PALAZZO INFETTO | Nel Comune si fa finta di nulla
REGGIO CALABRIA Il giorno dopo lo sbarco delle truppe di liberazione, il regno di Peppe Scopelliti è un mausoleo di silenzio. Palazzo San Giorgio, sede del primo Comune capoluogo sciolto per mafia, è…

REGGIO CALABRIA Il giorno dopo lo sbarco delle truppe di liberazione, il regno di Peppe Scopelliti è un mausoleo di silenzio. Palazzo San Giorgio, sede del primo Comune capoluogo sciolto per mafia, è una fortezza invalicabile, apparentemente quieta e off limits. Dall’esterno sembra quasi deserta, disabitata. Una sensazione che svanisce quando dalle finestre dell’edificio simbolo della città fanno capolino alcuni dipendenti. Guardano fuori, attoniti e inespressivi. Non sanno quel che succederà da qui ai prossimi giorni. Arriveranno i commissari, ma per loro non è ancora chiaro in cosa consisterà questa inusitata rivoluzione sancita dal governo centrale. Lo stesso che ha spogliato di qualsivoglia potere uomini che fino a ieri erano autorità riconosciute e democraticamente elette. Adesso, invece, sono fuggiti tutti. Hanno definitivamente abbandonato il Palazzo, quello sul quale avevano costruito le loro fortune personali e dato la scalata a ben altre istituzioni. Ora, dopo il crollo di quel sistema di potere, c’è solo il vuoto e l’assenza. Quella del principe ereditario, Arena, scappato via dopo l’annuncio ferale; quella del suo predecessore, il ras di Calabria Scopelliti, alla macchia dopo le dichiarazioni al vetriolo rese in consiglio regionale. Via anche i consiglieri, di maggioranza e minoranza. La città è spoglia del potere costituito.
Guardano fuori i dipendenti, rivolti a Piazza Italia, popolata dai lavoratori della Gdm in rivolta e dai giornalisti. Dappertutto sono telecamere accese, fotografi e reporter in cerca di dichiarazioni. Presenti le principali tv nazionali, come Sky e Mediaset, e le grandi firme dei quotidiani più importanti. Si vedono anche Guido Ruotolo de La Stampa ed Enrico Fierro del Fatto quotidiano, cioè i due giornalisti accusati da Scopelliti di essere membri di una cricca perversa, il cui unico scopo era rovesciare il suo potere. C’è anche Alessandro Sgherri dell’Ansa e Rosaria Capacchione del Mattino, la cronista minacciata dalla criminalità organizzata per le sue inchieste sulla camorra. Ma oggi la capitale indiscussa della mafia non è Napoli, e neppure Palermo: è Reggio a vantare il triste primato, un fardello da cui sarà difficile liberarsi. Almeno per un giorno, la città dello Stretto è il centro del mondo. Un’attenzione di cui i reggini avrebbero fatto volentieri a meno. Tra gli addetti ai lavori la confusione regna sovrana. Parla il sindaco? E il prefetto? Dove sono finiti tutti? Non parla nessuno. Solo i lavoratori hanno voglia e rabbia per esternare il loro disagio, in una realtà che adesso non sa nulla del suo futuro. «Chi ha rubato restituisca i soldi. Reggio non è una città mafiosa», urla una donna davanti a una telecamera. Ha l’aspetto mansueto, ma gli occhi sono colmi di disperazione. Il posto di lavoro non c’è più, e adesso mancano anche le figure designate ad accogliere istanze e trovare soluzioni.
Il grande portone in legno del Comune intanto rimane sbarrato ma, al di là del tiepido trambusto della piazza, tutt’intorno la vita scorre come se nulla fosse successo. Quasi impossibile trovare un passante disposto a parlare, a dire la sua su un fatto comunque epocale. Non è tempo per rivalse o giustificazioni. Sembra piuttosto l’ora dell’indifferenza, un atteggiamento ormai quasi inveterato nella cultura di questa città, ammantata da un disincanto che impedisce qualsiasi indignazione. Fatalismo, i reggini sono fatalisti: doveva succedere, era destino. Tanto si va avanti lo stesso. Resta da sapere in che modo.
Il sole splende come in una giornata agostana. Piazza Italia pullula di agenti antisommossa, che sudano nelle loro divise e cercano di evitare le domande indiscrete di qualche cronista d’assalto, che in mancanza dei protagonisti prova a confezionare un pezzo di opinione, senza ottenere nulla. Bocche cucite. E se non si sbilanciano le autorità, figuriamoci chi non ha alcun titolo per farlo.
Il prefetto Vittorio Piscitelli aspetta la firma sul decreto di scioglimento del presidente della Repubblica Napolitano, prima di diramare un comunicato. Almeno, questa è la voce che circola. Massimo riserbo anche per il questore Guido Longo, che abbandona la prefettura senza rilasciare dichiarazioni. Anche il procuratore capo facente funzioni Ottavio Sferlazza segue il medesimo canovaccio.
Nel bar di fronte al Comune, nel frattempo, la gente sorseggia caffè sull’elegante terrazzino del teatro “Cilea”. Tra gli avventori, c’è anche l’ormai ex consigliere della “Lista Scopelliti” Michele Raso, che dal suo tavolino ogni tanto lancia un’occhiata nostalgica a Palazzo San Giorgio, sede del trono di re Peppe e del principe Arena.