Occupazione, eppur si muove

Cresce il numero di posti di lavoro stabile in Calabria. Ma restano intatti i limiti strutturali che generano disoccupazione, lavoro nero e precariato. I dubbi delle imprese sul decreto dignità

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Timidamente ed ancora lontana da recuperare la strage di posti di lavoro bruciati nei lunghi anni di recessione, ma i segnali di inversione di tendenza in materia di occupazione ci sono tutti. Ed interessano questa volta anche la Calabria. Anzi a giudicare da alcuni fattori, come ad esempio la tipologia contrattuale, la regione registra dati ancor più incoraggianti. Ad esempio nel numero di contratti a tempo determinato e di altri contratti tipici del precariato la Calabria registra una flessione. In controtendenza anche al dato nazionale. Ovviamente si parla di una materia delicata in cui per decenni la regione ha dimostrato e continua a dimostrare tutta la sua fragilità e su cui da sempre ottiene risultati da record negativi. Su tutti in tema di disoccupazione, precariato e di lavoro nero.
Ma, facendo gli opportuni distinguo, appunto anche nella regione terra della perenne emergenza-lavoro i segnali di ripresa dell’occupazione nell’ultimo biennio ci sono stati. A dimostrazione che da un verso il lungo ciclo negativo – dettato dall’interminabile crisi economica che ha flagellato soprattutto la Calabria – si è arrestato e dall’altro che alcune iniziative di politica attiva sul lavoro hanno consentito di sortire qualche effetto. Anche per la creazione di occupazione stabile e duratura. Visto che sia in percentuale sia in termini assoluti c’è stato un incremento dell’occupazione a tempo indeterminato. Frutto senza dubbio della trasformazione di molti contratti a tempo determinato sia nel settore privato, ma soprattutto nel settore pubblico. Basti considerare la mole di stabilizzazioni avviate nel mondo della scuola – per citare un esempio – o i processi di assorbimento dei lavoratori socialmente utili e di pubblica utilità attuati dagli enti pubblici locali. Mentre nel settore privato la leva straordinaria all’assunzione di nuovi lavoratori o alla trasformazione in contratti a tempo indeterminato potrebbe essere stata esercitata dagli sgravi contributivi introdotti fin dal 2015 dal governo italiano per incrementare l’occupazione. Tra questi meccanismi ci sono da citare sicuramente gli incentivi per l’occupazione nel Mezzogiorno. Almeno a giudicare dall’incremento, appunto, di contratti a tempo indeterminato registrati in questo lasso di tempo. Spesso conseguenza della trasformazione di contratti a tempo determinato o di altri contratti precari preesistenti.
Dai dati pubblicati sull’Osservatorio del precariato, emerge che tra gennaio e dicembre del 2017 sono stati incentivati con questa misura 111.466 rapporti di lavoro (88.956 assunzioni e 22.510 trasformazioni).
Restano sul tappeto comunque tutti i limiti strutturali del mercato del lavoro calabrese. Incapace di assorbire la massa enorme di disoccupati (record nel 2017 con il 21,6%), di precari o di sottopagati presenti sul territorio. Su quest’ultimo fronte c’è infatti da registrare che a crescere in misura maggiore è stato il dato sui lavoratori indipendenti. Cioè quella platea di lavoratori che comprende il popolo delle partite Iva costituito sì dal mondo dei professionisti affermati ma tra cui si annida anche (o meglio soprattutto) il lavoro sommerso. Collaborazioni poco remunerative dietro cui si nascondono prestazioni con tutte le caratteristiche del lavoro subordinato. Indice – assieme al tasso altissimo di disoccupati, inoccupati e di lavoratori a nero – di quanta strada debba essere ancora percorsa per far uscire la Calabria dalla marginalità in cui è precipitata. A cui il “Decreto dignità” recentemente varato dal nuovo esecutivo nazionale potrebbe non garantire gli effetti sperati. Soprattutto sul fronte del lavoro privato. Il campo d’azione del provvedimento appena pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.  Almeno a giudicare dalle prime reazioni – tutte di segno negativo – espresse dalle parti datoriali sul provvedimento voluto dal governo a motrice Lega-Cinquestelle per contrastare il precariato.  A partire dall’annuncio shock della “Abramo Customer Care” di non prorogare, proprio per effetto della provvedimento legislativo, circa 400 posizioni nelle sedi dell’azienda calabrese.

