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Ricci e Forte aprono il “More”

COSENZA Non poteva iniziare in maniera migliore l’ultima residenza teatrale del progetto “More-La scena contemporanea”, della compagnia castrovillarese “Scena verticale” che, con “Still life” di St…

Pubblicato il: 08/11/2014 – 16:23
Ricci e Forte aprono il “More”

COSENZA Non poteva iniziare in maniera migliore l’ultima residenza teatrale del progetto “More-La scena contemporanea”, della compagnia castrovillarese “Scena verticale” che, con “Still life” di Stefano Ricci e Gianni Forte, inaugura la stagione del teatro Morelli di Cosenza. Un pubblico attento, partecipe che ha premiato con un’ovazione e un tripudio di applausi uno spettacolo che ha destato attenzione anche dopo l’uscita da teatro. Candele rosse sul fondo della scena illuminano un telone su cui sono affissi cinque fogli di carta. A sinistra un tavolo con cuscini, cloche d’argento, e annaffiatoi verdi. A destra, sistemato in maniera speculare un altro tavolo. Una lavagna bianca, da cui pende un pennello nero, occupa il bordo del palco. Sul proscenio, quattro lampade nere. Il resto è vuoto: luci di scena in vista, nessuna quinta, nessun sipario. È uno spazio aperto senza strutture teatrali di riferimento. È uno spazio reale che perde i connotati della rappresentazione in sé. Entrano dalla platea i cinque attori (Anna Gualdo, Giuseppe Sartori, Fabio Gomiero, Liliana Laera, Francesco Scolletta), giocando a “indovina il film”, illuminandosi con delle torce. Giocano, come fossero adolescenti, salgono sul palco, ridono tra loro, fino al momento in cui, impugnando una mazza, uno degli attori non rompe le lampade sul proscenio urlando: «Sei un frocio». Sulle note di “The name game” si esibiscono in un comico balletto, mentre montano un tavolo con un microfono e prendono posto come fossero a una conferenza. Sul telone nero in fondo si alternano i nomi degli adolescenti morti suicidi. Sulla lavagna vengono scritti i primi algoritmi. La musica si ferma, il clima cambia e si entra nel vivo dell’argomento di “Still life”. Omofobia, violenza, discriminazioni, soprusi, ma su tutte, l’accusa indirizzata senza filtri allo Stato: «Siamo tutti qui riuniti a dire addio allo Stato, a seppellire lo Stato italiano», recitano gli attori. Il presidente della Repubblica Napolitano è paragonato a Ponzio Pilato per un telegramma in cui «si esprime solidarietà alle famiglie vittime della discriminazione». Si parla di «festival delle pietà», di voglia di svegliarsi nel futuro e non sempre nel passato. Non ci sarà spettacolo, perché non c’è niente da spettacolarizzare. È presto detto. La maniera in cui il dramma è svelato, è d’impatto e senza filtri. Corpi legati a dei filtri, tenuti dal boia di turno, si contorcono a terra. Sulle loro teste, i cuscini legati con del nastro isolante, vengono sventrati con alcuni taglierini. Le piume, invadono la sala del teatro, volano nell’aria come fossero pregiudizi e preconcetti, al fine di svelare il ghigno del volto-maschera della società. La crudeltà è mostrata nel suo farsi: come se fossimo in cucina, dai cloches vengono serviti e fatti a pezzi, con batticarne, lame affilate o con i denti, parti diverse del corpo. Svestendosi in scena e indossando solo un walkman verde, l’attore-adolescente, viene colpito a turno dagli scarponi dei colleghi. In maniera progressiva lo percuotono ripetutamente alla testa e all’addome, mentre dalla bocca esce lentamente del sangue. E poi, lettere di amanti che si sono separati prima del tempo; il ponte del Bosforo, «dove il mare blu, di notte si veste di nero», leggerà l’attore; la perdita dell’identità per paura di mostrarsi. «Sono mancato troppe volte all’appuntamento con me stesso» e «mi sono fatto tuo per averti vicino», si udirà dalla scena. La disperazione e il dolore di due madri, figure immobili dagli occhi colmi della propria sofferenza. Dal fondo vengono prese le lettere. La prima, quella che ha dato il via al lavoro di Ricci-Forte è della madre del ragazzo romano che si è impiccato con la sciarpa rosa. La donna si interroga: «Pensa se la sciarpa quella mattina l’avesse presa tua sorella». Poi le lettere di Marco, Matteo, Giovanni prendono vita e si accavallano le une alle altre, tanto da smarrire la propria dimensione. La partecipazione col pubblico è costante e sottoposta a mettersi in gioco. Si scende in platea per baci “omosessuali” con gli spettatori. Non da tutti, però sono accettate certe provocazione e, durate lo spettacolo, c’è chi abbandona la sala. Al teatro Morelli, Ricci-Forte hanno portato in scena il suicidio, dove per “suicidio” non si intende la sola morte di un individuo, ma la sconfitta di tutti. «Di uno Stato che non sa proteggere i propri figli. Uno Stato che non tutela i propri figli», commenteranno alla fine. La complicità di chi giudica, condanna e porta alla morte sociale il “diverso” molto prima di quella corporea; che condanna la vittima delle violenze a tessere la proprie “coordinate del viaggio” che per tutto il tempo erano state calcolate sulla lavagna in fondo scena. In una “memento mori” che è mostrata e cresce con lo svolgimento dell’azione, la catarsi reale si avrà solo alla fine quando, quello stesso cartellone che aveva tracciato le “coordinate del suicidio”, diviene luogo in cui il pubblico fa sentire la propria voce. «Viene a scrivere quel nome, festeggialo. Fallo tornare in vita, perché non sono solo tuoi i giorni», chiederanno al pubblico. Accompagnati dagli attori, a turno gli spettatori del “Morelli” daranno il proprio sostegno contro l’omofobia.

 

Miriam Guinea

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