La scommessa (da vincere) del vino made in Calabria

La decisiva spinta per conquistare quote di mercato passa dal marketing territoriale e dal livello di qualità. Lo dicono produttori ed esperti. Tanti ancora i limiti strutturali

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Una corsa per conquistare una fetta di mercato in un settore produttivo che è divenuto uno dei maggiori vettori del Made in Italy nel mondo. La sfida della vitivicoltura in generale e dei produttori di vino calabresi è racchiusa tutta qui. Crescere sul mercato interno e ritagliarsi un pezzetto di terreno sull’export delle bottiglie che varcano i confini nazionali. Una scommessa difficile che il sistema produttivo calabrese del settore prova a giocare con le carte della partecipazione a fiere del comparto e dell’aggregazione in consorzi di qualità, due su tutti: Terre di Cosenza Dop e consorzio dei vini di Cirò e Melissa. Due solide realtà che stanno svolgendo un ruolo importante per far conoscere la produzione regionale sulle principali vetrine nazionali ed internazionali. Ultimo esempio è la partecipazione al Vinitaly 2018 – la più grande vetrina nazionale del comparto e una delle maggiori al mondo – in cui i due consorzi, sotto il coordinamento della Regione e dell’Arsac (l’Azienda regionale per lo sviluppo in agricoltura), hanno offerto un contributo decisivo per la buona riuscita della presenza della Calabria all’evento.
Una presenza – rappresentata a Verona da 60 produttori – incentrata soprattutto sulle eccellenze e dunque sulla qualità.

I NUMERI DEL SETTORE

Ed è proprio la qualità la caratteristica sulla quale la Calabria dei vini punta maggiormente per crescere. Non potrebbe essere diversamente visti i numeri della produzione. Stando alle stime dell’Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare (Ismea), la media della produzione del vino calabrese tra il 2013 e il 2017 è stata pari a 467mila ettolitri. Una massa che rappresenta appena l’1% dell’intera produzione nazionale. Restando alla fotografia del comparto effettuata dagli analisti dell’Ismea, emergono altri limiti strutturali del sistema produttivo che fanno della Calabria ancora una cenerentola. A partire dagli ettari di terreno destinati a vigneto. Nel 2017 la superficie complessiva dei vitigni calabresi, secondo le stime Ismea, era pari a 10.656 ettari al sedicesimo posto in Italia, decisamente molto lontano dai circa 100mila ettari della Sicilia (prima regione per presenza di vite da vino), 90mila del Veneto e 87mila della Puglia.
Così come per numero di aziende agricole con vite da vino: 8.315. Per fare un rapporto con i territori più prossimi (ed anche i più grandi per numero di imprese in Italia), la Puglia ne ha 37.498 e la Sicilia 36.335. Numeri che si traducono conseguentemente in un modesto valore della produzione, sempre se rapportato al valore Italia. I dati del sistema Confagricoltura indicano infatti che nel 2017 il giro d’affari è stato pari complessivamente a 61 milioni di euro per una produzione di vino pari a 364.458 ettolitri (0,80% della produzione nazionale). Un volume d’affari che rappresenta appena l’1,72% dell’intero comparto italiano.
Un’annata difficile, quella del 2017, caratterizzata da una siccità che ha portato anche a una drastica riduzione della quantità di uva raccolta (510mila quintali): un quarto in meno rispetto all’anno precedente. Anche se la vendemmia dell’annata 2016 era stata considerata eccezionale per quantità di uve raccolte. Numeri che dimostrano plasticamente le attuali ridotte capacità produttive della regione e che indicano la strada della qualità quale terreno da seguire per riuscire a ritagliarsi fette di mercato importanti.

