Calabria in attesa del nuovo welfare

Fette intere della popolazione stanno scendendo sotto il livello di sussistenza. Mentre è in crescita la disuguaglianza reddituale. Così s’impone un sistema di difesa sociale più vicino alle nuove emergenze

  • Calabria in attesa del nuovo welfare
  • Calabria in attesa del nuovo welfare
  • Calabria in attesa del nuovo welfare

C’è un mondo che sprofonda lentamente sotto il livello della sussistenza e che bussa alle porte delle istituzioni per chiedere un welfare diverso. Un sistema di difesa sociale più vicino alle nuove emergenze che provengono da un’economia che, nel caso della Calabria, è asfittica – leggasi mancato sviluppo – e che dunque non riesce ancora ad emergere dagli anni bui della recessione. Nonostante alcuni timidi segnali registrati in tema di redditi, nella nostra regione è in crescita la disuguaglianza tra chi possiede tanto e quanti con le proprie gambe non riescono neppure ad arrivare alla seconda settimana. Sono i nuovi poveri che si affiancano al già consistente mondo sommerso degli ultimi tra gli ultimi. Un’intera fetta di popolazione calabrese che si barcamena tra i flutti della deprivazione materiale. Accostandosi alla galassia della povertà assoluta dove vivono – come fantasmi – extracomunitari, rom e clochard.
Gli ultimi dati parlano di un esercito in crescente incremento nel quale ad ingrossare le fila sono intere famiglie calabresi tagliate fuori da una crisi economica devastante che ha colpito i più deboli. Ma non solo.
Tra i nuovi poveri – dati alla mano – ci sono i figli di quella che un tempo costituiva la classe media della regione. Si registrano tra i giovani e i giovanissimi, infatti, le quote maggiormente crescenti di quell’area semioscura definita povertà relativa. Un fenomeno in evoluzione generato da una precarizzazione del mercato del lavoro che in Calabria è stato eletto a sistema. E a cui la politica nazionale e locale risponde garantendo solo pochi spiccioli rispetto alle reali esigenze. Così anche se l’anno che si appena concluso si potrebbe definire di svolta in tema di politiche sociali – dal 2017 è entrato in vigore una nuova misura di contrasto alla povertà: il Reddito d’inclusione (Rei) – è emerso con ancor maggiore vigore la drammaticità del problema povertà che colpisce soprattutto il Sud e la Calabria in particolare.
Tanto da far sembrare appunto un’elemosina l’importo previsto dalla misura messa in piedi dagli ultimi governi di centrosinistra. Una goccia nell’oceano profondo del dramma sociale che la Calabria sta vivendo e che getta nella totale disperazione intere generazioni provenienti dall’ex classe media. Pensionati, famiglie monoreddito, giovani coppie con figli, ragazze madri e persone sole che hanno perduto il lavoro a causa della recessione in atto a cui la famiglia d’origine non riesce più a garantire il sostentamento. E anche l’ultimo avamposto di contrasto alla povertà finora garantito dal Terzo settore è in affanno. Associazioni di volontariato, chiesa e Caritas diocesane da sole non riescono più a contenere la massa crescente della nuova povertà che avanza. Da qui senza dubbio nasce la forte aspettativa per l’istituzione del Reddito di cittadinanza tramutatasi, nell’ultima tornata elettorale del 5 marzo, in una sorta di plebiscito a favore del Movimento 5 stelle che se ne è fatto una bandiera.  Ma in attesa che quella promessa possa divenire realtà rimane la crudezza di dati che restituiscono una situazione incandescente che rischia di bruciare sull’altare dell’austerity (imposto dalle rigide norme europee) e da una mancata profonda riforma del sistema di welfare un’importante fetta della società italiana. Con la Calabria in testa.

