Se il passato diviene idea d’impresa – VIDEO

La storia del Lanificio Leo dimostra che è possibile realizzare occupazione e sviluppo recuperando un antico stabilimento dismesso in un lungo apparentemente lontano dai grandi circuiti internazionali della produzione. Emilio Leo: «È un prototipo funzionante che ha cominciato a ridare lavoro». Il caso sarà al centro della trasmissione “Ti racconto un’impresa”, in onda questa sera alle 21 su L’altro Corriere Tv

di Roberto De Santo
SOVERIA MANNELLI Ci sono sogni, passioni e realtà. Non sempre le une si incrociano con le altre o meglio capita spesso che nella vita avvenga l’esatto contrario di ciò che si immaginava da piccoli. Così in gran parte dei casi succede che quel che si è sognato di fare da adulti, gettando anche dentro tutta la passione di cui si è dotati, poi non si realizzi nel futuro. Ripiegando su strade alternative che a volte portano molto lontano da quel desiderio e, nel caso di tanti calabresi, anche distanti da casa.
E invece ci sono storie che raccontano l’opposto: sognare un futuro nel luogo dove si è nati e cresciuti puntando su idee nuove non è solo ipotizzabile, ma può essere realtà. Il Lanificio Leo a Soveria Mannelli e la storia di Emilio Leo – figlio di una caparbia idea di riprendere l’azienda considerata dai più nel migliore dei casi “un reliquato” – ne sono una prova tangibile. La storia sarà al centro della trasmissione “Ti racconto un’impresa”, in onda questa sera alle 21 su L’altro Corriere Tv (canale 211 del digitale terrestre).
A 41 anni assieme al padre Peppino – che oggi ha 97 anni – ha messo in piedi uno dei casi più interessanti in Italia di nuova visione industriale. Centrata sul recupero di una tradizione secolare e di un modello quasi scomparso nel patrimonio produttivo calabrese: l’arte di produrre filati di lana di alta qualità. A cui si unisce la magia del luogo – l’antico stabilimento di Soveria in cui tanta storia dell’industria laniera calabrese è passata –, la metodologia di “low technology” e l’innesto della sperimentazione partita dal progetto di azienda-museo e trasferita poi con le più moderne logiche di produzione basate sulla ricerca e sulle geometrie di design. «Quando qualcuno mi chiede cosa faccio, in realtà ho un problema schizofrenico nel definirmi», ci dice Emilio con in tasca una laurea in Architettura conseguita all’Università di Reggio Calabria. «Potrei dire che sono un architetto che mi interesso di impresa o un imprenditore che pensa da architetto. In realtà da vent’anni incollo i pezzi di questa storia ultracentenaria della mia famiglia – il Lanificio Leo – che nel 1873 è stata la prima fabbrica laniera di questa nostra regione». La storia dello stabilimento, racconta Emilio, parte dunque circa 150 anni addietro a Carlopoli «perché la Sila – spiega – era piena di pecore merinos e mio nonno osservando di persona un contesto simile nel Napoletano e nel Salernitano ebbe un’intuizione. Tornando a casa disse: “In Sila tutti producono a mano, ma se io introduco un sistema meccanico per la produzione del filo potrebbe crearsi anche qui un’economia di scala”. Fu un’intuizione vincente visto che per oltre 100 anni il Lanificio Leo, come altre fabbriche come la nostra (se ne sono contate quasi 40 azienda come noi) hanno costituito quello che oggi potremmo chiamare un proto-distretto laniero-tessile in questa regione». Dopo Carlopoli, l’azienda di famiglia si sposta nei pressi dei ruderi dell’Abbazia di San Maria di Corazzo a qualche chilometro da Soveria Mannelli. Poi a Bianchi e infine nel 1935 nel luogo in cui si trova ora a Soveria. «Essenzialmente perché – spiega Emilio – nel 1935 a Soveria (che oggi appare in qualche modo luogo periferico rispetto ai grandi flussi) era molto più centrale di quanto si possa immaginare».