LA QUALITÀ CERTIFICATA

Sono i vini Dop e Igp i principali biglietti da visita della produzione vitivinincola di un territorio. In Calabria complessivamente ne esistono 19: nove a Denominazione d’origine protetta e dieci ad Indicazione geografica protetta. In Italia sono presenti 526 marchi certificati: 408 Dop e 118 Igp. Così per numero la Calabria è al tredicesimo posto nella classifica nazionale.
Anche per produzione di vini certificati la regione occupa le ultime posizioni. Complessivamente, stando ai dati dell’Ismea, in Calabria si sono prodotti 70mila ettolitri di vino a marchio certificato.
In particolare 38mila ettolitri di vino Dop e 33mila Igp. In termini percentuali appena lo 0,3 dell’intera quota prodotta in Italia. Conseguentemente anche il valore della produzione – allo stato attuale – relega il vino certificato calabrese nella zona bassa della classifica. I dati Ismea fissano a 7,1 milioni di euro il valore complessivo della produzione a marchio Dop e Igp: 0,2 per cento dell’intero volume d’affari. In un settore – quello della produzione certificata – in cui l’Italia primeggia in Europa e nel mondo per numero di riconoscimenti. Nonostante questo la vendita di vini a marchio certificato rappresenta una quota rilevante del mercato calabrese: oltre il 35 per cento dell’intero volume d’affari. Un punto di forza importante su cui i produttori contano di ritagliarsi quote di mercato non solo in Italia.

EXPORT

In anni in cui la conquista di importanti fette di mercato internazionale ha dato un contributo robusto alla produzione italiana, l’esportazione non può non essere considerata un obiettivo anche per le aziende vinicole calabresi. Basti considerare che dal 2006 al 2017, le esportazioni di vino dall’Italia sono cresciute sia in valore (+86%) sia in volume (+15%). Tanto da far divenire il nostro Paese il secondo maggior esportatore di vini nel mondo. E se il mercato d’approdo più importante resta quello europeo, lo statunitense si dimostra particolarmente interessante: nell’ultimo anno il 65% della popolazione ha bevuto almeno un calice di vino (Indagine Vinitaly-Nomisma Wine Monitor). Un’accelerazione di consumi consistente spinta soprattutto dai cosiddetti millennials, cioè giovani compresi tra i 21 e i 35 anni che – stando all’indagine – con il 69% di consumatori rappresenta senza dubbio un enorme potenziale di crescita per il settore. E dunque anche per i produttori calabresi. Anche se i numeri dell’export restano decisamente marginali: con circa 4,6 milioni di euro di fatturato rappresenta appena lo 0,008 dell’intero valore dell’esportazione nazionale.

I PARERI

Anche per questo la scommessa non può non essere vinta se non facendo conoscere la qualità della produzione made in Calabria. Ne è convinto Gennaro Convertini, presidente dell’Enoteca regionale. «In un settore così complesso per l’alta aggressività dei competitor – afferma – occorre puntare sul mercato di estimatori. Una nicchia di degustatori che sappiano apprezzare la qualità dei nostri vini». Per questo, secondo Convertini, «è necessario far conoscere la produzione calabrese». E per farlo bene – stando alle parole del presidente dell’Enoteca regionale che è anche un esperto dell’Arsac – «serve veicolare un messaggio di qualità dell’intero territorio». «Stiamo lavorando in sinergia per far apprezzare all’esterno il brand Calabria nella sua interezza. Non serve più reclamizzare il singolo prodotto, ma permette maggiori ritorni il marketing del territorio». Una linea condivisa anche dal direttore di Confagricoltura Calabria Angelo Politi. «Abbiamo chiesto alla Regione – dice – l’istituzione di un’agenzia unica per la promozione dei prodotti non solo vitivinicoli. Questo eviterebbe l’attuale frammentazione dell’offerta e la realizzazione di campagne uniche di rilancio dell’intera produzione calabrese». Anche per Politi «è importante diffondere il marchio Calabria come sinonimo di qualità». E il dirigente dell’associazione di categoria indica anche la linea da seguire: «Serve una strategia unica che porti i maggiori buyer qui da noi». «Una prima sperimentazione – conclude Politi – l’abbiamo condotta a Reggio dove sono stati invitati alcuni potenziali acquirenti per far conoscere da vicino i luoghi e i siti di produzione. E i risultati sono arrivati».

Mappa da “Il Vino in Italia” edito dall’Associazione Italiana Sommelier

Roberto De Santo
r.desanto@corrierecal.it





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