Le Valli Cupe a Londra in una mostra Richemont

Dopo i “sogni sospesi” (la sua prima mostra) tracimati da un baule chiuso da più di ottant’anni e riposto in una soffitta dell’antica villa di famiglia a Cernobbio, sopraggiunge, frutto…

Dopo i “sogni sospesi” (la sua prima mostra) tracimati da un baule chiuso da più di ottant’anni e riposto in una soffitta dell’antica villa di famiglia a Cernobbio, sopraggiunge, frutto di un’accorta perlustrazione per borghi antichi e stupendi paesaggi italiani, il suo umano “Cantico dei cantici”. L’erotismo biblico, che per Sant’Agostino è un enigma, in cui non mancano riferimenti a “vezzi di perle” e “pendenti d’oro con grani d’argento”, è qui soppiantato da donne variopinte e dai morbidi sguardi.
C’è chi si misura con le periferie del Paese sfregiate dal pasoliniano “sviluppo senza progresso”, Guido Taroni, invece, getta lo scandaglio su luoghi di struggente armonia, spesso celati alla vista o dimenticati all’ombra dell’incuria.
Due di questi “ritratti di signora” svelati a Londra, in una kermesse di alta gioielleria alla quale hanno preso parte molte celebrità della moda internazionale, parlano della Calabria, per una volta non in chiave ferox. Fantastica è la foto interpretata da Maria Mantero, di spalle tra le fenditure secolari del canyon nelle silane Valli Cupe. Sottolinea il fascino del sito e, con la sua maestosa figura vestita di un drappo di seta al centro dell’obiettivo, ricorda che lì, in altre epoche, sono passati gli eroi. E che, grazie anche alla quiete di questi giacimenti naturalistici, i grandi calabresi hanno dato al mondo la matematica pitagorica, l’erudizione di Cassiodoro, il “terzo stato” di Gioacchino da Fiore e l’utopia di Campanella.
A Londra è andato in scena l’eterno, invitto nonostante le asprezze della storia, sbocciare del bello, condensato in un soave dialogo intessuto tra donne incantevoli, gioielli e paesaggi luminosi, da afferrare con la macchina fotografica e trasfigurare in una narrazione che scarta, ma non lo nega, il dolore di vivere.
Sono le tracce che conducono a “Beauty is my favorite colour”, un’esposizione di “scatti” ricercati, mai casuali o indolenti. Tutto, va da sé, in una logica terrestre, ma senza scarnificare il candore interiore che riverbera da ogni sguardo di donna colto con la precisione inquieta di un artista che avverte la maturità incalzante e, al contempo, la responsabilità di non deludere le attese. Insieme, risalta il primato dell’amore, spogliato da eros e thanatos, magistralmente rappresentato da quindici ritratti d’incanto dell’erede del “Conte rosso”.
D’un tratto, l’attenzione parossistica per il dettaglio che faceva disperare i suoi collaboratori e l’eccelso gusto per il bello di Luchino Visconti, figlio di Giuseppe conte di Modrone duca di Grazzano Visconti e di Carla Erba e uno degli artisti più significativi del XX secolo, si sono materializzati a Londra, nella splendida cornice della Spencer House, nelle foto di Guido Taroni, erede del regista di “Rocco e i suoi fratelli”.
Quindici ritratti di pura bellezza, che s’avvalgono di gioielli preziosi, mai ridondanti, di donne affascinanti dagli splendidi orecchini di spinelli rossi tagliati dalla stessa pietra grezza e dalle labbra “come di nastro scarlatto”, e poi di straordinari paesaggi dell’Italia incastonata fra scrigni di erbe aromatiche, siepi selvagge e maestose foreste.
Guido Taroni, ispirato dal “genio visionario” di Giampiero Bodino, fondatore e direttore creativo del gruppo Swiss Luxury Group Richemont, sintetizza così, a Londra (a novembre la mostra sarà a Milano e in primavera a New York), il suo “credo” d’artista: epilogo di meticolose ricerche, sia dei volti da astrarre dalle solitudini della quotidianità che degli stupendi giardini di un’Italia redenta dal bello.
Nell’Italia sormontata da nuvole grigie e con popoli in fuga per fame e guerre, la meraviglia del lusso che non offende, anzi rimarca l’intelligenza della creazione e dell’estro artistico, suggerisce di andare oltre le miserie culturali e il fastidioso incalzare del nulla.
Giampiero Bodino si presenta, e invita a rendersi conto delle meraviglie che la natura e la storia ci hanno consegnato: «Mi ispiro al paesaggio italiano, i colori del Mediterraneo, le maioliche di Sicilia, le texture del quartiere Coppedè a Roma… Spesso mi sono chiesto da cosa nasce il mio gusto e la risposta è: dall’amore per questo Paese. C’è una tale concentrazione di bellezza che non ho fatto altro che tradurre in gioielli ciò che vedo».
In questa appassionata investigazione del bello, Taroni e Bodino non si spingono fino a ripetere, con il grande romanziere russo, che «la bellezza salverà il mondo». Non c’è alcuna presunzione pedagogica in “Beauty is my favorite colour”. Estraendo, però, dal cilindro l’Italia dei luoghi che non t’aspetti, s’intuisce la scelta di stare, senza condizioni, dalla parte del bello, che diventa l’acqua santa di cui rifornirsi per contrastare gli inferni del mondo.

*Giornalista







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