Al via “Trame”: dalla ‘ndrangheta al Nord agli «insospettabili in giacca e cravatta»

LAMEZIA TERME Quella di cui si è parlato nel corso dell’evento di apertura di “Trame – festival dei libri sulle mafie”, al chiostro di San Domenico, è una ‘ndrangheta poliedrica…

LAMEZIA TERME Quella di cui si è parlato nel corso dell’evento di apertura di “Trame – festival dei libri sulle mafie”, al chiostro di San Domenico, è una ‘ndrangheta poliedrica e risoluta a radicarsi nel tessuto del Settentrione. Perché, come hanno sottolineato a più riprese Giuseppe Gennari, gip di Milano, e Paolo Pollichieni, direttore del Corriere della Calabria, che ha moderato il dibattito, è fatta di tanti lati diversi tra loro, ma simili nel proposito di insinuarsi in ogni aspetto della vita pubblica.
È quanto viene raccontato in “Le fondamenta della città. Come il Nord Italia ha aperto le porte alla ‘ndrangheta” di Gennari, uno dei libri del festival, incentrato sull’attività svolta dall’autore dal 2007 al 2010 in qualità di magistrato antimafia. È una ‘ndrangheta, quella che attraversa l’Italia dall’Aspromonte alle Alpi, che «stupisce per la sua efficacia non appena si ha la possibilità di osservarla», come in questo caso, dall’interno. Che «non è “anti” rispetto allo Stato», ha affermato Pollichieni, ma, anzi, opera con quest’ultimo in una commistione di intenti e di modi di agire. Che tocca, da vero «player economico», ha spiegato Gennari, la politica, e poi settori come quelli dei servizi, dei trasporti, della sicurezza e del gioco. Altri, come quello del movimento terra, li «monopolizza addirittura, con una presenza fissa più che ventennale».
E i cittadini? E gli stessi mafiosi? I primi, ha affermato Gennari citando il caso della Lombardia, sono «compiacenti. Giustificano – ha proseguito – chi, imprenditore, decide di essere colluso con la mafia per lavoro o chi, politico, lo fa per ottenere consenso, voti». I secondi invece non sono quelli dei film, rozzi o dalle maniere forti, ma sono «gli insospettabili in giacca e cravatta», quelli che non ti aspetteresti mai. Succede allora che tracciare una linea di demarcazione diventa difficile, e appare un lavoro arduo quando, dalla stessa magistratura «pare non ci sia – ha affermato Pollichieni – il proposito di andare davvero a fondo».
I casi delineati dallo stesso direttore del Corriere, del resto, parlano chiaro. C’è la mafia degli anni ’90-2000, quella ancora radicata «a un approccio familistico» e quella, giovane, che tenta di emanciparsi diventando ancora più azienda. Ci sono i personaggi noti alle cronache, i casi recenti ed eclatanti di corruzione e turbativa d’asta nell’ambito dell’Expo milanese e di Infrastrutture lombarde e, parallelamente, i numeri del fenomeno mafioso, a volte «volutamente ingigantiti», ha affermato Gennari, ma che, comunque, raggiungono i profitti di una holding «toccando ogni aspetto del territorio, come si può vedere dalla lettura efficace che ne dà l’osservatorio Transcrime».
Le responsabilità, però, ha affermato Gennari, non sono solo della ‘ndrangheta, dei mafiosi e di chi con la mafia è colluso, ma di tutti. Del cittadino, delle associazioni, di tutti quelli che, se si girano dall’altra parte, diventano complici e compiacenti. «No», del resto, lo si può dire anche con l’arte. Lo ha fatto l’artista contemporaneo Renzo Bellanca con la sua installazione “Trame di parole” che ha aperto il festival. Tanti tasselli bianchi e neri sul pavimento, parole come racket e corruzione e frasi come “due pesi due misure”. Oppure “pizzini”, da strappare, e da gettare.

 

Zaira Bartucca







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