Calabria con il “cappio” pubblico

Incassare una fattura commerciale dagli enti diviene un’impresa per le aziende calabresi. Più che nel resto del Paese. Record negativo nel settore sanitario. Così gli imprenditori rischiano il default

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Non c’è nulla di fisiologico nella modalità di saldare i crediti commerciali in Calabria. Soprattutto se poi ad essere chiamato a rispondere è la pubblica amministrazione. Un “vizio” per la verità tutto italiano che nella nostra regione si trasforma però in fenomeno generalizzato e con picchi da record. In particolar modo nel comparto della sanità dove gli enti sanitari calabresi – cioè Aziende sanitarie provinciali e Aziende ospedaliere pubbliche – stabiliscono i primati nazionali per ritardo nei pagamenti delle fatture commerciali.
Un male diffuso, sicuramente, molto più di una cattiva abitudine del Belpaese, tanto che l’Italia lo scorso 7 dicembre è stata deferita dalla Commissione europea alla Corte di Giustizia dell’Unione proprio per il mancato rispetto della direttiva comunitaria in materia di ritardi dei pagamenti della pubblica amministrazione.
Da tempo, nonostante qualche timido segnale di miglioramento registrato lo scorso anno, gli enti pubblici italiani sono tra gli ultimi nel Vecchio Continente ad onorare quanto dovuto ai propri fornitori di beni e servizi.
Così come l’Italia è tra i Paesi maggiormente ritardatari nel rispettare i termini di pagamento stabiliti nei contratti di appalto del settore edile. E se il volume dei debiti commerciali della Pubblica amministrazione registra nel corso del 2017 una diminuzione, la massa complessiva resta di tutto rispetto.
Per dare una misura del fenomeno basti considerare che lo stock, stando ai dati di Bankitalia,  sarebbe di circa 57 miliardi di euro pari al 3,3 per cento dell’intero Prodotto interno lordo nazionale. Certo in diminuzione rispetto al 2016 quando la massa debitoria era di 64 miliardi (3,8% del Pil), ma pur sempre capace di frenare se non addirittura stritolare lo sviluppo economico delle imprese.
Soprattutto per l’altissima percentuale di diffusione tra le amministrazioni pubbliche di questa “cattiva abitudine”.
Stando a un report diffuso lo scorso maggio da Banca Ifis, in occasione del Forum della Pubblica amministrazione che si è svolto a Roma, ben il 62 per cento degli enti pubblici in Italia ha pagato in ritardo nel 2017 rispetto ai vincoli imposti dalla legge. Una norma, il decreto legislativo n° 192 del 9 novembre del 2012, che recepiva la direttiva comunitaria per la quale l’Italia – appunto – è stata deferita davanti al Corte di Giustizia europea e che stabiliva come tempi massimi – solo in casi eccezionali – per saldare una fattura commerciale da parte della pubblica amministrazione di 60 giorni dall’emissione del documento contabile. Molto lontano dai 95 giorni medi riferiti nel corso dell’ultima relazione del governatore di Bankitalia, Ignazio Visco. Che diventa una distanza siderale se rapportato ai ritardi registrati da enti come Province e Comuni che vantano, stando al report di Banca Ifis, picchi rispettivamente di 543 e di 310 giorni.
Una situazione che diviene esplosiva in Calabria dove il meccanismo innescato dai pagamenti in ritardo della Pubblica amministrazione ha già falcidiato negli anni decine di aziende private.

I RITARDI DELLA PA IN CALABRIA

Essere fornitori della pubblica amministrazione significa dunque incassare anche oltre tre mesi dopo la normale fatturazione e, conseguentemente, mettere a repentaglio la propria impresa per mancanza di liquidità. Un rischio che in Calabria diviene certezza per gran parte degli imprenditori che hanno a che fare con gli enti pubblici. Più che nel resto del Paese. Stando ai dati elaborati dall’ufficio studi di Confartigianato, nella regione si concentra una serie di record negativi. A partire dalla media dei giorni di attesa per le imprese fornitrici di beni e servizi pubblici per vedersi riconoscere le proprie spettanze.
Nel rapporto – elaborato dagli analisti dell’associazione di categoria e che ha preso in esame il dato dei pagamenti del 2016 di 6.547 amministrazioni – se in Italia i ritardi erano pari a 58 giorni in Calabria questa media sale a 98 giorni. Secondo peggior dato in Italia dopo il Molise (107 giorni). Scendendo nel dettaglio delle graduatorie provinciali, dal report emerge che nel Catanzarese sono presenti le amministrazioni pubbliche maggiormente latitanti sul fronte dei pagamenti in Italia. In questa provincia un’impresa fornitrice di un ente locale deve attendere in media 111 giorni. Un record su base nazionale a cui segue il Vibonese dove un imprenditore dovrà attendere 110 giorni. Non se la passa meglio chi lavora con enti del Reggino: qui l’attesa è stimata sui 105 giorni. Mentre nel Crotonese i tempi medi di pagamento sono 97 giorni.  La situazione va decisamente meglio (si fa per dire) nel Cosentino dove le imprese in media attendono 79 giorni.
Un quadro complessivo che ha portato appunto molte aziende che operavano nel pubblico negli ultimi anni a chiudere per la mole di crediti non riscossi che ha generato mancanza di liquidità. Così alcune aziende – soprattutto le piccole (la stragrande maggioranza in Calabria) – si sono trovate a dover saldare contemporaneamente i propri fornitori, gli oneri previdenziali e fiscali ma anche a pagare gli interessi bancari per i prestiti ottenuti per garantirsi magari quell’appalto mai saldato. Un paradosso che ha schiacciato diverse aziende – nella fase più buia della recessione degli scorsi anni – ma che si ripete tuttora.

