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Il convento e i frati

di Paolo Pollichieni 

Pubblicato il: 02/08/2014 – 10:04

Non sappiamo se la fonte di maggiore preoccupazione per i calabresi debba essere rappresentata dallo sfascio sovrano in cui versa la Regione Calabria o dalla incredibile superficialità, aggravata da una pericolosa autoreferenzialità, del dibattito politico e istituzionale di queste settimane.
Da una parte abbiamo fatti drammaticamente concreti – che tali restano ad onta di qualsiasi tentativo di ignorarli –, che ci inchiodano alle malefatte di una giunta e di un consiglio regionale condannati a passare alla storia come i peggiori che il regionalismo italiano abbia mai conosciuto.
Dall’altra, assistiamo ad un approccio desolante con questa realtà: tutti alla ricerca di una candidatura per ottenere la quale si sgomita, si inciucia, si cospira. Si è pronti a cavalcare oggi una tesi e domani quella diametralmente opposta. E poi il muoversi di quella corte di inossidabili incapaci di pensare, anche per un solo attimo – dopo dozzine di anni trascorsi a “conferire valore termico” ad ogni poltrona disponibile purché con allegato vitalizio –, di andarsene da qualche parte a godersi il più o meno meritato riposo.
Dicevamo dello sfascio. Con buona pace dei comunicati stampa della signora Stasi in Marrelli e delle clandestine presenze dell’ex governatore Scopelliti a Palazzo Alemanni, il sipario cala su una scena nella quale si staglia la bocciatura ufficiale dell’Unione europea, che ha bloccato anche l’unico fondo ancora operativo; su un’emergenza rifiuti che vede il suo epicentro proprio nella città e nella provincia di Reggio Calabria; sul rovinoso tracollo del settore turistico non certo aiutato dal mare sporco (non serve lo certifichi Goletta Verde, bastano i quotidiani comunicati stampa delle Procure che annunciano sempre nuovi sequestri di impianti di depurazione assolutamente non funzionanti); sulla crescente divaricazione tra Regione e Stato, al punto che il decreto “sblocca cantieri” voluto da Renzi non porterà soldi in Calabria perché la Regione Calabria è l’unica a non aver provveduto a segnalare l’elenco delle opere non ultimate sul suo territorio; sul costante arretramento delle attività produttive nel porto di Gioia Tauro, mantenuto nel suo cronico stato di porto privato, lasciato al libero arbitrio di armatori spregiudicati; sulla crescita della povertà delle famiglie calabresi, direttamente proporzionale a quella della disoccupazione, giovanile e no.
In compenso, per mutuare una perfida ma calzante battuta di Rino Formica, se il convento è povero i frati sono ricchi. Basta leggere la relazione degli ispettori del ministero delle Finanze per averne una conferma. E in proposito si evitino arrampicate sugli specchi circa la veridicità dei dati sugli stipendi d’oro: la stessa commissione di Vigilanza guidata da Chizzoniti riferisce che la Regione ha fornito agli ispettori i cedolini degli stipendi. Allora delle due l’una: o le buste paga dichiarate dalla Regione sono “gonfiate” oppure quegli stipendi sono effettivamente stipendi d’oro, con buona pace di qualsivoglia smentita di parte. E sono ricchi anche i conventi satelliti rispetto a quello del Palazzo, visto che non passa giorno senza dover prendere atto che muore la filiera del lavoro pubblico per avvantaggiare le iniziative imprenditoriali private del parentume politico, questo in tutti i settori ma in particolare in quello della sanità come stanno sperimentando in questi giorni i dipendenti della Fondazione Campanella.
Se aggiungiamo che gli indicatori prevedono un ulteriore arretramento dell’economia locale, un rischio default per la Regione Calabria, un’ennesima stretta creditizia e la perdita di migliaia di posti di lavoro, il quadro è completo e assume contorni tali da uccidere un toro che solo abbia capacità di lettura.
Eppure non c’è traccia di analisi e non vi è indizio di programma nei comunicati stampa, nelle dichiarazioni, nei documenti che escono dalle segreterie politiche in queste settimane.
Il centrodestra ritiene basti una spolveratina ai mobili di famiglia e qualche generosa passata di rimmel, il resto dovrebbe farlo quel poco di clientela ancora possibile e lo strepitare contro una congiura che infama «questa Terra nobile e generosa» (con chi?). Il centrosinistra invoca il cambiamento… degli altri. Non dice quale sia il progetto e quali gli uomini, cosa intende fare di una burocrazia infetta e incapace, quali correttivi mettere in campo e quali garanzie di trasparenza, rispetto alle opacità del passato, e del presente, offrire agli elettori. Scimmiotta il renzismo, valorizzandone, e manco tanto, il dato anagrafico ma senza capire che Renzi un progetto, condivisibile o meno, lo ha proposto sia nelle primarie, sia nella scalata al governo. I renziani di Calabria, invece, campano alla giornata e si contendono solo quel poco di luce riflessa che mister 40,08% regala loro. I non renziani sognano una nuova “Capo Suvero”, hanno eletto a proprio motto il fine argomentare del Marchese del Grillo («Perché io so’ io e voi non siete un c…») e vivono come il gatto socialista di Trilussa («So socialista quando sto a digiuno, quando c’ho un pollo… so capitalista»). Discutono del nulla, puntano al più effimero dei poteri. Intanto la Calabria affonda. (0050)

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