etichettare Riace come un esempio di «business dell’accoglienza» dove alcuni si arricchivano con fondi pubblici a discapito dei cittadini; dall’altro la solidarietà di chi si stringeva attorno alla comunità di Riace ed al suo primo cittadino, secondo molti “colpevole” solo di essere la testimonianza tangibile – anche a livello internazionale – «delle menzogne che alimentano il consenso di una certa parte della politica».

IL DIVIETO DI DIMORA I legali di Lucano impugnano il provvedimento del Gip davanti al Tribunale dei Riesame di Locri che, con l’ordinanza del 16 ottobre 2018 revoca la precedente misura cautelare degli arresti domiciliari e la sostituisce con un’altra: il “divieto di dimora” a Riace. In molti, leggendo della revoca degli arresti iniziano a pensare che tutto si sia risolto per il meglio, ma la strada è ancora lunga e tortuosa. Il Riesame va però oltre, concentrandosi più in un’analisi della personale figura di Lucano che non delle accuse contestate.

LA CASSAZIONE ANNULLA (CON RINVIO) MA LUCANO NON PUÒ TORNARE A RIACE La sentenza della Corte di Cassazione è di annullamento con rinvio dell’ordinanza del Tribunale del riesame, affinché rivaluti la questione sulla base di una serie di paletti valutativi. In primo luogo sulla questione degli appalti, che per la Suprema Corte sono assegnati secondo legge. Per quanto riguarda invece l’altra accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, la Suprema Corte chiarisce che effettivamente ci sono elementi per accusare Lucano di aver aiutato Lemlem Tesfahun, ma a Riace non sono mai esistiti matrimoni di comodo. Più volte nell’ordinanza si fa riferimento alla cosa, ma senza che ci siano prove a sostegno, non a caso – sottolinea la Cassazione – non si rintracciano nei capi di imputazione.
Alla tesi secondo cui  «nessun reato è stato commesso, di fatto, a Riace» non corrisponde un’assoluzione, bensì la richiesta al tribunale del precedente grado (il Riesame) di rileggere le argomentazioni che lo avevano portato a decidere sull’applicazione del divieto di dimora ed eventualmente annullare la sua precedente pronuncia.

L’UDIENZA PRELIMINARE Nel frattempo, il procedimento arriva alla fase successiva alle indagini preliminari, quella cioè in cui il Giudice dell’udienza preliminare (Gup), sulla base degli elementi indiziari dall’accusa nonché delle arringhe e controdeduzioni degli avvocati difensori, dovrà decidere se rinviare a giudizio Mimmo Lucano – dando avvio al vero e proprio processo – o pronunciare il “non luogo a procedere”, ritenendo che gli elementi presentati non siano sufficienti per istruire un processo.
Il Gup non deve tener conto di quanto argomentato dalla Cassazione sulle misure cautelari, ma il suo giudizio può ovviamente esserne influenzato.
Si arriva così all’11 aprile 2019, ed alla decisione del Gup di rinviare a giudizio per accertare se gli imputati abbiano commesso o meno i reati ipotizzati dalla procura, compresi quelli precedentemente cassati dal Gip. Il processo avrà inizio tra due mesi esatti, l’11 giugno 2019.

NUOVE INDAGINI E POSSIBILI SCENARI Nel frattempo, un nuovo avviso di garanzia raggiunge Lucano e, quasi nelle stesse ore, nell’ambito del rinvio a giudizio, si prolunga di un anno la misura cautelare: il divieto di dimora a Riace sarebbe naturalmente caduto il 16 aprile – cioè a sei mesi dall’irrogazione della misura – ma con il rinvio a giudizio la cosa viene meno. I termini di custodia cautelare si rinnovano e il calcolo riparte, dunque la misura scadrebbe naturalmente l’11 aprile 2020.
La strada per il ritorno a Riace, oggi, per Lucano è un po’ più lunga.(redazione@corrierecal.it)







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