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Che fatica insegnare

RENDE Insegnare stanca. Può sembrare una battuta e invece la professione del docente risulta una delle maggiormente logoranti, dal punto di vista psichico e relazionale. Ad affermarlo è una recenti…

Pubblicato il: 28/10/2013 – 10:51
Che fatica insegnare

RENDE Insegnare stanca. Può sembrare una battuta e invece la professione del docente risulta una delle maggiormente logoranti, dal punto di vista psichico e relazionale. Ad affermarlo è una recentissima ricerca, i cui risultati sono ancora in via di elaborazione, alla quale ha partecipato Aldo Conforti, un giovane ricercatore calabrese, laureato in Psicologia e adesso impegnato nel corso di tirocinio per poter sostenere l’esame di abilitazione alla professione. Conforti è nato 26 anni fa a Rende e dopo la triennale alla Sapienza, ha conseguito la laurea magistrale presso la Lumsa di Roma. La sua tesi sperimentale si è basata proprio sulla ricerca tenuta sul corpo docente italiano e alla quale hanno in vario modo partecipato una cospicua schiera di associazioni e istituzioni. «La ricerca ha avuto inizio u anno fa e ha interessato 1500 docenti provenienti da tutta l’Italia», spiega il giovane studioso rendese. Il lavoro, coordinato dalla professoressa Caterina Fiorilli e che ha avuto l`assistenza della dottoressa Virna Galimberti, ha preso le mosse dall’iniziativa dell’Osservatorio nazionale della salute e del benessere degli insegnanti e ha visto la partecipazione di ben sei istituti: il Consorzio Universitario Humanitas, l’Università degli Studi Milano Bicocca, l’Università “Foro Italico” di Roma, l’Associazione nazionale dirigenti e alte professionalità della scuola, l’Università di Napoli “Federico II” e la Libera Università Maria SS. Assunta.
«Volevamo valutare la presenza dell’effetto barnout, cioè l’esito patologico che colpisce le persone impegnate in professioni che vengono considerate d’aiuto», spiega Aldo Conforti. All’inizio tra le professioni di questo genere venivano considerati prevalentemente i lavori socio sanitari e solo recentemente anche il ruolo di insegnante, perché evidentemente si svolge come un sostegno ai giovani, particolarmente quelli più fragili e bisognosi di interventi mirati. Il ricercatore calabrese spiega che il lavoro del docente si basa sull’intervento nei confronti degli studenti e questo può causare una «reazione alla tensione emozionale,  creata dal contatto continuo con altri esseri umani, soprattutto quando essi hanno problemi o motivi di sofferenza». La conseguenza principale? Un sovraccarico di tensione seguito dall’esaurimento emozionale. In altre parole l’insegnante perde energia e con essa smarrisce la carica di motivazione che invece è parte centrale del suo lavoro. Lo studio cui il giovane calabrese ha partecipato ha infatti evidenziato come i docenti perdano gradatamente interesse e soprattutto come a un certo punto intervenga una forma diffusa di diminuzione del senso di realizzazione professionale. Aldo Conforti aggiunge che i docenti intervistati hanno rivelato un senso di debolezza, e «la sensazione di aver esaurito le proprie risorse emozionali per affrontare la quotidianità». La ricerca conferma anche altre informazioni sull’universo della scuola, per esempio che l’età media dei docenti è attorno ai cinquant’anni, dunque con uno scarso ricambio generazionale e che resta forte la percezione del lavoro di insegnante come scarsamente considerato socialmente. Studi di questa natura e possono uscire dall’impianto esclusivamente teorico e trovare concreta applicazione nell’individuare dinamiche utili per poter migliorare il lavoro in classe e valorizzare il ruolo dei docenti italiani. Anche a questo scopo, Aldo Conforti annuncia che nella prossima primavera si terrà un convegno con lo scopo di analizzare ogni aspetto emerso dalla ricerca e discuterne gli esiti e le possibili soluzioni. (0030)

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