Carl Brave e Franco 126, la generazione “Due Palme” invade il centro storico – SPECIALE

I millennials cosentini “ai piedi” di Telesio e dei due rapper. Lo slang romano davanti all’autore della “Città del sole” e le citazioni (inconsapevoli) di Otello Profazio

COSENZA Al timpano sinistro di Bernardino Telesio, a Piazza XV marzo, le parole di Carl Brave e Franco 126 arrivano senza interferenze. Il filosofo imperterrito continua a fissare il palazzo di governo, mentre ai suoi piedi i “millennials” lo illuminano con lo schermo degli smartphone intenti a pubblicare la storia su Instagram, l’ennesima della serata “cult” delle Invasioni, anzi “Top” visto il target della serata. Paragonare la metrica tra la “Città del sole” e “Polaroid” (disco d’oro del duo) è compito che toccherebbe agli esperti di letteratura, per una cronaca completa della serata è utile riportare come neodiplomati o in prossimità della maturità quelle rime le declinavano a memoria dimostrando anche una capacità di sillabazione degna da miglior collegio per élite borghese. Per Carl Brave e Franco 126 un centinaio di persone si sono accampate ai piedi del palco dal primo pomeriggio.

È l’evento dell’anno per chi oggi con ogni probabilità scrollerà le home page delle università dovendo scegliere cosa fare da settembre in poi prima di partire al seguito dei genitori per qualche amena località estiva. E lo slang bruzio tarda poco ad arrivare. «Ciao Cuse’» e parte il primo urlo davvero sentito anche di chi a Piazza XV marzo c’era arrivato per godersi il vento che ai piedi del colle Pancrazio non manca mai. Niente aria fresca o giacca in spalla, l’outfit della serata è t-shirt e bermuda per i maschi, top e short o un vestito lungo estivo per le signorine. Niente basi, la melodia è quella ma non fa niente. Sul palco insieme a Carl Brave (al secolo Carlo Coraggio) e Franco 126 ci sono musicisti di tutto rispetto. Per loro non si chiedono applausi, quelli si chiedono ai concerti impettiti, per i musicisti anzi “fratelli” si chiede «caciara». E che caciara quando parte il pezzo omonimo del titolo dell’album: Polaroid. Dopo i dieci secondi in loop di “Eh eh eh eh” arrivano strofe (sperando che nel rap si chiamino così) del tipo: «Ho saltato il compleanno di mio nonno il giorno dopo l’ho riabbracciato in sogno». Chissà quanto consapevolmente abbiano tirato in ballo lo stornelliere calabrese Otello Profazio ribaltando il suo «Ca si campa d’aria» in un «Qua non si campa d’aria e non si torna in dietro come ha fatto Minà». Il brano è Fotografia (tormentone dell’estate con Francesca Michelin e Fabri Fibra) Carl Brave lo canta da solo, al microfono, mentre la sua caricatura in stile Simpson viene proiettata sullo sfondo e i cellulari riprendono l’esibizione subito postata su tutti i social per fare invidia agli amici che non c’erano. Il tempo passa, passano anche i nomi. Gli anni novanta «Se è una femmina si chiamerà Futura», lo diceva Dalla guai a contraddirlo. Il 2018 «Se è femmina la chiameremo Natalie» lo dice Carl Brave, guai a contraddirlo. Poca importa se le scale mobili sono ferme e il «notturno non passa». Solo un po’ spiazzati nel vedere adolescenti con la sigaretta elettronica, quando il loro idolo canta “Camel blu” è notte tarda e le Camel blu «solo alle sei non fanno male».

Michele Presta
m.presta@corrierecal.it





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