Violenze ed estorsioni per 10 anni: l’incubo di una donna che ha trovato il coraggio di denunciare

La polizia mette fine alle torture nei confronti di una 30enne di origini albanesi e residente a Corigliano Rossano. Smantellato il branco: cinque arresti. Gli investigatori: «La vittima temeva per i figli e più volte ha pensato di suicidarsi» – VIDEO

di Michele Presta
COSENZA Una relazione extraconiugale, un rapporto perverso tra padrone e schiava, poi anni di violenze sessuali e sevizie. Così è iniziata la storia di una donna di origini albanesi residente a Corigliano Rossano, che con la sua denuncia ha fatto finire in carcere cinque persone: Pietro Luigi Gallo, Sergio Gallo, William Oranges, Gianni Montalto e Salvatore Bruno.
Alcuni di loro noti alle forze dell’ordine, «professionisti e imprenditori del posto», spiegano gli inquirenti. Rispondono dell’accusa di violenza sessuale di gruppo ed estorsione aggravata dalla crudeltà con cui hanno compiuto i loro atti.
La donna, poco più che trentenne, ai poliziotti del commissariato di Corigliano Rossano guidato da Cataldo Pignataro, ha raccontato come per molti anni sia stata costretta a prostituirsi subendo violenze di ogni genere. Le costrizioni e la pratica del sesso estremo a cui la donna sarebbe stata costretta però venivano accompagnate da richieste estorsive e minacce ai propri familiari.
Agli inquirenti, la vittima, ha spiegato che se si fosse rifiutata di acconsentire alle richieste che le venivano fatte, i suoi aguzzini avrebbero diffuso video espliciti in cui veniva ripresa. Gli indagati finiti in carcere, tutti italiani e alcuni legati anche da parentela, sono stati tratti in arresto dopo giorni serrati di indagine. «Si tratta di una vicenda di degrado e squallore assoluto – ha detto il dirigente della squadra mobile Fabio Catalano-. La donna ha deciso di denunciare dopo anni di violenze, sevizie e sfruttamenti che ci inducono a pensare che l’intera vicenda possa risalire fino a 10 anni fa».
Prima che tutto si trasformasse in azioni violente e perverse, la donna aveva iniziato una relazione con uno dei componenti del gruppo che poi ha iniziato a torturarla. «Il gioco schiava-padrona poi è diventato qualcosa di insopportabile – ha dichiarato Cataldo Pignataro -. La donna non era più libera di vedere i suoi figli perché appena il gruppo che la teneva in pugno si accorgeva dell’assenza del compagno veniva prelevata e portata in una abitazione dove si consumavano gli episodi che contestiamo agli indagati».
In centinaia in questi anni avrebbero avuto rapporti sessuali con la donna. «Abbiamo subito avuto riscontri di quello che ci ha raccontato la donna quando siamo entrati nell’abitazione di uno degli indagati – ha continuato il dirigente del commissariato di Corigliano Rossano-. Oltre a delle sostanze stupefacenti sono stati rinvenuti anche degli attrezzi utilizzati per delle pratiche di sesso estremo. Ma le indagini proseguono perché vogliamo capire se sfruttando la donna gli uomini abbiano creato un vero business».
Gli indizi vanno in questa direzione anche perché gli agenti hanno annotato tra gli atti di indagine un tariffario dei rapporti sessuali riferitogli proprio dalla donna. «Alcuni siamo riusciti ad individuarli, altri la donna non è in grado di riconoscerli».
BOTTE E TERRORE La paura di essere scoperta dal compagno e dai familiari, il macigno della vergogna, le ripercussioni. Tutto questo ha sopportato la 30enne rimasta vittima delle violenze. Una condizione dal peso insormontabile che, secondo quanto riferito dagli inquirenti, avrebbe fatto vacillare più volte la donna convinta che l’unica soluzione al problema fosse il suicidio. «Poi è successo che ha avuto il coraggio di raccontare tutto – ha aggiunto il dirigente Pignataro -. Appena avuto l’appoggio morale dai familiari ha deciso di sporgere denuncia e raccontare con dovizia di particolare quanto è successo».
Dolori psichici e dolori fisici. La vittima nella sua denuncia ha raccontato che per giustificare i lividi presenti sul corpo frutto di percosse e violenze, si è recata in strutture sanitarie a Roma. Il viaggio sarebbe stata la pezza giustificativa per una malattia inventata per tranquillizzare i familiari. «Spesso indossava delle bende contenenti antidolorifici che le alleviavano il dolore», hanno specificato gli investigatori.
«Ci teniamo a ribadire che come Questura di Cosenza insieme ai nostri presidi periferici siamo costantemente impegnati contro i crimini di genere e nei confronti di soggetti deboli – ha specificato il dirigente della squadra mobile Fabio Catalano -. In questo caso il lavoro fatto con la Procura di Castrovillari ci ha permesso di ottenere una risposta di giustizia in modo immediato e di questo non possiamo che essere soddisfatti». (m.presta@corrierecal.it)







Login

Welcome! Login in to your account

Remember me Lost your password?

Lost Password

error: Contenuto protetto