Turismo in Calabria, questo sconosciuto

L’assenza di una strategia complessiva e la mancanza di raccordo con tutti gli attori del comparto condannano la regione a una frammentazione dell’offerta. Con la conseguenza che il settore rimane sempre marginale per lo sviluppo economico complessivo

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I numeri per fare un buon turismo la Calabria li ha tutti: bellezza variegata del paesaggio, clima decisamente mite e peculiarità enogastronomiche. Senza contare i reperti di una storia millenaria sparsi in ogni angolo della regione. Ma, come accade per altri comparti economici, restano solo potenzialità inespresse. Almeno a giudicare dall’incapacità di mettere strategicamente a sistema e poi rivendere le qualità oggettivamente attrattive del territorio. Così i numeri, quelli reali, raccontano di flussi turistici che nel tempo praticamente restano immutati subendo oscillazioni decisamente relative in termini assoluti. Anche se il 2017 per la Calabria si sarebbe chiuso con un dato interessante: i pernottamenti avrebbero sfiorato o superano di pochi decimali i nove milioni l’anno. Un dato che, relativamente al recente passato, può sembrare positivo ma che, se rapportato ad altri territori anche limitrofi alla Calabria – su tutti Puglia e Sicilia –, ripropone con forza i limiti strategici prima che infrastrutturali dell’offerta turistica della regione punta dello Stivale. Ne è testimonianza la totale assenza della regione dalle rotte dei principali buyer mondiali – giapponesi e americani, per fare un esempio – e anche dai mercati dei tour operator dei Paesi prepotentemente emergenti come Cina e Brasile. Entrambi mercati in grado di far decollare in modo robusto l’economia turistica e conseguentemente tutto l’indotto di un territorio.

I NUMERI DEL TURISMO

I flussi turistici verso la Calabria provengono in gran parte dall’Italia: ben 8 su 10. Stando ai dati ufficiali questo rapporto praticamente negli anni non è mai mutato – al di là di qualche leggero punto differenziale in più dell’ultimo triennio –, a significare che il brand Calabria stenta a farsi notare all’estero. Così la partita del turismo nostrano è stata giocata finora tutta all’interno dei confini nazionali. L’ultimo dato elaborato dall’Osservatorio sul turismo della Regione Calabria dimostra, infatti, che tra gennaio e agosto del 2017 (uniche stime ufficiali presenti in Italia) mediamente l’80 per cento delle presenze nelle strutture ricettive calabresi proviene dal Belpaese. In numeri assoluti, stando alle stime dell’Osservatorio, l’intero 2017 si sarebbe chiuso con circa 7 milioni di presenze turistiche di italiani e 2 milioni di pernottamenti di stranieri. Numeri da record a queste latitudini ma decisamente con un rapporto stranieri/italiani molto più basso che nel resto del Paese, dove un pernottamento su due è di un turista proveniente dall’estero. 
Eppure la fotografia delle strutture ricettive indica che la Calabria è tra le prime regioni per parco alberghiero riqualificato ed è al quarto posto per numero di aziende che offrono soggiorno. L’Osservatorio registra infatti la presenza di 809 alberghi e 2.308 tra campeggi, villaggi, Bed & breakfast oltre ad altri esercizi extralberghieri capaci nel complesso di offrire 188.524 posti letto. Nonostante questo però in gran parte dell’anno le strutture restano semi deserte e tante risultano chiuse per molti mesi per assenza di attività.

La forte stagionalità che caratterizza il turismo calabrese – visto che i maggiori flussi turistici della Calabria sono generati nelle settimane estive verso mete balneari – ne condiziona la redditività. Per cui molti imprenditori del settore preferiscono chiudere – tagliando così i costi vivi dell’attività – che rimanere aperti sopportandone le conseguenze e creando così un ennesimo paradosso tutto calabrese: una potenzialità che genera perdite, invece che ricchezza. Per stare solo agli ultimi dati registrati dall’Osservatorio infatti nei mesi a cavallo tra luglio e agosto del 2017 – ma la percentuale è plasticamente sovrapponibile ogni anno – si concentrano oltre i tre quarti dei turisti che scelgono la Calabria come propria meta di vacanza. Segno del poco appeal che esercita la nostra regione per le altre attrazioni (montagna, siti archeologici, mete religiose, solo per citarne alcune). Infatti le location che registrano i dati più significativi – per non dire unici – restano di carattere costiero. Con la costa del Vibonese a rimanere la meta più ambita.

I LIMITI STRATEGICI

E se l’analisi e conseguentemente la base delle strategie economiche partono dai dati, anche in questo campo la Calabria si segnala per la saltuarietà nella diffusione di statistiche turistiche. Tutto legato soprattutto a una discontinuità del servizio offerto dall’Osservatorio turistico regionale. Da due anni la Calabria, per fare un esempio, non si presenta più alla Borsa internazionale del turismo – tra le maggiori vetrine del settore – con un proprio report. L’ultimo rapporto completo elaborato dai tecnici dell’Osservatorio infatti è datato 2015. Un deficit dovuto alla precarizzazione – nonostante esista una precisa norma regionale (L. 8/2008) – del personale che gestisce la struttura del sistema informativo turistico regionale che non consente un lavoro continuativo di quello che dovrebbe essere lo strumento principale per l’elaborazione di una strategia complessiva di rilancio del settore.
Ma a mancare c’è anche lo stesso Piano regionale di sviluppo turistico. Nonostante anche questo sia disciplinato obbligatoriamente dalla stessa normativa del 2008. Allo stato, infatti, l’ultimo Piano approvato in Calabria reca la data di luglio 2011 con una validità triennale (poi prorogato fino al 2015) e così da anno in anno – in attesa della stesura di un nuovo Piano (affidato nel 2016 a Invitalia) – si procede solo con Piani stralcio di uno strumento scaduto. Utili solo ad “improvvisare” l’utilizzo di risorse che, senza una visione complessiva, finiscono in finanziamenti a pioggia per interventi destinati alla qualunque: soprattutto la partecipazione a fiere ed azioni di promozione.  Così come è mancata e continua a mancare un’azione sinergica per coinvolgere tutti gli attori del settore.

