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“Rifiuti 2”, la Dda ricorre in Cassazione

REGGIO CALABRIA «Gli avvocati Dieni e Putortì dovevano restare in carcere». Non si conforma la Dda di Reggio Calabria con la sentenza del Tribunale delle Libertà che ha scarcerato i due noti penali…

Pubblicato il: 23/09/2014 – 15:00
“Rifiuti 2”, la Dda ricorre in Cassazione

REGGIO CALABRIA «Gli avvocati Dieni e Putortì dovevano restare in carcere». Non si conforma la Dda di Reggio Calabria con la sentenza del Tribunale delle Libertà che ha scarcerato i due noti penalisti reggini Giulia Dieni e Giuseppe Putortì, arrestati nell’ambito dell’operazione “Rifiuti 2” con la pesantissima accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Contro la pronuncia del collegio presieduto da Giuseppe Minutoli che aveva annullato l’ordinanza confermando l’impianto accusatorio a carico dei legali, ma sottolineando l’insussistenza delle esigenze cautelari, i pm Giuseppe Lombardo e Sara Ombra hanno presentato ricorso in Cassazione. Per i due sostituti della Dda infatti gli elementi utilizzati per la scarcerazione sarebbero viziati e contraddittori rispetto a quanto contenuto nell’ordinanza e le stesse conversazioni intercettate dimostrerebbero in modo incontrovertibile che i due penalisti – l’avvocato Dieni, assistita dai legali Giuseppe Aloisio e Manlio Morcella, coadiuvati dagli avvocati Michele Albanese e Bruno Poggio, e l’avvocato Giuseppe Putortì, difeso dai legali Michele Priolo e Giacomo Iaria – si sarebbero messi a disposizione di Matteo Alampi e del suo clan.
Per la Procura infatti, quando insieme difendevano quello che viene considerato il ras criminale del sistema rifiuti, gli avvocati Dieni e Putortì si sarebbero prestati come fondamentali “postini” dei messaggi di Alampi, che grazie ai due legali non solo non avrebbe mai perso il legame con i sodali rimasti fuori dal carcere, ma nel giro di poco tempo avrebbe anche riacquisito il controllo e la gestione delle imprese confiscate. «Tale dato – si leggeva nell’ordinanza – emerge inequivocabilmente non solo dalle conversazioni tra i destinatari dei messaggi, che spesso avevano fatto riferimento proprio ai legali, nel loro compito di efficienti latori di messaggi, ma trova conferma nelle visite – altrimenti non giustificate – dei due presso l’ufficio dell’ing. Mamone». Per i pm Sara Ombra e Giuseppe Lombardo, che hanno firmato l’inchiesta, sarebbero stati dunque proprio i due noti penalisti a svolgere l’imprescindibile compito di «veicolare le informazioni da e per il carcere», come dimostrerebbero le innumerevoli conversazioni in cui familiari e presunti sodali del clan, come Lauro Mamone, associano una telefonata del legale a un messaggio proveniente dal boss.

 

a.c.

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