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"Italia che lavora", chieste condanne dai dieci ai tre anni di carcere

REGGIO CALABRIA Sono a vario titolo responsabili di aver costituito un vero e proprio “cartello” di imprese che, grazie ai rapporti con elementi di spicco delle cosche più influenti operanti a San …

Pubblicato il: 11/07/2014 – 17:20
"Italia che lavora", chieste condanne dai dieci ai tre anni di carcere

REGGIO CALABRIA Sono a vario titolo responsabili di aver costituito un vero e proprio “cartello” di imprese che, grazie ai rapporti con elementi di spicco delle cosche più influenti operanti a San Luca, si accaparrava, direttamente o indirettamente, lavori pubblici fatti nella cittadina della Locride e per questo devono essere condannati. È quanto ha sostenuto il pm Francesco Tedesco nel corso della sua requisitoria al processo “Italia che lavora”, il procedimento che vede alla sbarra otto imputati tutti accusati a vario titolo di associazione mafiosa, illecita concorrenza volta al condizionamento degli appalti pubblici, frode nelle pubbliche forniture e furto di inerti, con l’aggravante delle modalità mafiose. Tutti reati per i quali la pubblica accusa ha chiesto al gup di condannare a dieci anni di carcere Francesco Stipo, mentre è di cinque anni e sei mesi la pena invocata per Domenico Cosmo, insieme al pagamento di 3mila euro di multa. E’ invece di cinque anni di carcere e 2mila euro di multa la richiesta di pena sollecitata per Antonio Stipo, mentre per Domenico Costanzo il pm ha invocato una condanna a quattro anni e sei mesi di carcere più 2mila euro di multa. Per il sostituto procuratore Tedesco sono invece quattro gli anni che Antonio Cosmo e Francesco Mammoliti, dovrebbero passare dietro le sbarre mentre è di tre anni di carcere e mille euro di multa la condanna invocata per Francesco Nirta. Stando a quanto emerso dalle indagini, gli indagati si sarebbero accaparrati grazie ad atti di concorrenza sleale volti al controllo o comunque al condizionamento dell’aggiudicazione e della successiva esecuzione dei lavori nove appalti pubblici banditi dal Comune di San Luca, dalla Provincia di Reggio Calabria e dalla Regione Calabria del valore di 5,5 milioni di euro. Una spartizione che rispettava pedissequamente gli equilibri mafiosi esistenti nel territorio di San Luca tra il 2005 ed il 2009, in base ai quali le varie famiglie si sono appropriate dei sontuosi finanziamenti destinati alla realizzazione di opere pubbliche grazie alla predisposizione fraudolenta di offerte o rapporti di sub-appalto lecito o illecito dei lavori, come anche tramite l’imposizione delle ditte destinate eseguire di fatto i lavori.

a. c.

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