I NUMERI DEL DRAMMA SOCIALE

La Calabria con il reddito pro capite più basso d’Italia (mediamente 12.428 euro) registra anche il tasso di disuguaglianza più elevato del Paese e in cui il rischio di povertà è decisamente maggiore che altrove. Anche rispetto alla media europea. Con un aggravante: la situazione negli anni sta peggiorando. L’ultimo “Rapporto sul benessere equo e sostenibile” (Bes) – realizzato dal Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel) e dall’Istat – offre in questo senso una fotografia reale di come la nostra regione stia scivolando, rapidamente, nell’ombra oscura della povertà. I dati riportati nel report indicano che ben oltre un terzo della popolazione (34,6%) rischia di finire sotto la soglia minima di sussistenza. Un numero di gran lunga superiore alla media italiana (20,6%) ma anche al resto del Mezzogiorno: dove a rischio povertà risultano 33 cittadini su cento. Un dato che si aggrava nel tempo visto che nel precedente rapporto erano quasi 32 calabresi su 100 a rischio di povertà relativa (parametro che considera povera una famiglia di due persone adulte con un consumo inferiore a quello medio pro-capite nazionale, ndr).
Ma complessivamente tutti i parametri che indicano il livello di benessere economico diffuso nella regione dimostrano quanto la Calabria viva una condizione di sofferenza. Secondo gli analisti del Cnel e dell’Istat, il 16% della popolazione versa in un grave stato di deprivazione materiale contro la media nazionale dell’12,1 per cento. In altre parole sono persone che non riescono neppure ad acquistare i beni minimi per garantire a se stessi e alle loro famiglie il sostentamento. Così come il 12,8 per cento di calabresi che vivono in famiglie, riescono ad arrivare a fine mese con grande difficoltà. E oltre 7 cittadini su 100 abitano in un immobile in precarie condizioni strutturali. Alla base di queste sofferenze, stando alle elaborazioni degli analisti Cnel e dell’Istat, ci sarebbe l’alta incidenza della disoccupazione o , nel migliore dei casi, la precarietà del lavoro presente sul territorio calabrese. Basti considerare che il 21,4 per cento di persone vivono in famiglie con un’intensità lavorativa bassa, cioè che nell’anno precedente hanno lavorato per meno del 20% del loro potenziale.
Un dato appunto che offre la misura di quanto la precarizzazione del lavoro sia diffusa in Calabria considerato che questo paramento mediamente in Italia è fermo al 12,8%. E addirittura un Nord che registra circa un terzo in meno rispetto al dato calabrese: 7,5%.  Ma se la Calabria ha stabilmente il reddito pro capite più basso d’Italia – un indice di per sé significativo per spiegare la povertà diffusa in regione – c’è anche un altro parametro che permette di comprendere il disaggio sociale tra la popolazione: la disuguaglianza. Qui in Calabria è più elevata che nel resto d’Italia. Ebbene il rapporto tra il reddito equivalente totale ricevuto dal 20% della popolazione con il più alto reddito è pari a 8,2 volte quello ricevuto dal 20% dei cittadini che hanno percepito un reddito più basso. Una forbice che allontana sempre più la classe più fortunata dai meno ambienti. E questa differenza è più alta che altrove: in Italia questo rapporto è pari a 6,3.

WELFARE, TANTO DA FARE

Un ultimo dato che proviene dalle elaborazioni degli analisti della Cgia indica quanto sia cresciuto negli anni il rischio per la popolazione calabrese di scivolare nella zona grigia del disagio. Nel decennio che va dal 2006 al 2016 si è passato dal 41,8 al 46,7 la percentuale di calabresi a rischio povertà ed esclusione sociale. Questo indicatore previsto dall’Europa per misurare la crescita e l’occupazione varata nel 2010 allo scopo di creare le condizioni favorevoli ad una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva. Un dato che dimostra quanto, viceversa, l’Italia sia in ritardo nelle politiche di contrasto alla povertà. In una parola manca ancora una riforma del welfare seria per affrontare questo fenomeno.

