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`Ndrine negli appalti della A3, tutti condannati

REGGIO CALABRIA L’impianto accusatorio della Direzione distrettuale antimafia ha retto. Tutti condannati, tranne uno (Vincenzo Caccamo), gli imputati del processo “Cosa mia” che hanno scelto il rit…

Pubblicato il: 10/01/2012 – 20:11
`Ndrine negli appalti della A3, tutti condannati

REGGIO CALABRIA L’impianto accusatorio della Direzione distrettuale antimafia ha retto. Tutti condannati, tranne uno (Vincenzo Caccamo), gli imputati del processo “Cosa mia” che hanno scelto il rito abbreviato. Oltre sei ore di camera di consiglio sono state necessarie al gup Antonino Laganà per emettere la sentenza di primo grado contro la cosche della Piana di Gioia Tauro. Il processo è nato da un’inchiesta al centro della quale ci sono le numerose estorsioni e danneggiamenti consumati nel contesto dei lavori di ammodernamento della Salerno-Reggio Calabria, nel tratto storicamente ricadente sotto l’influenza della cosca Gallico e della ‘ndrina di Seminara. I sostituti procuratori della Dda Roberto Di Palma e Giovanni Musarò avevano fatto luce sugli enormi interessi economici che avevano provocato alcune frizioni tra le cosche e, quindi, la ripresa della faida tra i Gallico e i Bruzzese. Dalle risultanze investigative della Mobile è emerso, infatti, che  i boss detenuti al 41 bis (come i fratelli Giuseppe e Domenico Gallico) riuscivano ancora a gestire il territorio grazie alla collaborazione dei sodali liberi e delle donne, protagoniste di un vero e proprio “matriarcato” in chiave mafiosa. Addirittura cinque le donne che sono state condannate a pene pesantissime: Antonella Gallico (9 anni di carcere), Gallico Lucia (8 anni e 6 mesi), Maria Antonietta Gallico (8 anni e 4 mesi), Elena Sgrò (6 anni e 2 mesi) e Giulia Iannino (8 ani e 2 mesi). Il processo poggia le sue basi sulle intercettazioni telefoniche e sulle dichiarazioni del pentito Antonio Di Dieco che, ai pm della Dda, ha spiegato come le cosche si spartivano il famoso 3% dell’appalto dell’autostrada. Un 3% che il collaboratore di giustizia ha ribattezzato “tassa ambientale” alla quale neanche le grosse imprese (come Impregilo o Condotte) potevano sottrarsi per garantire la “sicurezza” dei cantieri. Ritornando alla sentenza emessa dal gup Laganà, la pena più pesante è stata inflitta al boss Umberto Bellocco, condannato a 18 anni di carcere. Otto anni di reclusione, invece, è quanto stabilito dal giudice per le udienze preliminari nei confronti di Domenico Gallico (classe 1973), Massimo Aricò, Rosario e Vincenzo Sgrò, Vincenzo Barone, Pasquale Casadonte e Roberto Ficarra.Sono stati condannati, infine, anche Antonino Ficarra, Francesco Campagna, Rocco Carbone, Giovanni Cedro (9 mesi), Vincenzo Gioffré (6 anni), Gaetano Giuseppe Santaiti (3 anni), Carmelo Sgrò (8 anni e 6 mesi), Carmelo Sgrò (8 anni e 6 mesi).

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