Cresce l`attesa per l`esito della sentenza "Meta"
REGGIO CALABRIA «Ci sono novità?». «No ancora nulla, si dice stasera». «No, no a me hanno detto domani». Che la sentenza destinata a chiudere il primo grado di “Meta” non sia una pronuncia come tutte…
REGGIO CALABRIA «Ci sono novità?». «No ancora nulla, si dice stasera». «No, no a me hanno detto domani». Che la sentenza destinata a chiudere il primo grado di “Meta” non sia una pronuncia come tutte le altre lo si capisce anche dai bisbigli che animano le discussioni di profani e addetti ai lavori nei corridoi della Procura di Reggio Calabria, alle macchinette del caffè, nelle stanze degli avvocati, come fuori dalle aule di giustizia. Si fanno ipotesi, qualcuno azzarda previsioni, altri ancora si preparano a limitare i danni, i più si limitano ad attendere, mentre la tensione sale e il nervosismo di molti anche.
Da venerdì scorso, la presidente Silvana Grasso, assieme ai giudici Sapone e De Pascale che con lei formano il collegio, è chiusa in camera di consiglio. Nel frattempo, in città “Meta” fa già discutere. In ballo infatti non ci sono solo pene e condanne per quasi quattro secoli di carcere, ma anche se non soprattutto l’affermazione di una nuova, più attuale, più fedele rappresentazione della `ndrangheta cittadina e non solo, a partire da quel direttorio di vertice – «un articolato organismo decisionale di tipo verticistico di cui dirigono e compongono l’azione strutturato in ossequio alle tendenze evolutive registrate al termine della seconda guerra di mafia, 1985-1991» – il cui ruolo è stato cristallizzato in quel capo A della rubrica, puntualizzato dal pm Giuseppe Lombardo qualche giorno prima della requisitoria. Un organismo di cui farebbero parte a pieno titolo, ma con diverse funzioni, gli imputati Pasquale Condello, Giovanni Tegano, Pasquale Libri e Giuseppe De Stefano, che di quel direttorio e per volontà di quel direttorio sarebbe il capocrimine, ovvero – è stato tenuto più volte a spiegare nel corso dell’istruttoria e in sede di requisitoria il sostituto della Dda reggina – quel «soggetto che per storia criminale, per discendenza familiare, per capacità personale potesse superare tutta una serie di problematiche connesse a quella “gestione ordinaria degli affari correnti”». Una storia che lo stesso Peppe De Stefano, più volte è intervenuto per rivendicare. A partire da quell’episodio – apparentemente minore, apparentemente legato più a una storia personale che alla caratura criminale – che riguarda il padre, don Paolino De Stefano, la cui prima preoccupazione appena uscito dal carcere sarebbe stata – ha raccontato il giovane rampollo – pagare il conto che in tanti avevano lasciato nel noto negozio reggino di calzature Cammara a nome degli arcoti. «Tutta Reggio – si è fatto scappare Peppe De Stefano – camminava sulle nostre scarpe». Quello che il giovane rampollo non si è mai ricordato di puntualizzare, raccontando quell’episodio divenuto paradigmatico del potere degli arcoti in città e non solo, è che Cammara è sempre stato un negozio di alta classe e che a rifornirsi lì sono sempre stati i notabili e la classe dirigente cittadina. Quelli che il pentito Nino Fiume, storico fidanzato dell’unica figlia femmina di don Paolino e per anni ombra dei fratelli Peppe e Orazio, ha definito i riservati. Quelli che il procedimento “Meta” ha sfiorato o lambito, ma la cui ombra è emersa pesantemente nel corso dell’istruttoria.
«Dei De Stefano – ha detto già all’epoca dell’interrogatorio di garanzia quello che per gli inquirenti è stato ed è il capocrimine del mandamento Reggio – si deve parlare, non li si deve ascoltare», quindi anche lui – giovane rampollo del casato, divenuto per volere del superboss Pasquale Condello, baricentro degli equilibri criminali in città e non solo – si è limitato a lanciare dei messaggi, che probabilmente solo alcuni interlocutori sono in grado di comprendere a pieno. Interlocutori che oggi sono forse quelli che più temono l’esito del procedimento, perché sono loro quelli che hanno fatto dei De Stefano, dei Tegano, dei Condello, dei Libri, quello che sono oggi.
«Volete che io mi stupisca nel momento in cui riaffermo che la `ndrangheta ha la forma dell’acqua? Non mi stupisco, ma mi stupisco invece del fatto che l’acqua prende la forma dei recipienti che la contengono e mi stupisco nel momento in cui non si fa uno sforzo per comprendere chi ha modellato quel recipiente, chi lo ha allargato, chi lo ha reso più capiente, chi spesso e volentieri lo ha trasformato in un vaso enorme», aveva tuonato in un’aula gremita e attenta il pm, in sede di requisitoria. «Se non siamo ancora riusciti a dimostrare qual è l’intento di colui il quale modella il contenitore all’interno del quale l’organizzazione criminale si muove e opera, non è perché non siamo stati capaci, non è perché siamo privi di mezzi e di conoscenze, non è vero che le indagini finiscono nel momento in cui ci sono problematiche di lettura, come non è vero che le fughe di notizie, che spesso e volentieri si registrano, sono casuali o legate a interessi personali. Spesso e volentieri quelle difficoltà che non riusciamo a superare sono difficoltà volute da chi modella quel vaso, da chi è convinto che la magistratura sia così stolta da non rendersi conto che Giuseppe De Stefano è il vertice della `ndrangheta di città, Pasquale Condello è uno dei capi storici della stessa organizzazione, così Giovanni Tegano, così Pasquale Libri, ma non è in grado di dimostrare che quel ruolo non se lo sono autoassegnato. Quel ruolo è stato il frutto di un percorso lungo”. Un percorso che chiama direttamente in causa le pagine più nere della storia della città e del Paese, che interroga i misteri di Stato e bussa alla porta di verità troppo spesso sottaciute, mediate, occultate, tergiversate da pupari invisibili ma estremamente potenti. Pupari che sono – e il pm Lombardo lo ha detto, quasi promesso al giovane rampollo dei De Stefano che più volte a lui si è rivolto direttamente – nel mirino della procura, come naturale prosecuzione del percorso logico e processuale di ricostruzione inaugurato con “Meta”. O meglio, che “Meta” ha continuato a tessere, recuperando, valorizzando e riannodando quei fili che l’inchiesta Olimpia aveva lasciato dietro di sé, cristallizzati nel capo di imputazione F18 che già allora parlava di «un organismo decisionale posto in essere a decorrere dall’estate del 91, estate fondamentale nella storia di questa terra – ha ricordato Lombardo in sede di requisitoria – all’interno di questa nuova struttura che prendeva il nome di Cosa nuova, allo scopo di assumere le decisioni più importanti e di risolvere le controversie insorte fra i vari clan, di tenere i rapporti con altre organizzazioni criminali nazionali e internazionali, con la massoneria e con le istituzioni». E forse è soprattutto per questo che a Reggio Calabria la sentenza “Meta” fa paura. (0050)