D’altronde il Reddito di inclusione – la misura ufficialmente entrata in funzione quest’anno – si rivolge ancora a una pletora ristrettissima di persone che vivono in condizione di disagio: in particolare a quanti versano in uno stato di povertà assoluta. Certo qualche passo in avanti è stato fatto, ma ancora non risulta sufficiente. Stando al report elaborato dall’Inps sui primi tre mesi dell’entrata in vigore di questa misura si evidenzia che in Calabria la massa dei nuclei percettori della nuova misura sia cresciuta – segnale di maggiore capacità di individuare nuove sacche di disaggio dimostrata dal Rei – rispetto al Sostegno per l’inclusione attiva (Sia). Così se nel nell’ultimo bimestre di operatività della misura operativa fino a dicembre del 2017 i nuclei raggiunti da questa azione erano pari a 8.112, la nuova misura ha raggiunto 9.350 nuclei già nel primo scorcio di avvio della nuova iniziativa. E anche sul fronte dell’importo medio percepito c’è stato un incremento si è passato da 240,28 euro della precedente misura a 288,42 euro. Dal report dell’Osservatori dell’Inps emerge anche che la maggior parte dei benefici sono stati appannaggio del Sud: ben il 72% con l’interessamento del 76% delle persone coinvolte. In questo senso la Calabria è terza per popolazione raggiunta dalla misura: ben 135 calabresi ogni diecimila abitanti. Tradotto in percentuali è pari all’1,3 per cento della popolazione. Numeri che confermano la vastità del problema ma che sono ancora molto distanti dall’intercettare completamente le fasce a rischio povertà nella regione.  E dunque l’obbligo morale di mettere seriamente mano alle politiche di contrasto al disagio sociale.

LA VOCE DEL BISOGNO

«Quello che cogliamo è una sorta di rassegnazione. In Calabria è come se tutto si fosse fermato, anche per la mancata ripresa dell’economia che dimostra una sorta di stagnazione. E in questa situazione la povertà non può che crescere». È il grido d’allarme che arriva da Gianni Romeo direttore generale del Banco del Banco alimentare calabrese. Un grido che proviene da chi sta in prima linea sul fronte del disaggio e di quanti « non riescono a garantire un pasto caldo o l’acquisto dei beni principali al loro sostentamento». E i numeri elaborati dall’organizzazione che dal 1996 sta accanto agli ultimi tra gli ultimi in Calabria raccontano di un incremento dello stato di bisogno a cui i volontari devono far fronte. Tra il 2008 e il 2017 il numero degli assistiti è passato da 80.884 a 116.717 persone.  «Le richieste aumentano di giorno in giorno». spiega Romeo. Una voce del bisogno a cui l’organizzazione che lavora in collegamento sempre più organico e sistematico con la rete dei Banchi  ha risposto con la raccolta e la distribuzione di prodotti alimentari per un valore pari a 11.815.277 euro. «Certo salutiamo positivamente l’introduzione dei Rei, ma questa misura non riesce a coprire i fabbisogni di quanti sono in difficoltà nella nostra regione». E cita un dato. «È scandaloso il primato negativo della Calabria dove un minore su 2 è in povertà relativa. Di fronte a questi numeri occorrerebbe una mobilitazione di tutti gli attori per contrastare quello che è un vero e proprio dramma sociale. Ad iniziare dalla Regione». Su questo punto Romeo sottolinea le risorse limitate previste dal bilancio regionale per combattere il disaggio crescente. «Per affrontare seriamente la questione – osserva – occorre mettere in piedi una strategia organica che passi dal contrasto alla disoccupazione alle politiche di edilizia residenziale sociale. Ma serve anche e soprattutto una compartecipazione attiva di tutti». In questo senso la Calabria è ancora indietro. «È  l’unica regione che non si è dotata ancora del “Tavolo delle povertà”, mentre in altre realtà questo è diventato da tempo il punto di riferimento per elaborare strategie sinergiche di contrasto alla povertà». Ma le necessità dell’organizzazione diretta de Romeo passano anche da “piccole cose”. «Abbiamo bisogno – lancia un appello alle istituzioni locali – di infrastrutture. In alcune province paghiamo un fitto per mantenere in piedi i centri di raccolta dei prodotti che poi distribuiamo agli enti che offrono aiuto ai meno fortunati. Basterebbe che i Comuni offrissero locali gratuitamente per aiutarci. Così come servono apparecchiature per rendere più agevole il nostro lavoro».

Roberto De Santo
r.desanto@corrierecal.it







Login

Welcome! Login in to your account

Remember me Lost your password?

Lost Password

error: Contenuto protetto