EFFETTO DOMINO

Ma c’è un’altra conseguenza che paga la Calabria per questo distorto sistema di pagamento della pubblica amministrazione. L’azienda che si è aggiudicata un appalto e che non è stata pagata in tempo dall’ente committente, a sua volta non riesce a saldare entro i termini il proprio fornitore mettendo in affanno anche quest’ultima impresa.
La conseguenza è scontata, anche su questo fronte la Calabria registra un altro record negativo: è la seconda regione per ritardo nel pagamento dei fornitori delle imprese.
Un dato che emerge dalle ultime elaborazioni degli analisti di Cerved Group, leader in Italia nell’analisi delle imprese e nello sviluppo dei modelli di valutazione del rischio di credito nei segmenti bancario e corporate. Stando al report “Protesti e pagamenti delle imprese”, nel 2017 oltre il 12 per cento delle imprese non rispetta il termine dei due mesi per saldare i propri fornitori. Questi ultimi in media dovranno attendere oltre 77 giorni per  vedersi liquidare la fattura.
Ritardi su ritardi che portano anche ad un’ulteriore risultato: un altissimo numero dei soggetti protestati. Un campo dove, tanto per cambiare, la Calabria brilla: 1,5 per cento delle società operative nella nostra regione hanno avuto nel 2017 almeno un titolo di pagamento protestato.
Un effetto domino che ha di fatto comportato il default di un’intera catena produttiva che garantiva beni e servizi alla pubblica amministrazione.

LE PECORE NERE DELLA PA CALABRESE

Un rischio che interessa soprattutto quanti operano nel settore della sanità calabrese. È qui che si registra uno dei picchi più alti in Italia di ritardi nei pagamenti: 104 giorni in media. Secondo il report di Confartigianato, è il secondo peggior dato del Paese dopo quello del Molise (130 giorni). Non va meglio se l’impresa lavora con i Comuni – l’attesa sarà di 85 giorni – o con altri enti (77 giorni). Inoltre solo il 15,4% dei Comuni calabresi paga entro il limite di legge dei 30 giorni. Un dato che apre una forbice vistosa con altre aree del Paese se si considera che ad esempio nella Provincia autonoma di Bolzano circa ¾ dei comuni salda le fatture in tempo. Così come oltre ⅔ dei comuni friuliani e valdostani è in regola con i pagamenti alle imprese. Una disparità che pesa ancor di più sulla tenuta economica di quanti si trovino ad operare nella nostra regione.

MATRAGRANO: «LE PICCOLE IMPRESE SOCCOMBONO»

«Con l’introduzione della fattura elettronica la situazione è migliorata, ma il quadro complessivamente resta gravissimo. E a pagarne le spese sono soprattutto le piccole imprese». Roberto Matragrano, presidente di Confartigianato-Calabria raccoglie tutta l’amarezza di quanti lavorano o hanno lavorato con la pubblica amministrazione in regione. «Operare con gli enti locali – dice – per le aziende diviene una sorta di trappola. Un imprenditore è attratto dall’appalto che dovrebbe garantire interessanti margini di guadagno, ma poi viene risucchiato da una spirale innescata dai ritardi dell’ente che avrebbe dovuto saldare in tempo le fatture emesse e che, viceversa, rinviandone il pagamento lo costringe a subire la pressioni di banche o intermediari finanziari che hanno finanziato l’attività d’impresa». Un meccanismo infernale che porta soprattutto le micro-imprese a soccombere. «Se non si ha esperienza e le spalle ben coperte – sottolinea Matragrano – si finisce schiacciati». Il riferimento è diretto alle aziende più giovani quelle che «non riescono ad ottenere grossi fidi bancari». Per queste realtà lavorare per il pubblico può trasformarsi in un incubo. «Se si superano i 90 giorni – spiega il leader degli artigiani – l’istituto di credito ti chiede il rientro immediato dal fido. E se si opera solo con gli enti locali il problema di liquidità si crea. Per questo invito spesso gli associati a diversificare il proprio portafoglio clienti». Quanti non riescono o non possono seguire questo consiglio subiscono in pieno gli effetti dei ritardi. «Ci si trova a dover fare i salti mortali – afferma Matragrano – per salvare la propria impresa». Ed è la pubblica amministrazione calabrese il principale bersaglio dell’esponente di categoria. «Chi riesce ad ottenere appalti fuori regione – evidenzia il presidente di Confartigianato – non risente degli stessi effetti. In alcune regioni le fatture vengono pagate dagli enti pochi giorni dopo l’emissione. Ma non sono molte le realtà imprenditoriali che possono permettersi di operare lontano dalla Calabria». Da qui un appello. «Occorre rendere completamente compensabili i crediti vantati nei confronti degli enti pubblici – rilancia – sia per saldare gli oneri previdenziali sia per pagare imposte e tributi. In questo modo almeno non si subirebbe la beffa di dover pagare allo Stato quello che lo stesso non ti ha dato».

Roberto De Santo
r.desanto@corrierecal.it







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