I NUMERI DEL PRECARIATO

È difficile quantificare con esattezza la massa di precari presenti in Calabria. Sia per l’altissimo numero di lavoratori precari – cioè assunti con le varie forme di lavoro parasubordinato o collaboratori a partita iva – che operano nel settore privato ma soprattutto per quelli del comparto pubblico. Si tratta, ad esempio, di decine di migliaia di lavori idraulico forestali, il bacino di precariato storico connesso con la gestione dei fondi strutturali (3.000-5.000 unità), Lsu e Lpu mai definitivamente stabilizzati, i lavoratori dell’ex Fondo sollievo, gli ex Why not. Anche se l’elenco sarebbe ancora più lungo. Da una stima sommaria, elaborata dal Centro Studi delle Politiche Economiche e Territoriali del dipartimento Pau dell’università Mediterranea di Reggio Calabria, che ha considerato anche i precari negli enti locali, possiamo stimare il loro numero fra 120.000 e 150.000 mila unità, quasi un terzo dell’occupazione complessiva presente in Calabria.
Anche se i numeri ufficiali elaborati dall’Istat raccontano che nel 2017 la percentuale dei precari presenti nella regione era pari al 16,5 per cento degli occupati. Un dato che pone la regione al secondo gradino più alto in Italia dopo la Sicilia. Stando a questa elaborazione emerge che questa percentuale nel corso degli anni sta subendo – in controtendenza a gran parte dell’Italia – una notevole flessione. Nel 2015 infatti l’incidenza di precari rispetto al totale degli occupati era pari al 17,2% e addirittura dieci anni addietro, cioè nel 2007 questo tasso s’innalzava fino a raggiungere quota 20,1%, cioè di gran lunga il dato record di quell’anno. Indicatore che il fenomeno seppur elevatissimo sta subendo una trasformazione in positivo. E, passando in rassegna, questa flessione si sta registrando anche sul numero di contratti a tempo determinato. Se nel 2016 in Calabria gli occupati a termine erano 92mila cioè il 17,6 per cento dell’intera massa di lavoratori impegnati in regione l’anno successivo questo numero è sceso a 86mila, cioè il 16% del complesso. Numeri che dimostrano una flessione pari a 6,5 punti percentuali. Questo a tutto vantaggio viceversa dei contrattualizzati a tempo indeterminato passati in questo biennio da 297mila a 308mila con un incremento del 3,7%. Segnale positivo delle trasformazioni in atto nel mondo del lavoro calabrese legato con molta probabilità, come dicevamo, dal combinato disposto delle varie misure messe in atto per incentivare l’occupazione stabile e dei percorsi di stabilizzazione del lavoro pubblico. Anche se c’è da segnalare per comprendere la galassia del precariato calabrese i dati sul lavoro indipendente: cresciuti in questo biennio del 6,7%. Nel 2017 con 143mila unità erano oltre un quarto degli occupati calabresi (26,6%). E poi ci sono coloro i quali hanno lavorato fino al 2016 con i voucher. In quell’anno Inps ne contava 31.250 in Calabria in crescita rispetto al 2015 quando i percettori di voucher erano 26.138.

