Gli appetiti dei clan sulla ricostruzione del Morandi

L’appalto per la sistemazione del ponte crollato a Genova potrebbe fare “gola” alle cosche calabresi molto attive in Liguria. Il decreto varato dal Governo si presterebbe a questo rischio. Almeno a sentire il presidente dell’Anticorruzione Cantone

GENOVA Grandi opere, ricostruzioni a tappe forzate, maxi eventi, da sempre sono stati uno dei bersagli prediletti delle organizzazioni mafiose. All’ombra della “necessità di fare in fretta” le imprese dei clan – dimostrano le inchieste – si sono sempre infiltrate con facilità in cantieri e affari, aggirando senza neanche troppa difficoltà le procedure. Ma adesso, con il “decreto Genova”, probabilmente non dovranno neanche arrovellarsi su come cambiare pelle e nascondere la propria vera natura, perché per legge tutta una serie di controlli non ci saranno più.

L’ALLARME DI CANTONE A dare l’allarme è stato ieri il presidente dell’Anticorruzione Raffaele Cantone, che ha avvertito il Parlamento dei rischi che il decreto, per com’è congegnato, comporta. «È convinzione, non solo mia – ha detto Cantone – che il modo migliore perché un appalto sia espletato in tempi rapidi, e che soprattutto i lavori vengano eseguiti in modo ugualmente spedito ma anche a regola d’arte, è che ci sia un quadro normativo chiaro e certo». Ed invece c’è un decreto che mette nelle mani del sindaco-commissario Marco Bucci poteri enormi e procedure indefinite da gestire.

DEREGULATION PER LEGGE A preoccupare è soprattutto un articolo del decreto che recita testualmente: «per la demolizione, la rimozione, lo smaltimento e il conferimento in discarica dei materiali di risulta, nonché per la progettazione, l’affidamento e la ricostruzione dell’infrastruttura e il ripristino del connesso sistema viario, il Commissario straordinario opera in deroga ad ogni disposizione di legge extrapenale, fatto salvo il rispetto dei vincoli inderogabili derivanti dall’appartenenza all’Unione europea». Traduzione, interdittive, certificazioni antimafia e white list rischiano di diventare carta straccia e di certo non ostative all’aggiudicazione di un appalto. Ancor più semplice potrebbe essere per le imprese dei clan, mettere le mani su appalti e forniture, al momento tutt’altro che regolamentati.

LIGURIA COLABRODO PER I CLAN «Genova, e la Liguria più in generale, hanno già dato prova di penetrazioni pesanti di imprese del contesto ‘ndranghetista e di Cosa Nostra, in appalti e concessioni pubbliche. In taluni casi anche nonostante misure interdittive, così come nell’omessa richiesta di Informative Antimafia. Inoltre, assolutamente permeabile e sottratto a controlli preventivi, sono risultati gli affidamenti “in emergenza”, con somme urgenze o affidamenti commissariali, che finivano per vedere all’opera imprese emanazione, legate o controllate dalla criminalità organizzata di stampo mafioso» mette in guardia la Casa della Legalità, associazione antimafia con sede a Genova.

MIOPIA ISTITUZIONALE «Le Pubbliche Amministrazioni (dal Comune alla Regione) – segnalano ancora gli attivisti di Genova – hanno dimostrato la totale assenza di attenzione sulla questione, formulando richieste di modifica al Decreto che eludevano totalmente la necessità di adottare strumenti di prevenzione e contrasto seri e rigorosi. Il mondo delle imprese si è dimostrato totalmente distratto sul tema. Il dato preoccupante, ancora una volta, risulta quindi l’appiattimento amministrativo e istituzionale, locale e nazionale, che continua a ripetere che la legalità è importante ma prima di tutto occorre pensare alla ricostruzione, arrivando così all’annullamento anche delle basilari norme antimafia in materia di lavori pubblici». E cosa significhino appalti pubblici finiti in mano ai clan, è ormai noto. La Calabria ne è un manifesto. Ponti che crollano, viadotti che si abbassano, strade che si aprono, un’autostrada diventata il “corpo del reato più lungo d’Italia”. Ma evidentemente fuori regione non è ancora sufficientemente chiaro. Eppure in Liguria la ‘ndrangheta c’è e si sa.

CLAN IN LIGURIA FIN DAGLI ANNI ’50 In tutta la regione ci sono tre processi antimafia a dibattimento – Maglio, La Svolta e I Conti di Lavagna – ma altre sette indagini, tuttora in corso, attestano non solo la presenza delle ‘ndrine da Levante a Ponente, ma soprattutto lo smodato interesse dei clan calabresi per gli appalti pubblici. Non c’è fascicolo in cui non sia spuntata un’impresa edile, di movimento terra, di fornitura di calcestruzzo direttamente o indirettamente legata alla ‘ndrangheta. Ma nessuno sembra essersi dato troppa pena per la cosa. Eppure, la presenza dei clan calabresi in regione è dato ormai assodato. Per la Dia – che lo scriveva già nella sua seconda relazione semestrale del 2016 – «ci sono elementi per dire che esponenti molto importanti della ‘ndrangheta hanno iniziato ad agire qui fin dagli anni ’50».

LA SESTA PROVINCIA CALABRESE Crocevia di importanti latitanze, inclusa quella del terrorista nero Franco Freda, la Liguria è sempre stata un territorio fondamentale per la ‘ndrangheta. Trampolino verso la Costa Azzurra e il sud della Francia – storicamente terra di grandi affari per i clan – a un passo dal Principato di Monaco, dove – secondo quanto emerso dalle inchieste – enormi capitali mafiosi sono stati occultati o ripuliti, oggi per la Dia fa parte fa parte di una macroarea criminale che si estende fino al Basso Piemonte ed è in ottimi rapporti con Torino e Milano. Non a caso, il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho non ha avuto remore nell’affermare che «La Liguria a livello criminale è la sesta provincia calabrese». I dati non fanno che confermare le sue affermazioni. Secondo quanto emerso dalle indagini non c’è provincia che sia rimasta indenne al contagio mafioso. Ed è questo il quadro in cui avverrà la ricostruzione del ponte Morandi con la deregulation disegnata dal decreto Genova.

EFFETTO DOMINO E il rischio – avvertono gli esperti – non è limitato a quell’opera e a quella città. «L’eccezione si presta a diventare regola, trasformando una piccola crepa nelle diga in una vera e propria falla», ha detto chiaramente Cantone. Al momento però pare che nessuno abbia intenzione di ascoltarlo.

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it





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