Lamezia, tanti “io” non fanno una città libera

di Giacomo Panizza Lamezia Terme si percepisce come una città sott’assedio incapace di liberarsi. Anche chi la vanta di essere la terza città della Calabria non si abbuona la figuraccia…

di Giacomo Panizza

Lamezia Terme si percepisce come una città sott’assedio incapace di liberarsi. Anche chi la vanta di essere la terza città della Calabria non si abbuona la figuraccia dei tre scioglimenti del Consiglio comunale subiti con l’incriminazione di accertati condizionamenti mafiosi. La spiritosaggine Non c’è due senza tre, del giorno dopo le ultime elezioni, trasmetteva daccapo il sentore di un Comune assoggettato a poteri deviati; e, fiaccata, la società si è “sdraiata”. L’ultima votazione “democratica” ha cagionato balbettii nei partiti sconfitti e senso di impotenza nella parte sana della società.
Auspico che non prevalga la teoria messa in giro, secondo la quale Lamezia Terme prospererebbe aumentando il numero degli iscritti al suo Ufficio anagrafe, unendo altri comuni per conquistare il titolo di seconda città più popolosa della Calabria. Da parte mia penso il contrario perché tanti “io” non fanno una città, e nemmeno un quartiere o una casa. La quantità dei cittadini non basta perché il “nuovo necessario” alla città è una migliore qualità della cittadinanza che in essa viene esercitata. Una città che non costruisce cittadinanza distrugge sé stessa.
La libertà di una città si vede dal momento in cui la comunità decide di prendere in mano il suo destino, concorda su obiettivi prioritari e si dota di strumenti capaci di fornire più autonomia e crescita per tutti e tutte. Tra gli “strumenti” indispensabili è essenziale includere il Consiglio comunale il più possibile alleato con la cittadinanza, entrambi risoluti a non farsi più sciogliere per mafia.
A distanza di cinquant’anni dall’unificazione dei comuni di Nicastro, Sambiase e Sant’Eufemia, rimangono serie contraddizioni da sbrogliare e perdurano poteri ostinati a voler asservire la città. Lamezia Terme viene frenata anche da una specie di timore a sviluppare relazioni sociali fiduciose, oltre che da una annosa e irrisolta inadeguatezza del comparto amministrativo e burocratico. Fortunatamente, vi restano anche spazi per reimmaginare e mettere in pratica scelte avvincenti per qualificare la democrazia impegnandosi apertamente nella partecipazione. Tra i possibili interventi atti a rafforzare la democrazia, ne accenno due tra quelli collaudati, che espongo pensando a tutti coloro che sono determinati a non più subire scippi di libertà.
Come primo intervento, volto a superare la scarsa fiducia serpeggiante tra la popolazione e verso le istituzioni, sarebbe importante utilizzare il metodo del confronto creativo. Questo consentirebbe di mettere insieme idealità, idee e ideazioni utili a risolvere i problemi di convivenza civile, di inclusione, di economie, salute, arti, eccetera, perché esso incoraggia a collaborare in maniera positiva i classici tre settori dello Stato, del mercato e del sociale. A differenza del cosiddetto confronto parlamentare (legittimo ma partitico, circoscritto all’obiettivo di “portare a casa” consensi e posizioni di supremazia di una parte in gioco a svantaggio delle altre) il confronto creativo elabora progetti vantaggiosi a tutte le parti in campo. Infatti, i soggetti coinvolti, sia a titolo di rappresentanza (istituzionale o altro) che a titolo di rilevanza (bisogni e diritti), co-costruiscono soluzioni idonee a raggiungere i fini prefissati e ne sortiscono tutti vincitori. Le deliberazioni istituzionali spettano solo agli Enti di rappresentanza, titolati a ciò, che in ogni caso si sono cimentati alla pari con gli altri nel processo costruttivo.
Come secondo intervento per Lamezia Terme, a mio avviso sarebbe importante dar vita a una serie di governance finalizzate a incrementare le corresponsabilità degli abitanti nella conduzione della cosa pubblica. Come considerare possibile che una qualsiasi amministrazione comunale, pur capacissima, possa essere l’unico motore di un’intera città? Come giustificare che agli abitanti di una città sia vietato aprioristicamente di poter suggerire prospettive di bene comune o di dare una mano alla vita pubblica della loro città? La governance si esplica per riconoscere il diritto-dovere di partecipazione, per dare anima al territorio, per fare ricerche sociali e culturali, per raccogliere e disseminare consigli di rigenerazione urbana nei centri e nelle periferie, per valorizzare la solidarietà e la sussidiarietà dei singoli e delle formazioni sociali, come anche per fronteggiare con i rispettivi livelli di responsabilità e di attitudini certi problemi e conflitti collettivi, quali ad esempio le ingiustizie agite dai mafiosi o dalla microcriminalità, o l’evasione scolastica, l’irrisolta questione del campo rom, lo spaccio e l’abuso di droghe, e così via.
Lamezia Terme conosce una tradizione di governi che non si sono avventurati in queste o in altre modalità di democrazia partecipata. Si sono attenuti a esercitare l’arte di governare ma lasciando in eredità al futuro un comune e una comunità fragili perché fragile è una città in cui la cittadinanza non viene considerata. Dopo tre scioglimenti per mafia, con la derivata serie di conseguenze deleterie nel lungo termine, sarebbe cosa saggia cominciare ad assicurare spazi e ruoli partecipativi ai cittadini e alle cittadine al fine di imparare ed esercitare anch’essi l’arte di farsi governare. La libertà di una città sta soprattutto nell’ideale di convertirsi da sudditi a cittadini.





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