IL MONDO SOMMERSO

Senza contare – ma qui la stima è difficilissima – il numero di persone che pur avendo un contratto sono costretti a firmare un part time “simbolico” regalando il resto delle ore al proprio datore di lavoro. Un fenomeno che in Calabria è decisamente diffuso soprattutto nel settore privato. Su questo aspetto occorre leggere con attenzione il dato fotografato dall’Inps che segnala come la nostra regione sia quella con la più bassa percentuale di contratti privati full time: meno della metà dei dati complessivi (49,5%). E poi c’è il dramma del sommerso “puro” cioè di quanti lavorano completamente a nero.
Secondo l’ultima rilevazione della Cgia di Mestre che ha elaborato i dati Istat, in Calabria ci sarebbero 146mila occupati irregolari. Un vero e proprio esercito che genererebbe 2,891 miliardi di valore aggiunto. Una massa che per percentuale – circa  10 punti (per l’esattezza 9,9%) – consegna alla regione lo scettro di regina del sommerso. Un’economia che produrrebbe anche ingenti danni anche per le casse pubbliche. Gli analisti dell’ufficio studi della Cgia stimano un gettito evaso di circa 1,6 miliardi.

LA VOCE DELLE IMPRESE

«La cura massiccia messa in piedi per ribaltare la drammatica situazione dell’occupazione in Calabria ha generato negli anni timidi ma incoraggianti segnali positivi. Che potrebbero essere vanificati dagli ultimi provvedimenti del governo». Natale Mazzuca, presidente di Unindustria Calabria esprime più di una perplessità sul varo del “Decreto dignità”. «Grazie ad interventi come il decreto Mezzogiorno – dice – in Calabria si sono registrati oltre 10mila posti di lavoro in più. A dimostrazione che quando si attivano misure idonee le imprese sono pronte ad accoglierle e a tramutarle in occupazione vera». Mazzuca riconosce che in Calabria «occorre fare di più per recuperare il gap di Pil e di occupazione accumulato negli anni». Per il leader degli industriali, «la soluzione non può consistere però in misure che penalizzano le imprese aumentando il costo del lavoro». «Ingessando il mercato del lavoro – afferma – si rischia di sortire l’effetto opposto. L’occupazione non si crea per decreto ma con iniziative che consentano all’economia di svilupparsi». Secondo Mazzuca, «è necessario creare le precondizioni di contesto affinché le imprese possano lavorare agevolmente. Solo da un’economia sana può nascere nuova occupazione». E a questo proposito propone «misure di decontribuzione per le aziende, sburocratizzazione, investimenti pubblici e risorse sulla formazione del personale». «Sarebbe utile – dice – rendere strutturale e non episodica la misura della decontribuzione sull’occupazione al Sud. Questo sarebbe uno strumento formidabile per contrastare la disoccupazione nel Mezzogiorno e la fuga di cervelli dalla Calabria».

MARINO: «LA CALABRIA HA LE POTENZIALITÀ PER AZZERARE IL GAP»

«La Calabria mostra una debole struttura economica, conseguenza della ristretta competitività delle imprese presenti sul territorio regionale, alla scarsa propensione all’Impresa e all’internazionalizzazione, degli scarsi investimenti provenienti da fuori regione, fatti che si sono strutturalmente consolidati negli anni e che hanno determinato un impatto negativo sull’occupazionale regionale». Risponde così Domenico Marino, professore di Politica Economica dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria nonché direttore del Centro Studi delle Politiche Economiche e Territoriali del dipartimento Pau dello stesso ateneo, alla domanda su quali siano i fattori strutturali negativi che limitano il mercato del lavoro calabrese. Per affrontare le tante emergenze occupazionali, Marino individua soluzioni nuove soprattutto «per favorire il primo inserimento lavorativo che non siano solo gli inutili, e stereotipati tirocini formativi, borse lavoro e affini che vengono elargiti con eccessiva generosità ormai da decenni dalla burocrazia regionale  e che si traducono in uno spreco di risorse finanziarie e di intelligenze condannate la precarietà».  «Occorre puntare sulle politiche di conciliazione – afferma ancora – che permettano un più agevole accordo tra impegni lavorativi e responsabilità familiari, sull’invecchiamento attivo ossia il prolungamento della vita attiva e la posticipazione del pensionamento, valorizzando i lavoratori anziani nelle imprese e rendendo più gratificante e meno onerosa l’attività lavorativa per i senior e attirare verso il mercato quei segmenti che attualmente sono collocati ai margini o al di fuori del mercato».

