Le mani dei clan “romani” su un finanziamento da 100mila euro della Regione Lazio

I magistrati della Dda ricostruiscono la storia di un contributo pubblico che sarebbe finito nell’orbita delle cosche installate nella Capitale attraverso lo strumento della rete di imprese. Il ruolo del nipote di uno dei boss della Banda della Magliana

di Pablo Petrasso
ROMA
Dalle indagini che hanno portato al sequestro del tesoro dei clan a Roma Nord emerge l’utilizzo di uno strumento, «finora inedito ma perfettamente funzionale»: quello dei contratti di rete. Con questo escamotage – la creazione di un reticolo di imprese – personaggi che, secondo dalla Dda della Capitale, sarebbero legati alla ‘ndrangheta avrebbero ottenuto un finanziamento di 100mila euro dalla Regione Lazio. La scheda della rete d’imprese “Rim – Rete Impresa Morlupo” è presente sul sito istituzionale dell’ente. L’organismo, si legge, «è costituito da 53 attività presenti sul territorio di Morlupo con un’ampia differenziazione in merito all’assortimento merceologico. Le attività economiche che costituiscono la Rete Rim sono principalmente presenti sulla via Flaminia nell’area della stazione ferroviaria di Morlupo e lungo l’asse che della via Flaminia si snoda verso il centro storico». Lo scopo è quello «di valorizzare il territorio e accrescere le proprie capacità di commercializzazione migliorando singolarmente e collettivamente la propria competitività sul mercato».

Enrico Nicoletti, considerato il cassiere della Banda della Magliana

Scopi nobili che, per i magistrati, nasconderebbero in realtà un fine oscuro. La costituzione della rete, per i magistrati, «non può reputarsi genuina». I dubbi ruotano tutti attorno alla figura di Massimiliano Cinti, nipote del boss romano Enrico Nicoletti (considerato il cassiere della Banda della Magliana), di cui sarebbe stato «prestanome negli anni 90, per poi svolgere la stessa funzione, ormai da oltre un ventennio, per Domenico Morabito, uno dei presunti pezzi da novanta dello cosche impiantate a Roma Nord. Cinti, ricostruiscono gli investigatori, non risulta tra i soci fondatori della rete d’imprese. Ne diventa, successivamente, rappresentante: la sua assenza iniziale – sintetizza il decreto di sequestro – «ha risposto a un preciso obiettivo, e cioè di fare in modo che il suo nome non comparisse tra la documentazione richiesta e presentata per l’accesso al finanziamento pubblico erogato dalla Regione Lazio, peraltro concesso al massimo dell’importo finanziabile di 100mila euro».
L’atto che sancisce il finanziamento è del 5 settembre 2017. Per i magistrati, il fatto che Cinti fosse «indagato» nell’inchiesta “Fiore Calabro” «avrebbe potuto costituire un’ostativa» all’assegnazione dei fondi pubblici. Dunque l’uomo «è opportunamente comparso solo dopo, quando l’aggiudicazione dell’importo richiesto era avvenuta, assumendo la somma carica di presidente dell’organo comune e, successivamente, aderendo con la società “Gruppo Bios srl” della quale è stato amministratore solo per il tempo utile a realizzare lo scopo appena descritto».
Altra traccia seguita dagli inquirenti: i 100mila euro erogati dalla Regione (ovviamente all’oscuro dei movimenti societari “dietro le quinte”) vanno a finire nella stessa banca che elargisce un mutuo da 300mila euro «finanziando il 100% del prezzo di alcuni immobili», acquistati da una stretta congiunta di Cinti. Per il momento è soltanto una suggestione: la rete d’imprese di Morlupo, invece, è considerata dalla Dda «nella completa disponibilità di Domenico Morabito». (p.petrasso@corrierecal.it)







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