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Processo al clan Ascone, le pesanti richieste della Procura

REGGIO CALABRIA Sono richieste pesantissime quelle avanzate dal pm Roberto di Palma per gli imputati del processo “All Inside 3”, scaturito dall’omonima inchiesta che per la prima volta si è concen…

Pubblicato il: 11/11/2014 – 18:56
Processo al clan Ascone, le pesanti richieste della Procura

REGGIO CALABRIA Sono richieste pesantissime quelle avanzate dal pm Roberto di Palma per gli imputati del processo “All Inside 3”, scaturito dall’omonima inchiesta che per la prima volta si è concentrata sul clan degli Ascone, famiglia mafiosa nota a Rosarno anche per la sanguinosa faida di cui è stata protagonista, ma la cui esistenza non è mai stata affermata con una sentenza. A richiamare l’attenzione degli inquirenti sul gruppo, considerato satellite dei Bellocco – spiega il pm in sede di requisitoria – è stata proprio la lunga scia di sangue iniziata con l’omicidio dei fratelli Maurizio e Domenico Cannizzaro, freddati nel febbraio 1999 da assassini ancora senza un volto, e culminata con quelli di Domenico Sabatino, uomo del clan Pesce, e di Vincenzo Ascone, uomo di fiducia di Giuseppe Bellocco. Ma non solo. Dietro “All Inside 3” – afferma il sostituto procuratore, veterano delle indagini sui clan della Piana di Gioia Tauro – c’è stata anche un’intuizione investigativa che attraverso la lettura di quei fatti di sangue e della reazione che ad essi hanno avuto i componenti della famiglia Ascone ha portato gli inquirenti a delineare la struttura organizzativa e il modus operandi di quello che secondo l’impostazione accusatoria è in tutto e per tutto un clan, intimamente connesso con i Bellocco. Una definizione cui il pm Di Palma è arrivato attraverso un’esposizione rigorosa delle circostanze contestate ai diciotto imputati che rispondono a quegli indici come la forza di intimidazione e la condizione di assoggettamento e di omertà che per la Cassazione provano l’esistenza di una cosca mafiosa. Un passaggio fondamentale, necessario per delineare il perimetro criminale della famiglia Ascone, che per i magistrati è un’organizzazione rigidamente strutturata, in cui ogni componente della famiglia – incluse le donne – ha un ruolo e un compito preciso, che svolge con ferocia e convinzione. Un esempio è la determinazione con cui Carmela Fiumara – moglie di Antonio Ascone, ritenuto massimo elemento di vertice della consorteria, e madre di Vincenzo e Michele – non solo mantiene i rapporti con i detenuti, ma è l’unica autorizzata a gestire i contatti con Rocco Ascone, cugino del marito ed esponente di spicco delle ‘ndrine lombarde, quando si precipita in Calabria per verificare la possibilità di una soluzione alla faida. Ed è lei e solo lei a riferire al cugino del nord, la direttiva di cercare di capire, di prendere tempo, che il marito le ha consegnato durante il colloquio in carcere. Una decisione che Antonio Ascone non ha preso in autonomia, ma confrontandosi con la compagna che – dimostrano le intercettazioni – si è mostrata ancora più fredda, cinica e determinata di lui nei momenti più cruenti della faida, guadagnandosi sul campo un ruolo di capo, che oggi le è costato una delle richieste di pena più alte, fra quelle avanzate dal pm. Il sostituto procuratore Di Palma ha infatti chiesto di punire con 12 anni di reclusione Carmela Fiumara, mentre è di 16 anni di carcere la richiesta avanzata per Antonio e Rocco Ascone. Secondo l’accusa dovrebbe invece passare 14 anni dietro le sbarre Francesco Ascone, mentre è di 13 anni la pena richiesta per Salvatore Ascone e di 12 anni e sei mesi quella chiesta per Michele Ascone. È invece di 11 anni e sei mesi la pena invocata per Gioacchino Ascone, mentre per il pm Di Palma dovrebbero essere tutti condannati a 11 anni Alessandro Ascone, Damiano Consiglio, Francesco Fiumara, Vincenzo Fiumara, Damiano Furuli, Rocco Furuli, Angelo Giordano, Aldo Nasso e Rocco Scarcella. È invece di 10 anni più 2mila euro di multa la condanna chiesta dal pm per Giuseppe Bonarrigo, che risponde di rapina aggravata dalle modalità mafiose, mentre è di 5 anni e sei mesi la richiesta avanzata per Orlando Galatà. Richieste dure, considerando la diminuente di un terzo della pena tipica del rito, ma proporzionali – secondo il pm – alle gravissime contestazioni a carico degli imputati, che adesso toccherà alle difese provare a smontare. Le accuse che vanno dall’associazione mafiosa, all’intestazione fittizia di beni, passando per la detenzione e porto abusivo di armi, anche da guerra, e di droga, tutte aggravate dall’articolo sette.

 

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it

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