Così il South working ridisegna l’approccio al lavoro

Un progetto per rilanciare il Meridione e diminuire il gap tra territori. Svimez al lavoro per analizzare i nuovi modelli organizzativi. Il sociologo De Masi: «Si può approfittare dell’emergenza Covid per costruire reti»

di Giusy Raffaele
LAMEZIA TERME Il south working è un progetto, ideato da Elena Militello, ricercatrice dell’Università di Lussemburgo, fondatrice di “South Working – Lavorare a Sud”, associazione senza scopo di lucro che si propone di rilanciare e promuovere il Meridione e le aree interne dell’Italia per ridurre il divario presente tra territori con diversi livelli di sviluppo. Il progetto si basa sulla volontarietà degli spostamenti dei lavoratori (utilizzando lo smart working), promuove percorsi di formazione adeguata finalizzati al mantenimento di un sano equilibrio tra vita privata e lavoro, con condizioni di lavoro ottimali e alti standard di produttività, non necessariamente associati alla presenza fisica dei lavoratori in sede. Stimola la diffusione di spazi di lavoro urbani condivisi tra professionisti provenienti da diversi ambienti lavorativi, il cosiddetto coworking, che permettono di mantenere la dimensione sociale del lavoro evitando l’effetto “alienazione” che ha da sempre contraddistinto il telelavoro e che, purtroppo, siamo stati costretti a subire durante i primi mesi di emergenza sanitaria. La mobilità concepita come strumento di crescita personale e professionale, a vantaggio a tutti i portatori di interessi coinvolti.
«Tengo a precisare – spiega Elena – che il Sud è inteso come concetto relativo, siamo tutti il Sud di qualcun altro. Lo scopo del progetto è infatti quello di studiare e agevolare il fenomeno dello Smart working localizzato in una sede diversa da quella del datore di lavoro, qualunque essa sia». 
Questi, in sintesi, i punti cardine del progetto illustrati nella carta dei diritti del south worker. Obiettivi che coincidono con quelli già sanciti dall’articolo 119 della Costituzione che attraverso la promozione dello sviluppo economico e della solidarietà sociale vuole realizzare una politica nazionale di coesione, per rimuovere gli squilibri economici e sociali e favorire l’esercizio effettivo dei diritti delle persone.
Il sociologo Domenico De Masi, ordinario alla Sapienza, già fondatore nel 1995 della Sit (Società Italiana di telelavoro) sul tema è convinto che «se riusciamo ad approfittare dell’emergenza Covid per costruire reti, rafforzando quelle che collegano i territori, reti di conoscenza, reti digitali, reti infrastrutturali, in modo che non ci sia una sola forza centripeta che attrae solo i grandi centri del Nord. Le città del Nord crescono e quelle del Sud si svuotano. Bisogna assicurare uno sviluppo più equilibrato dal punto di vista demografico».
E non c’è dubbio che la pandemia ha fatto da acceleratore nella nuova concezione della modalità lavorativa (se pensiamo che a giugno si sono registrate punte del 90% nelle amministrazioni centrali e del 70 % nelle Regioni) che sta portando a grandi cambiamenti negli assetti socio-economici del Paese, rompendo forzatamente le barriere alzate contro lo smart working, soprattutto nei settori della pubblica amministrazione, e legate a resistenze di natura culturale (è inutile girarci intorno ma per alcuni manager pubblici over 60 e non solo la presenza dei dipendenti in ufficio oltre ad essere “rassicurante” sotto il profilo psicologico rappresenta una forma di controllo sul lavoratore).
Questo è un punto di partenza importante sul quale è necessario lavorare per rafforzare i vantaggi che il nuovo scenario ci può continuare ad offrire (in termini di miglioramento della qualità della vita personale e familiare, riduzione dell’inquinamento ambientale e acustico delle nostre città, possibilità di investire nelle aree del Sud) e ridurre al minimo gli effetti collaterali a cui abbiamo assistito in questa prima fase di sperimentazione improvvisata di “home working” (aumento delle diseguaglianze di reddito, diritto alla disconnessione, creazione di spazi di coworking che evitano l’“effetto caverna” e favoriscono le occasioni di confronto e dialogo tra i diversi attori del mondo lavorativo).
Sarà interessante analizzare i risultati dell’indagine avviata dalla Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno) in collaborazione con Dataming che uscirà a fine ottobre-inizio novembre dal titolo “Nuovi strumenti di lavoro, dal telelavoro al south working”, sviluppata in due diversi questionari per le imprese e per i lavoratori, per conoscere la diffusione del south working e l’utilizzo di nuovi modelli organizzativi di lavoro post Covid-19.
La sfida in corso è importante, perché ridisegnare l’architettura e l’approccio organizzativo al lavoro non basta, serviranno anche investimenti in infrastrutture tecnologiche e in settori fondamentali come scuola, sanità e cultura che rendono un territorio un’attrattiva per il rientro di lavoratori, studenti e famiglie nelle regioni d’origine. (redazione@corrierecal.it)





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