La strada che attraversa Soveria Mannelli – cioè la statale 19 – era la grande strada dei Borboni che collegava Napoli alla Sicilia per cui tutto il traffico veicolare che dalla capitale del Regno andava verso la Sicilia passava da questa valle. Nel 1935, dopo Catanzaro e Cosenza, Soveria Mannelli era la stazione ferroviaria più importante del tratto Calabro-Lucano e non per ultimo la città è stata con la sua Valle del Reventino, uno dei primi luoghi ad essere infrastrutturato con l’energia elettrica. «In quell’anno il nonno fece una scelta di campo – racconta -. Capì che Soveria era e sarebbe divenuta sempre di più il baricentro di tutto questo circondario e spostò qui azienda e famiglia». E da allora il Lanificio Leo fino agli anni ’70 ha funzionato in maniera molto produttiva. «È stata – spiega Emilio – un punto di riferimento economico e sociale del territorio. Basti pensare che il mezzogiorno a Soveria era scandito non con il tocco della campana della Chiesa, ma con la sirena della fabbrica. Da qui la mia convinzione che questo è sempre stato un posto che potremmo definire una cattedrale laica. Un luogo che ha ospitato per tantissimi decenni migliaia e migliaia di storie personali». Emilio lo definisce una sorta di «frantoio della lana». «Cioè un luogo in cui le persone venivano con le proprie piccole quantità di lana merinos – afferma – e la facevano trasformare in filo, in tessuto, o la scambiavano sul posto con la produzione di tessuti». Un meccanismo che per tantissimo tempo ha portato benessere in quest’area e ha consentito all’azienda e non solo di garantire occupazione: negli anni ‘50 (punta massima della storia della fabbrica) ha dato lavoro a 50 persone tra lavoratori diretti e indotto creato nel paese. Ma ad un certo punto negli anni ‘70 succede qualcosa che cambia il destino non solo del Lanificio ma dell’intera filiera produttiva calabrese che probabilmente era in Sila da centinaia di anni. «Un decreto – racconta Emilio – stabilì che su tutto il territorio nazionale era necessario incentivare l’industria casearia e quindi si introdusse sostanzialmente una mono razza e con essa svanisce la merinos. Oggi la razza sarda è la razza prevalete in tutto il nostro territorio».
E gli effetti di quel provvedimento si sono fatti sentire anche in questa area del paese: «E come se all’epoca – sottolinea Emilio – qualcuno avesse deciso che il tessile a queste latitudini non aveva alcun interesse economico e il sistema non ha saputo reagire. Noi assieme ad altri non siamo riusciti a fare fronte comune e in pochissimi anni si è determinato quello che si definisce un fine ciclo industriale: io offro qualcosa che non interessa più a nessuno». Lo stabilimento Leo dalla fine degli anni 70 fino alla metà dei 90 è andato «in una sorta di stand bye». Un’esistenza in vita garantita da Peppino Leo che a 70 anni ha deciso di acquisire la proprietà dell’intera area e dei locali che componevano la fabbrica. «Quello che al resto della famiglia – specifica Emilio – sembrava ferraglia e con questo atteggiamento ha lanciato una sorta di SOS. In realtà io ero l’ultimo che doveva raccogliere quel segnale: tra me e mio padre ci sono 52 anni di differenza e avevo studiato architettura per fare altro, per andare via come migliaia di altri giovani calabresi». Ed invece nella vita dell’allora studente universitario succede qualcosa. «Studiando architettura – racconta – mi ha portato a vedere questo posto in un’altra dimensione. Il luogo da cui in qualche modo dovevo e volevo scappare è divenuto il luogo dove ritornare. Dove costruire una nuova visione di futuro». Un’idea che Emilio condivide con altre persone. «Con un gruppo di Lamezia poco più che ventenni, tra cui Gennaro Di Cello e il ceramista Antonio Pujia – ripercorre quegli anni – abbiamo inventato un festival che si chiamava “Dinamite museali” che è anche una sorta di contraddizione in termini. Cioè l’idea che un luogo così storicizzato, che probabilmente sarebbe potuto divenire un museo che celebrava in qualche modo una stagione di operosità, potesse invece divenire dinamicamente altro». Da quelle notti estive nasce in Emilio l’ispirazione: «Ho capito che potevo fare l’architetto qui – racconta – in un modo completamente diverso, non costruendo case, non immaginando architettura ma immaginando un’idea d’impresa sempre per questa fabbrica della lana. Naturalmente l’ho fatto con i mezzi culturali che avevo in quel momento».
