Biomasse solide, l’oro “verde” di Calabria per l’elettricità a impatto zero

Quattro centri dei ventidue totali raggruppati nell’associazione Ebs. Gli impianti calabresi sono tra i più innovativi di tutta Europa con un capitale umano spesso chiamato a fare da tutor negli impianti europei o del nord Italia

di Michele Presta
COSENZA
Quello tra processo industriale e impatto ambientale pari a zero non è più un assioma inconciliabile. Succede con le energie da biomasse solide. Il protocollo che segue il processo di produzione elettrica che i 22 impianti riuniti nell’associazione Ebs presieduta da Simone Tonon è rigido, ma sfruttando le innovazioni del settore riesce a soddisfare due esigenze: produzione di energia senza inquinamento e benefici in termini economici nei territori dove gli  impianti sono attivi. L’epoca del taglia e brucia è definitivamente consegnata alla storia. Gli impianti a biomassa oggi battono la strada dell’integrazione con socio-economica.  «L’attenzione per l’ambiente è la nostra priorità – spiega Simone Tonon –. Dico questo perché non solo abbiamo dei sistemi di emissione particolarmente sofisticati che riducono l’impatto della combustione  ma anche perché interveniamo sulla gestione del materiale residuale». In sostanza, l’associazione Ebs, per la produzione di energia elettrica utilizza anche materiali meno nobili come gli scarti di potatura, tutto il residuale legnoso che si genera dalle alluvioni o dagli straripamenti dei fiumi, così come il sottobosco che rimanendo in decomposizione nei boschi producendo metano avrebbe in termini di effetto serra effetti per trenta volte superiori rispetto alla combustione da biomassa.
«Dialogando con l’industria boschiva, in diverse regioni riusciamo a contribuire alla gestione del patrimonio forestale intervenendo concretamente alla lotta per il dissesto idrogeologico così come nella prevenzione antincendio – specifica Tonon –. È chiaro che il nostro impegno nel sottoscrivere protocollo con gli enti locali circa i provvedimenti emergenziali nelle catastrofi rappresenta una priorità. Con del materiale che sarebbe destinato al macero noi riusciremmo a produrre energia. Lo faremmo intervenendo come supporto nel ripristino dei luoghi, trasformeremmo un problema in una risorsa».
L’ESPERIENZA CALABRESE Per i vertici di Ebs, in Calabria il color dell’oro è verde. Quattro impianti attivi dei ventidue totali, 134 MegaWatt di energia prodotta e un capitale umano che forma tecnici e operatori che a latitudini calabre arrivano per intraprendere percorsi professionalizzanti. Il numero degli impianti a biomassa in Calabria è spiegato dall’alta percentuale di risorsa legnosa. «Tra gli impianti di Strongoli e Crotone abbiamo 80 dipendenti diretti, 100 lavorano per noi indirettamente e altrettanti sono impiegati nell’indotto – spiega Marco Arcelli, direttore per lo sviluppo del Business del gruppo Eph della società Biomasse Crotone -. In totale parliamo di un valore in termini economici che si aggira intorno ai 40 milioni di euro e che rimane tutto sul territorio dove operiamo». Gli impianti calabresi fanno scuola. «In Calabria gli impiegati sono cresciuti con noi – spiega Arcelli –. In molti hanno terminato il loro ciclo di studi a scuola e sono stati assunti, adesso rappresentano delle risorse tecniche importanti per l’intero gruppo. Diversi sono stati in Lombardia e Francia per istruire il personale delle vecchie centrali che abbiamo rilevato e lo stesso hanno fatto con dei tecnici Koreani che hanno visitato il nostro impianto di Crotone».  Nella città pitagorica vengono lavorate 700mila tonnellate di biomassa solida, 300mila arrivano da altre regioni ma secondo Arcelli il fabbisogno potrebbe essere soddisfatto interamente dalla regione. Se gli impianti vanno bene, però, il dialogo con la pubblica amministrazione però non riesce a spiccare il volo. Troppa burocrazia e accordi come quelli del recupero dei residui da alluvioni che non riescono a concretizzarsi. «Molti dei boschi calabresi rientrano nel demanio di amministratori pubblici di piccoli comuni – spiega Marco Arcelli -. Mancano spesso i piani di gestioni dei boschi e chiaramente questi sono settori nei quali il privato non può intervenire. Per gestire dei fondi servono dei bandi gara e servono anche dei budget che seppur non si tratta di grandi cifre per gli amministratori dei piccoli comuni rappresentano degli investimenti consistenti. Strumenti più efficaci potrebbero essere quelli di partnership pubblico e private, speriamo di poterle mettere in pratica presto».  (m.presta@corrierecal.it)

 

 







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