«Ho rovinato la mia famiglia ma ora sono un’altra persona». Il racconto delle vittime della ludopatia

La ludopatia, in Calabria, è una delle più gravi emergenze. Ma c’è chi è riuscito a venirne fuori: «Sono andato dagli strozzini, ho rovinato la mia famiglia. Ma ora mi sento libero»

di Giorgio Curcio
LAMEZIA TERME «L’inizio è sempre un gioco, un passatempo. Poi però ci finisci dentro quando ad esempio qualcosa nella tua vita non va e, da possibile valvola di sfogo, tutto si trasforma in una dipendenza». Un racconto tanto drammatico quanto reale che si intreccia con una delle tante persone in cura nei numerosi centri contro le dipendenze presenti in Calabria. Già perché la ludopatia, numeri alla mano, rappresenta una vera e propria emergenza in Calabria, in linea con quanto avviene ormai da anni nel resto del Paese. Mancano ancora le cifre relative al 2019, ma quelle del 2018 fanno ancora paura: ammonterebbe a 1,8 miliardi di euro il “giocato” nelle macchinette fisiche a cui si aggiunge almeno il 33% relativo a quello online. Cifre enormi che ruotano attorno ad un business che non conosce crisi e che ha ripercussioni devastanti sul tessuto economico e sociale. Sono decine, in Calabria, le “vittime” della ludopatia, uomini e donne che si ritrovano costretti – pur di pagare gli enormi debiti accumulati – a vendere beni, dilapidare stipendi e pensioni o, in alcuni casi, anche a delinquere, devastando rapporti personale e familiari.
I RACCONTI DELLE VITTIME E le vittime della ludopatia, e ora in cura nei centri specializzati, hanno alle spalle storie drammatiche. Esistenze segnate nell’anima prime che nei volti ma ora, dalle loro parole e dalle loro mani, filtra una nuova sensazione di benessere, la consapevolezza che, nonostante tutto, sono riusciti a riemergere dal fondo e a ritrovare quella luce in fondo al tunnel che sembrava irraggiungibile. Sono i racconti di chi, grazie alla terapia, è riuscito a dare la svolta che serviva alla loro vita. «Senza la mia famiglia – racconta al Corriere della Calabria un paziente – non sarei qui a parlare con voi. Il loro aiuto è stato fondamentale per una mia presa di coscienza, così come quello degli operatori della comunità». Slot machine, certo, ma anche le più “classiche” bische clandestine: chi si ritrova in fondo al baratro spesso non ha altra scelta se non continuare a scavare, entrando in contatto inevitabilmente con quel tessuto criminale che si nutre e si fa beffe di chi ha bisogno e di chi è disperato: «Ho speso cifre enormi – racconta un altro paziente – gioco da quando avevo 15 anni e l’ho fatto fino a quando non ne ho compiuto 40. Ho accettato di essere un ludopatico solo dopo essere entrato in una struttura. Finché sono stato fuori non l’avevo mai ammesso. Io – racconta – sono cresciuto in un ambiente particolare, sempre a contatto con l’illecito. Sono finito dagli strozzini, ho rovinato la mia famiglia. Quando si è ludopatici accade questo». «Sono quasi due anni che sono in cura. Mi sento libero, un’altra persona. Ho riacquisito la mia fiducia e quella della mia famiglia. Prima, invece, mi sentivo una nullità».
IL MESSAGGIO Infine un messaggio rivolto a tutti i ludopatici: «I problemi non si risolvono da soli, venite in queste strutture perché ci sono dei professionisti pronti ad accogliervi e aiutarvi così come hanno fatto con me». (redazione@corrierecal.it)

 







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