Quali sono gli effetti di una così elevata presenza di lavoro “nero”?
«Il lavoro sommerso non costituisce solamente un problema dal punto di vista economico, ma anche e soprattutto dal punto di vista sociale, poiché i suoi effetti si riflettono sulla sfera privata degli individui, causando dei drammi e sconvolgendo spesso anche il loro equilibrio psicologico. La riduzione dell’economia e del lavoro non regolare, di conseguenza, diviene uno dei principali obiettivi delle politiche del lavoro. Il lavoro nero (o, più in generale, l’economia non regolare) costituisce, quindi, un indicatore di un utilizzo non efficiente dei fattori produttivi, di evasione fiscale e contributiva e in ultima analisi di disagio economico e sociale. Va tuttavia distinto il sommerso di necessità dal sommerso di convenienza e sfruttamento. L’impresa familiare che non registra un collaboratore compie sicuramente un’azione illegale, tuttavia la mera repressione avrà in questo caso il solo risultato di far morire l’impresa. Questa impresa va piuttosto aiutata e seguita in percorso di regolarizzazione. Diversa è la situazione in cui il sommerso viene trasformato in sistema. Allora assume il volto becero del caporalato dello sfruttamento degli extracomunitari irregolari, delle morti bianche. In questo caso la risposta repressiva forte dello Stato è l’unica forma di intervento possibile».

Ma in Calabria si sta facendo abbastanza per contrastare il fenomeno?
«C’è una sostanziale accondiscendenza che accompagna la nascita di questi sistemi illegali. Non dimentichiamo che ad esempio in Calabria vengono erogate quasi 100.000 indennità di disoccupazione agricola. La forza lavoro in Calabria è di circa 600.000 unità. Le indennità in agricoltura erogate vengono erogate in rapporto 1 a 6 alla forza lavoro complessiva. Mentre tutto il resto degli altri settori vale 25.000 indennità di disoccupazione ogni anno. Con una provocazione potremmo dire che il reddito minimo garantito in Calabria è già stato istituito, solo che a beneficiarne sono solo pochi furbi. Perché in realtà l’indennità di disoccupazione agricola oggi altro non è che un sostegno al reddito di nuclei familiari che nel 90 % dei casi non ne avrebbero diritto. Questi ammortizzatori sociali ove corrisposti per indebite prestazioni rendono perverso il sistema e generano poi un doppio sommerso. Il sommerso dei beneficiari di indennità che non possono ovviamente fare un lavoro regolare e che quindi svolgono la propria attività principale lavorativa in nero, risultando poi assunti fittiziamente per lavorare nei campi. A questo si aggiunge il sommerso di coloro che lavorano effettivamente i campi e fanno effettivamente la raccolta: gli extracomunitari irregolari. È in questo quadro che trova spazio la nascita del nuova caporalato che si comporta in maniera diversa in relazione alla provenienza dei lavoratori, ma è attento a sfruttare indistintamente tutti i gruppi. Questo sistema sommerso è ormai un’emergenza sociale che va combattuta con un intervento forte e con la riforma rapida degli ammortizzatori sociali. Combattere il sommerso è anche un modo per impedire la crescita di nuove organizzazioni criminali che in poco tempo potranno fare il grande salto verso business più redditizi e di maggiore allarme sociale».