«Non ero un imprenditore – precisa – il modello imprenditoriale che c’era stato prima non era assolutamente aderente o replicabile per tantissime ragioni e allora il modo laterale di guardare alla vecchia tecnologia è divenuto la chiave di volta. Quindi gli anni del festival sono stati un po’ una grande stagione di esperimento a costo zero. In quegli anni il Lanificio è stato utilizzato se vogliamo come oggi vengono utilizzati i fab lab». Ma con un obiettivo preciso: comprendere un nuovo paradigma produttivo. «In che maniera – spiega Emilio – in una società che deve costruire modelli di competizione completamente diversi e completamente lontani dal pensiero “lo faccio in poco tempo e al minor costo” e il significato che diamo alle cose, e il modo in cui torniamo a fare le cose». «Quegli anni – specifica in questo senso – sono serviti a capire come funzionavano le vecchie macchine, come sfruttare al meglio il loro limite tecnologico e come in qualche modo con questi network internazionali portare idee di progetto e farle diventare nuovamente prodotto. È questo essenzialmente che consiste il rapporto tradizione-innovazione. Se ci pensiamo bene la tradizione è l’innovazione che ce la fa». A questo punto la strada individuata dal giovane architetto è precisa: «Non ho voluto replicare il “presepe vivente”, che è la storia di mio padre o di mio nonno, ma realizzare quello per cui sono stato educato. I miei strumenti sono diversi da quelli di mio padre, la mia concezione del mondo è diversa». Su queste basi Emilio Leo in questo posto, dopo dieci anni di esperimenti, nel 2008 ha fatto ripartire nuovamente l’impresa. «Ora il Lanificio Leo essenzialmente è un laboratorio di taglio artigianale che fa prodotti per la casa, il tessile e piccoli accessori per la moda. Ma soprattutto è anche un museo d’impresa. La nostra eredità tecnologica ed anche immateriale è stato il concime, la scintilla per poter riattivare questa storia d’impresa. Se non ci fosse stato questo impianto, probabilmente sarebbe stato impossibile replicare o rinnovare questa storia. Anche con tutta la finanza agevolata del mondo». «Perché c’è una grande idea di impresa nell’attivare un’azienda – aggiunge – però c’è anche poi la sostenibilità nel tempo. Non è solo costruire un capannone e mettere dentro delle macchine e attendere, quello che abbiamo fatto qui è sovvertire il meccanismo classico dello sviluppo: cioè avere un’idea, costruire un business plan più o meno coerente ed attendere un bando che ti aiuti a fare qualcosa». «Noi – afferma orgogliosamente Emilio – abbiamo fatto il contrario. C’era una storia reale, un luogo fisico con un valore immateriale forte per la propria comunità di riferimento – e vorrei dire anche per la storia economica della Calabria visto il primato storico del 1873 – e con quello che c’era abbiamo creato una specie di business plan funzionate, reale, sul campo. Abbiamo fatto il prodotto, l’abbiamo testato tutto essenzialmente in maniera omeopatica. Senza un euro di soldi pubblici con un impianto che era assolutamente ammortizzato da un punto di vista economico e che se fosse stato distrutto sarebbe stato una grande perdita per tutti noi». «Perché in realtà un’impresa è un motore economico – aggiunge Emilio – ma è anche un motore culturale visto che dietro c’è un modo di pensare e vedere. Forse oggi noi abbiamo la fortuna di stare in una valle – quella del Reventino – e nella realtà di Soveria che ha tanta capacità imprenditoriale. E questo ci aiuta ad avere esempi concreti».
Allora oggi il Lanificio Leo è tutto questo: «Un prototipo funzionante che ha cominciato a ridare lavoro, con un modello di produzione customer id (quindi con tanti progetti che si fanno su richiesta) quasi just time». «Però se noi non avessimo riiniziato a valle – spiega – cioè nel trasformare la fabbrica in brand non avrebbe oggi la possibilità di veicolare un territorio, una storia di azienda e portarla ovunque nel mondo. Stiamo completando un po’ questa capacità. Quando sarà completa è chiaro che la capacità produttiva, la capacità di ingrandire anche la parte d’impresa sarà tale da poter offrire ulteriormente lavoro». «E tutti sappiamo che – sottolinea – la vera lotta alle mafie la si fa offrendo lavoro. Se i territori garantiscono la dignità del lavoro, ognuno ha la possibilità di scegliere. Anche in questo senso noi come tantissimi altri in questo momento storico in questa regione e nel Sud siamo impegnati su questo fronte. «Per questo sostengo – conclude Emilio – che noi facciamo Politica (con la P maiuscola) facendo sciarpe. È la mia visione del mondo, sarà un po’ forse naif però credo che ognuno debba fare la propria parte con gli strumenti che ha disposizione. Perché soltanto con il fare è possibile cambiare il mondo». (r.desanto@corrierecal.it)







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