«In assenza di un assessore al ramo, di una legge organica sul Turismo che contrasti anche l’abusivismo e soprattutto di una strategia condivisa per rilanciare il settore siamo costretti a fare da soli», dice sconsolato il presidente di Federalberghi-Calabria, Vittorio Caminiti. «Se stiamo ottenendo qualche risultato in termini numerici – sostiene – lo si deve solo ed esclusivamente al sacrificio dei singoli operatori che ci mettono la faccia e gli investimenti per sopperire alle assenze del pubblico». Il riferimento del leader degli albergatori è alla crescita del numero di visitatori registrato nel 2017 nelle strutture ricettive calabresi: +5,3% di presenze di italiani e +5,9% di straniere (Fonte Osservatorio). Un risultato rivendicato con forza dal presidente Caminiti, vista «l’assenza di finanziamenti diretti alle strutture ricettive». «L’ultimo bando emesso dalla Regione a favore delle strutture ricettive che operano realmente sul territorio – denuncia – è stato emesso dalla giunta Loiero. Mentre l’intervento programmato da questo esecutivo è stato pari a soli 19 milioni ed era rivolto a chiunque: dall’imprenditore che fitta bici ai lidi, con la conseguenza che quei soldi sono praticamente finiti nel nulla». E così, senza una strategia mirata che coinvolga gli operatori e che faccia confluire risorse in azioni specifiche e non a pioggia per innalzare la qualità dell’offerta turistica e far conoscere la Calabria in Italia e nel mondo i risultati che ne derivano non possono che rimanere deludenti. Nella classifica stilata da Demoskopika sul Regional tourism reputation (Indice che misura il grado di reputazione turistica acquisita da un territorio ) la nostra regione si colloca addirittura al 17mo posto nel Paese. Restando così fuori anche per quest’anno dalle mete più ambite dai vacanzieri.

RIO: «UN PIANO DI SVILUPPO TURISTICO PRODURREBBE 12MILA POSTI DI LAVORO»

«La situazione è abbastanza chiara: da una parte c’è un perimetro all’interno del quale devono essere utilizzate le risorse comunitarie nel comparto turistico-culturale, la cosiddetta strategia delle “3S” (Smart specialization strategy ) e, dall’altra, il Piano regionale di sviluppo turistico sostenibile che ne rappresenta il documento attuativo».
È diretta l’analisi di Raffaele Rio, presidente di Demoskopika, del contesto in cui si muove il turismo calabrese. Una situazione che,  per l’esperto di statistiche economiche nonché ex dirigente generale del dipartimento Turismo, presenta forti criticità: «Il corto circuito è che, ad oggi, la Regione Calabria non si è dotata del nuovo Piano regionale di sviluppo turistico sostenibile rendendo, di fatto nullo o quantomeno complicato, poter impegnare e spendere le risorse comunitarie a valere sull’agenda 2014-2020».

Cosa occorrerebbe fare?
«In primo luogo, finanziare l’innovazione del sistema imprenditoriale e favorire la creazione delle reti d’impresa. Ciò aumenterebbe la produttività del lavoro  e renderebbe più appetibile la Calabria ai grandi circuiti internazionali con un consequenziale incremento dei collegamenti aerei. In secondo luogo, investire sul sistema aeroportuale spingendo la leva degli investimenti pubblici sulle infrastrutture dentro e fuori gli aeroporti , favorendo l’ingresso di “privati di settore” nella società di gestione e collaborando alla stesura di un piano industriale coerente con il mercato e con il Piano regionale di sviluppo turistico sostenibile. In terzo luogo, puntare sulla reputazione turistica concentrando le azioni di comunicazione e di place branding non più direttamente sui “consumatori finali” ma sugli influencer,  tutti quei soggetti, cioè, in grado di condizionare le decisioni di consumo turistico e culturale. Infine, riprendere la strategia di valorizzazione, riqualificazione e promozione  delle 15 destinazioni turistiche definite dell’oramai decaduto Piano regionale di sviluppo turistico sostenibile, aree con diversi livelli di attrattività turistica capaci, però, di differenziare l’offerta turistica sia per prodotto che per periodo».

Sì, ma come procedere? E soprattutto quali benefici potrebbe trarne la Calabria?
«Non parliamo di inutili procedure burocratiche o del “sesso degli angeli”.  A mio avviso, l’attuazione a regime di un adeguato Piano regionale di sviluppo turistico sostenibile può generare, nell’arco di un quinquennio, un incremento di flussi turistici di almeno 2,5 milioni di presenze, un crescita del Pil settoriale pari a circa 400 milioni di euro e la produzione di 12mila nuovi posti di lavoro».

Roberto De Santo
r.desanto@corrierecal.it







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