E poi c’è il problema del precariato?
«Il precariato non è per definizione un fatto negativo. Il lavoro temporaneo infatti può essere uno strumento per la flessibilizzazione del mercato del lavoro. Vi sono settori economici in cui la stagionalità della produzione o della domanda (turismo ed agricoltura ad esempio) impedisce il lavoro stabile. Delle misure di flessibilizzazione sono quindi necessarie per sostenere una domanda di lavoro che ha caratteristiche strutturali particolari. Il precariato diventa una patologia quando viene reso permanente e quando diventa un modo per eludere un meccanismo di assunzione stabile e regolare. Il precariato becero nasce, quindi, quando l’imprenditore, in assenza di motivazioni legate alla domanda di lavoro, offre contratti temporanei che sostituiscono contratti a tempo indeterminato perché ciò abbassa il costo del lavoro, abbassa i diritti e le garanzie dei lavoratori, li rende più ricattabili. Un precariato ancora più becero è quello istituzionalizzato dalla Pubblica amministrazione che attraverso il precariato perpetua meccanismi clientelari e di fatto trasforma la Pubblica amministrazione in un’agenzia di collocamento a servizio del politico di turno».

Il bacino dei precari della Pubblica amministrazione è enorme in Calabria. Da dove nasce il fenomeno?
«La latitanza delle istituzioni e il drammatico fallimento di tutte le politiche occupazionali hanno dato fiato e potere a tutto un sottobosco politico-clientelare che ha barattato il consenso con la promessa di uno sviluppo assistito. Questo sviluppo si manifestava in una pioggia di finanziamenti non inseriti in alcun progetto serio ed organico di sviluppo e che non  faceva altro che inseguire le emergenze, non per risolverle, bensì per perpetuarle, che anziché affrontare in maniera sistematica e corretta il problema dell’occupazione, sprecava le risorse a diposizione nella creazione di posti di lavoro precari che servivano a dare una risposta clientelare al drammatico problema della disoccupazione e aumentavano la dipendenza dal politico. Il politico quindi diventava un intermediario di lavoro precario in cambio di consenso. I numeri in questo campo sono implacabili accusatori della classe politica e burocratica che ha governato la Calabria negli ultimi 30 anni. Precariato significa impossibilità a programmare il futuro, precariato significa instabilità, precariato significa dipendenza dal politico di turno e vita sotto ricatto. La politica calabrese ha bruciato due generazioni di calabresi tenendolo sotto il ricatto del lavoro precario».

Come si affrontano tutte queste emergenze del mondo del lavoro?
«L’economia calabrese, se opportunamente governata, ha la capacità potenziale di annullare in pochi anni il gap che la separa dalle altre regioni avanzate dell’Europa. Occorre, però, promuovere e guidare processi di crescita e attuare politiche di sviluppo in grado di accrescere la dotazione di risorse materiali e immateriali della regione, governando i processi di produzione in maniera ottimale. Le politiche del lavoro non dovranno più essere collegate, semplicisticamente, alle tante questioni che scaturiscono dalle emergenze occupazionali, a cui si dovrà, però, dare una soluzione rapida e definitiva. Dovranno, piuttosto, essere progettate delle politiche per governare i processi di cambiamento e di innovazione che, necessariamente, dovranno caratterizzare la regione nei prossimi anni per aumentarne il livello di competitività. Tenuto conto che la disoccupazione è la patologia più grave della società calabrese, ed il fattore che più di tutti contribuisce alla bassa qualità degli assetti sociali e istituzionali, nonché alla riduzione del diritto alla cittadinanza e della stessa democrazia, è possibile porvi rimedio solo adottando un insieme coordinato e integrato di azioni che pongano in primo piano l’inscindibile nesso tra politiche del lavoro, politiche per lo sviluppo e politiche industriali. Il varo immediato di una “terapia d’urto per l’occupazione” in cui si utilizzino in maniera intelligente e corretta tutti gli strumenti che la politica economica mette a disposizione del policy maker, coinvolgendo in questo patto sociale tutte le forze sane della regione».

Roberto De Santo
r.desanto@corrierecal.it





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