Latitante nello studio, condannato medico reggino
Si è concluso con una condanna a due anni e sei mesi per il noto medico reggino Francesco Pisano il processo a carico del noto professionista, accusato di aver permesso a Carmelo Barbaro, uno dei pi…
Si è concluso con una condanna a due anni e sei mesi per il noto medico reggino Francesco Pisano il processo a carico del noto professionista, accusato di aver permesso a Carmelo Barbaro, uno dei più noti killer della cosca de Stefano- Tegano, di sottrarsi alla giustizia. Catturato dopo otto anni di latitanza proprio nello studio del noto chirurgo estetico, cui si era rivolto per la rimozione di alcuni tatuaggi dal petto, che lo rendevano indiscutibilmente riconoscibile, Barbaro è stato invece assolto dall’accusa di aver falsificato la propria cartella clinica. Non ha superato lo scoglio del Tribunale di primo grado neanche l’accusa a carico dell’infermiera Maria Assunta Condello, assolta da ogni addebito.
Indicato come esecutore materiale di diversi omicidi commessi durante la seconda guerra di ndrangheta e come tale riconosciuto colpevole nei tre gradi giudizio, al momento della cattura Barbaro aveva da scontare una condanna a 22 anni e 5 mesi di reclusione. Un duro colpo non solo per l’apparato militare degli arcoti. Vicinissimo al boss Orazio De Stefano, che con lui avrebbe ideato omicidi di rango come quello di Francesco Domenico Condello, per gli inquirenti Barbaro, negli anni della guerra, sarebbe stato uno degli strateghi del clan. A lui sarebbe dunque da attribuire anche la decisione di colpire uomini chiave nella strategia di condizionamento della politica cittadina, come quel Pasqualino Modafferi che secondo il pentito Giacomo Lauro <
Stando alle ultime risultanze investigative, condensate nel procedimento Archi Astrea e confermate dalle voci di più pentiti, all’ombra di Carmelo Barbaro, sarebbero cresciuti uomini chiave nella strategia di controllo della vita economica e politica della città di Reggio Calabria, come Pino Rechichi, ex direttore tecnico di Multiservizi, già condannato in primo grado a 16 anni di reclusione, perché considerato l’uomo che ha permesso agli arcoti di mettere le mani su quella che all’epoca era la più grande municipalizzata della città. (0080)
