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Resistere, resistere, resistere

«Non spegniamo il faro della memoria». È stato molto determinato il magistrato Erminio Amelio, quando, a Roma, nella sala della Lupa, ha commemorato, assieme al presidente della Camera, Gianfranco …

Pubblicato il: 26/04/2012 – 15:17
Resistere, resistere, resistere

«Non spegniamo il faro della memoria». È stato molto determinato il magistrato Erminio Amelio, quando, a Roma, nella sala della Lupa, ha commemorato, assieme al presidente della Camera, Gianfranco Fini, e al leader del Pd, Walter Veltroni, il dirigente dei servizi segreti Nicola Calipari. Amelio, richiamando Voltaire, ha poi aggiunto che «ai vivi si devono riguardi, ai morti si deve la verità». Quella verità che, formalmente, sull’uccisione di Calipari non si è mai saputa. Fuori. Così come, non è stata fatta mai giustizia per tanti altri calabresi uccisi per terrorismo mafioso. Tra i tanti, Lucio Ferrami, imprenditore di Cetraro, ucciso il 27 ottobre del 1981 perché si era rifiutato di pagare la tangente alla `ndrangheta. Ferrami, prima di essere ucciso, aveva fatto regolari denunce alla magistratura, aveva denunciato alle forze dell’ordine il tentativo di estorsione, fece finanche individuare i responsabili, appartenenti alla cosca del “re del pesce”, Franco Muto, ma nulla. Dopo l’ennesima richiesta, mentre era in macchina, assieme alla moglie, Maria Avolio, venne avvicinato dai sicari e fu ucciso. Fece in tempo a coprire col proprio corpo, la moglie che rimase illesa, perché i killer, consumato il delitto, fuggirono, in moto. Ecco, la moglie ha invocato giustizia per anni, anni trascorsi, ha sempre detto, a «vedere gli assassini di mio marito a passeggio». E lei, Maria Avolio, non ha avuto timore a parlare di «allucinante silenzio degli organi dello Stato, dinanzi alla lotta solitaria di un uomo, mio marito, contro la cosca locale».
Maria Avolio e la sorella di Ferrami, Franca, erano presenti alla giornata di riflessione sul tema: “’Ndrangheta e vittime del racket: storia di donne e uomini dimenticati ”, promossa dal circolo della stampa Maria Rosaria Sessa di Cosenza e alla quale hanno partecipato gli studenti del liceo classico “Telesio” di Cosenza. Temevamo che i ragazzi delle seconde e delle terze non fossero interessati a queste problematiche, invece, come ha sottolineato la dirigente scolastica Rosa Barbieri, l’attenzione non è mai scemata durante i vari interventi, nel corso dei quali sono stati ricordati, oltre a Lucio Ferrami, per il quale il Pd, attraverso il parlamentare Franco Laratta ha chiesto la medaglia d’oro, Silvio Sesti, Mario Dodaro, Sergio Cosmai, il bambino Pasqualino Perri, Fazio Cirolla, Antonino Maiorano, Salvatore Altomare, tutte vittime dimenticate, «nei campi arati dell’indifferenza» come ha scritto Dino Granata. «Siamo qui – ha sostenuto Sabrina Garofalo, coordinatrice del movimento Libera a Cosenza – per interrogarci sulla nostra missione, che è quella di fondare la democrazia sui valori della giustizia e della libertà».
Il pm Vincenzo Luberto, in un appassionato intervento che ha emozionato gli studenti, ha voluto invitare giovani e meno giovani a reagire, con sdegno, alla sopraffazione. «Indignatevi, non abbiate paura, poiché la vostra paura alimenta il potere criminale ed economico della `ndrangheta».
A parere del giovane e attivo magistrato cosentino non si possono non rispettare le regole del vivere civile: solo così «qualche speranza di riscatto dalla stagione dell’indifferenza può intravedersi».
Per combattere la criminalità «è necessario essere cittadini che vivono e rispettano quotidianamente la legalità». A sostenerlo, anche il procuratore generale della Repubblica di Bologna, Emilio Ledonne, incontrando gli studenti del liceo “Galluppi” di Catanzaro. «La legalità è l’unico mezzo per contrastare logiche illegali», ha voluto ribadire Ledonne.
Intanto, però, nel rapporto annuale al governo dei servizi segreti italiani, Aise ed Aisi, si sostiene che «le cosche calabresi appaiono orientate ad adottare un più basso profilo, serrando le fila ed intensificando gli interessi mafiosi verso ambiti economico-imprenditoriali ritenuti meno esposti all’attenzione mediatica e repressiva». Ecco perché si legge nel rapporto 2011, i gruppi `ndranghetisti appaiono determinati a intensificare l’esercizio di pressioni collusive, volte a condizionare le strutture amministrative e di governo del territorio, non solo nella regione di origine, ma soprattutto in quelle di proiezione del Centro-nord, al fine di inserirsi negli appalti relativi alle più importanti opere pubbliche, specie quelle stradali, autostradali, ferroviarie e portuali». Sui rapporti tra le cosche e la politica, si è soffermato, con particolari reggini, Lucio Musolino, sul Corriere della Calabria della scorsa settimana.
E questo periodo di crisi nazionale e internazionale favorisce le cosche mafiose? Ad avviso dell’intelligence di casa nostra «l’attuale congiuntura appare destinata ad accrescere i margini di infiltrazione criminale nel tessuto produttivo e imprenditoriale, specie attraverso la compartecipazione occulta e l’inserimento di capitali illeciti nelle aziende in crisi, finalizzati al rilevamento di pacchetti societari».
E la soluzione? Il celeberrimo «resistere, resistere, resistere» di Francesco Saverio Borrelli, leader dell’allora pool di Mani pulite di Milano, ci appare un rimedio possibile. La morte violenta di Lucio Ferrami e le lacrime di Maria Avolio, di fronte agli studenti, lo confermano.

* Giornalista

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